VITO ACCONCI

Dallo spazio della pagina allo spazio del reale

 

La metamorfosi del Linguaggio

BY agostina bevilacqua

“What begins in solitary otherness becomes familiar and even personal. It is about who we are when we are not rehearsing who we are”

Body Art, Don De Lillo, 2001

Vito Acconci nasce il 24 gennaio del 1940 nel Bronx, New York, da una famiglia di emigrati italiani. Prende il nome del nonno Vito, il quale era solito chiamarlo Annibale, appellativo che Acconci trasformerà in Hannibal e utilizzerà come pseudonimo per tutta la sua carriera poetica. Ebbe un’educazione cattolica studiando prima al Regis High School di New York, poi all’Holy Cross College di Worcester, in Massachusetts dove nel 1962 consegue una laurea specialistica in Letteratura. Segue un Master in scrittura presso la University of Iowa. L’aspetto dissacrante di Vito Acconci è chiaro già dai primi anni al college, dove venne espulso dalla rivista della scuola, di cui era co-editore, per aver pubblicato racconti piccanti su suore e preti. Quasi ossessionato da autori quali Mallarmè, Alain Robbe-Grillet e Faulkner, Acconci vive la scrittura come qualcosa di estremamente laborioso, egli voleva andare oltre la mera descrizione, voleva entrare nell’azione “trough the act of going”. Sul finire del 1964 torna a New York, lì vede, per la prima volta, dal vivo, le opere di Jasper Johns e riconosce i propri limiti come scrittore. Le opere di Johns annullano il divario tra la rappresentazione e la cosa rappresentata: dipingere un numero non è solo la rappresentazione del numero, è il numero stesso! Così Acconci inizia a lavorare sul linguaggio: lo trasforma in materia. 

Vito Acconci, Cover Avalanche Magazine,  #6, Autumn 1972

Cover of the magazine 0 to 9, N. 3, Jan 1968. Published by Bernadette Mayer and Vito Hannibal Acconci. Designed by Vito Hannibal Acconci. The cover is made using the first sentence of each artwork included in the third issue of the magazine. 

Vito Acconci, Trademarks, perfomance, 1970

Mimmo Jodice, Vito Acconci © Mimmo Jodice

La scrittura per Acconci acquista una valenza comportamentale, l’atto di scrivere è già scrittura. La poesia diviene l’unico mezzo per ricreare il messaggio diretto, chiaro, e immediatamente fruibile, che aveva avuto su di lui Flag di Jasper Johns. Da poeta Acconci trattava la pagina come supporto da modificare con le parole, aventi le qualità fisiche e plastiche della materia. Il passaggio di Acconci da scrittore di racconti a poeta è breve, nella narrativa egli scrive su qualcosa «in fiction I was writing about something», nella poesia egli scrive qualcosa «in poetry I was writing something». Acconci si allontana dall’idea del poema perfettamente inscritto nella pagina, cercando altre vie di scrittura lontane dalla forma accademica.

Dal 1967 al 1969 inizia la sua avventura editoriale assieme a Bernadette Mayer, sorella della moglie, Rosemary. Insieme pubblicarono sei numeri della rivista 0 to 9, in omaggio a 0 through 9 di Johns, stampata in ciclostile e distribuita gratuitamente. L’andamento della rivista riflette l’evoluzione della carriera artistica di Acconci: dalla poesia, (nei primi numeri sono presenti testi di autori come Queneau, Stein, Sanguineti, Apollinaire, lo stesso Vito Hannibal Acconci, gli ultimi numeri ospitano testi di artisti quali LeWitt, Johns, Smithson e molti altri) alla perfomance con gli Street Work, tenutisi a New York nella primavera del ‘69. Grazie anche ai reading newyorkesi a cui partecipa dal ’67 al ’69 egli comincia ad ampliare il suo raggio d’azione. L’opera di cesura con l’attività di scrittore è MOVE/MOVES (DOUBLE TIME): The time taken for me to walk from 7 Ave. & 17th St. NE to 6th Ave. & 17th St. NW, June 30, 1969, beginning at 9PM. Egli voleva completare il reading della pagina scritta nel medesimo tempo impiegato per arrivare da un angolo ad un altro della strada. Sente di non potersi più considerare uno scrittore, perchè il suo lavoro stava scivolando su un altro campo, il campo dell’arte-azione. Abbandona la pagina scritta per approdare al territorio circostante. Dal 1969 Acconci inizia a fare-arte. Il comportamento diventa il materiale dell’opera, non più il linguaggio inteso nella bidimensionalità della scrittura. La messa in scena diviene traduzione del language, e della poesia. Ciò che prima era veicolato attraverso la parola scritta sulla pagina, ora trova un nuovo supporto: il corpo dell’artista. Così le activity e le perfomance, che vanno dal ‘69 al ‘73 sono dei veri e propri body works. Emblematica in tal senso è la perfomance Trademarks del 1970: in cui il corpo viene inteso come vero e proprio materiale per la stampa. Egli morde ogni parte del proprio corpo cui riesce ad arrivare e la ricopre d’inchiostro lasciando le impronte dei propri morsi su vari supporti quali carta, muri, altri corpi. Solo attraverso la conoscenza superficiale del nostro corpo arriviamo ad una conoscenza più profonda: “Show myself to myself – show myself through myself- show myself outside…”. 

Il linguaggio è alla base di tutti i body works, visto non come fenomeno astratto ma come materiale da attivizzare e rendere tangibile attraverso l’esperienza, usato anche in forma di cronaca. Se Fontana squarcia e affonda la tela, Acconci squarcia e modifica il proprio corpo arrivando talvolta a compiere operazioni debilitanti (Step Piece; Rubbing Piece; Soap & Eyes; Hand & Mouth, Open; Close; See Through per citarne solo alcune).

jasper johns, flag, 1954-55, museum of modern art (moma), new york

Tutte le activity fino al 1971 sono documentate dai film girati in Super 8 e fotograficamente. Con la perfomance Seedbed del gennaio del 1972 alla galleria Sonnabend si sposta nel circuito ufficiale delle gallerie. Viene contrattualizzato da Ileana Sonnabend entrando a pieno titolo nel gruppo di artisti riconosciuti anche dal grande pubblico. La perfomance pubblica permette ad Acconci di manipolare, non più solo il corpo, ma anche  lo spazio della galleria. Il corpo entra in relazione con l’ambiente modificato, e quindi perde il suo ruolo di protagonista. Il luogo della galleria, plasmabile a piacimento, complica l’esperienza artistica a causa di una maggiore libertà di movimento che ne espande gli interessi. Il pubblico è trattato con neutralità, egli si rivolge indistintamente a tutti, alla ricerca di una complicità utopica, ma principalmente si rivolge a se stesso, è un discorso interiore, esteriorizzato per la fruizione. Attraverso il linguaggio e il confronto col pubblico si arriva a una vera e propria esplorazione di se stessi. I discorsi incalzanti di Acconci, somigliano a flussi di coscienza in cui l’autore è libero di esprimere se stesso, le sue angosce esistenziali, condividendole con il pubblico che diviene un confessore privo d’identità autonoma, ma in grado di espletare una funzione catartica per l’artista.

Attraverso il linguaggio e il confronto col pubblico si arriva a una vera e propria esplorazione di se stessi. I discorsi incalzanti di Acconci, somigliano a flussi di coscienza in cui l’autore è libero di esprimere se stesso, le sue angosce esistenziali, condividendole con il pubblico che diviene un confessore privo d’identità autonoma, ma in grado di espletare una funzione catartica per l’artista. L’ultima perfomance pubblica di Acconci, Ballroom, avviene nel novembre del 1973, alla Galleria Schema di Firenze, durante la piece una ragazza si alza per andare a baciare l’artista sconvolgendo il cannovaccio d’azione. Dalla fine del ‘69 alla fine del ‘73 Acconci realizza circa 200 opere, tra perfomances, video, films, audio-video tapes e installazioni. Nel gennaio del 1974 si assiste all’eclisse definitiva del corpo con la video installazione Command Perfomance in cui è presente una vera dichiarazione d’intenti che vede il corpo dell’artista abbandonare il campo dell’azione.

Nel video, Acconci abdica il suo ruolo in favore dello spettatore il quale ora ha tutte le chiavi di comprensione, la sua presenza fisica ormai sembra avere esaurito la sua funzione: «You can do it… you can do what I was never able to do». La parabola del corpo disegnata da Acconci ha visto il suo culmine, e come ogni grande impero è costretto alla decadenza quasi si trattasse di una necessità storica. Negli anni ‘80 l’interesse di Acconci si sposta definitivamente verso la scultura e l’architettura, esegue installazioni permanenti legate all’ambiente. I materiali utilizzati sono ecologici e di riutilizzo. In un’intervista Acconci afferma: «Seedbed was a kind of beginning of architecture. But I didn’t realize it at the time…» Così allo spazio della galleria, troppo chiuso e circoscritto dove la fruizione del pubblico è artefatta, subentra lo spazio pubblico reale. Egli abbandona l’evento artistico per trasferirsi nel sociale.

Vito Acconci, Seedbed, perfomance from 15 to 29 Jan 1972, Sonnabend Gallery, New York

Nel 1988 fonda lo Studio Acconci. Nel suo passaggio all’architettura, il linguaggio e l’interesse di Acconci per la scrittura non viene meno, così come nelle sue poesie egli faceva largo uso di pause e segni d’interpunzione, che davano al lettore la possibilità di perdersi tra i vari punti di vista, così i progetti architettonici dello Studio Acconci sono edifici e manufatti che possono essere modificati in base alle esigenze del territorio, dei fruitori e dell’ambiente, riutilizzabili anche fuori dal contesto per cui vengono creati.

L’architettura è letta in una prospettiva aperta, riconducibile all’uso che egli faceva in poesia delle parentesi, le quali nella scrittura aprono a modi alternativi di vedere le cose, non cancellando il periodo principale della frase bensì arricchendolo: «One thing I am obsessed by is to give viewers choices. Not to have only one entry, only one kind of path. Spin-offs are important. Spin-offs are like parenthetical phrases. There seems to be this main sentence, but then there are parentheses… I’m sure this idea started for me with writing».

La sua è una visione proiettata in un futuro ancora inesplorato: «We don’t know what a future space is going to be, but we want to at least try to anticipate it. We want to design a space that, ideally—though I don’t think we do this, I hope we just don’t do this yet—couldn’t have been built, couldn’t have been designed, couldn’t even have been imagined before the twenty-first century. No, we haven’t lived up to that, but I think that’s the only real choice for architecture. It should give you a possibility of a future». E così a pochi anni di distanza dalla morte di questo grande artista precursore, controverso, prolifico ed eclettico, sembra che la sua opera architettonica The face of the Earth gli sorrida sperando che egli abbia trovato pace nella morte come non la trovò in vita nello sforzo disperato di “risolvere la sua esistenza in linguaggio”.

Vito Acconci, Acconci Studio, Face Of The Earth, 1986


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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