FABIO VIALE

IN CONVERSATION WITH ALICE ZUCCA

Sagace reinterprete di simboli ed acuto giocoliere, Fabio Viale ironizza e stravolge ogni senso comune creando attraverso elementi di surrealista familiarità connessioni tra epoche e popoli. Al centro il suo tempo e chi lo abita, così di contro a Roland Barthes, Viale ci dice che la scultura ha ancora qualcosa da dire. Trascina Michelangelo fuori dai musei, torsi classici mostrano in pose plastiche i simboli della criminalità russa, tatua le Veneri ellenistiche e fa sembrare di polistirolo quelle rinascimentali. Si perché in Viale quanto appare non è mai quello che sembra ed allo stesso tempo è quel che è. Con “Ahgalla” fa letteralmente navigare una barca in marmo che pare avere la consistenza del legno, fa poi roteare per le strade di Torino un grosso pneumatico, che ovviamente di gomma non è. 

Fabio Viale alla guida di “AhGalla”

Con il suo ultimo progetto per la Biennale di Venezia – in collaborazione con Ferzan Özpetek, Plastique Fantastique, Lorenzo Dante Ferro, Mirko Borsche, Giorgos Koumendakis e Sidival Fila – lo vediamo creare delle monumentali briccole, in marmo effetto legno, di oltre tre metri che troneggiano nell’acqua che scorre lungo il padiglione, simboli di indicazione e metafora di corpi umani al tempo stesso. Il Padiglione Venezia è di certo un’esperienza immersiva il cui concept si ispira al tessuto urbano della città, esplorandone la storia e la mitologia. Una vasca d’acqua ricrea l’atmosfera veneziana, sulla quale una struttura gonfiabile immerge i visitatori in una dimensione di sogno dove passando, immersi nella nebbia, si trovano a contatto con simboli reinterpretati di una Venezia del passato, in divenire.

Installation view Venice Pavilion of the 2019 Biennale, courtesy Fabio Viale, La Biennale di Venezia

È la città di Venezia concepita come un corpo vivente che si lascia attraversare e come corpi, le briccole scolpite da Viale, la reggono in piedi.  Spiega la curatrice Giovanna Zabotti: “Il padiglione è un’opera dedicata a Venezia, che è il luogo delle possibilità, e non più solo un raccoglitore di opere diverse” – e poi – la metafora di città come corpo definisce il tema attorno al quale si sviluppa l’idea creativa di un “Padiglione Venezia” che vuole essere, prima di tutto, sintesi ed evoluzione al tempo stesso delle caratteristiche che da sempre descrivono, nell’immaginario comune, Venezia. La città vista, quindi, come un ‘corpo umano’, dove le parti che la compongono ne costituiscono la vita e, pur essendo le stesse fin dalla sua nascita, si evolvono e interagiscono tra loro delineando un’identità che si lascia interpretare dal pensiero di chi la incontra, la visita, la vive. Il padiglione-città, quindi, come sintesi ed esperienza dove il suo ‘attraversamento’ permette al visitatore di ascoltarne il battito pulsante e di sintonizzarsi con essa, con un approccio sinestetico.

Venezia si concretizza così in un luogo e in un tempo possibili, vivi ed interessanti.

Fabio Viale nel suo studio lavora alle Briccole per il padiglione di Venezia della Biennale 2019

Installation view Venice Pavilion of the 2019 Biennale, courtesy Fabio Viale, La Biennale di Venezia

Fabio Viale is interviewed by Editor in Chief Alice Zucca

AZ: Tutta la tua produzione verte su quella che potremo definire una poetica dell’ossimoro, tra percezione e straniamento, come un palco a teatro dove il materiale pur interpretando se stesso definisce un’infinita varietà di declinazioni e possibilità materiche, risultando oltremodo credibile. Il marmo ha qui pretesa d’essere legno all’occorrenza, polistirolo, carta, gomma ecc. Tra finzione e contrasti per sottrazione – di pesi e significati – lo spettatore non può fare a meno, pur nella finzione, di trovarsi al cospetto di qualcosa di riconoscibile ma che pur riconosce in quanto ciò che non è.

Mi parli di questo dualismo materico, e da dove nasce l’idea di alleggerire questo peso – anche storico – delle icone che reinterpreti?

Fabio Viale, Venus, 2016

Fabio Viale, Aereo, 2015

Installation view Venice Pavilion of the 2019 Biennale, courtesy Fabio Viale,

AZ: Vi è dunque qui un effetto di sconvolgimento della percezione abituale della realtà, al fine di rivelarne aspetti nuovi o inconsueti attraverso l’espediente di diversi livelli percettivi, tra icone del passato e del presente che convivono e veicolano un messaggio che pur transita fuori da un tempo specifico. Differenti osservatori sono difatti in grado di tessere molteplici relazioni, un amante dell’arte classica certamente riconoscerà Laocoonte, un’ala della   Nike, la mano di Costantino o la Venere Italica mentre un teenager appassionato di musica Trap attribuirà un elemento familiare ai tatuaggi di Young Signorino. 

Roland Barthes  identificava la società del suo tempo come quella dell’epoca che aveva rinunciato al monumento, decidendo di affidarsi a supporti deperibili, come quello fotografico, per la conservazione delle proprie memorie. La modernità, già allora, sceglieva di associarsi non alla pietra, al bronzo o al marmo, bensì a un materiale più facilmente deteriorabile come quello cartaceo per la conservazione delle proprie memorie e quindi mettendo in evidenza la non idoneità di questo a tramandare le testimonianze alle generazioni future. E così è ancor di più al giorno d’oggi, dove ancor più immediata è la fruizione dell’immagine, in un’epoca dove questa è beneficiata attraverso qualcosa di ancora più effimero ed etereo, la rete.

Da qui si estrinseca l’inversione dell’immagine che tatui, destinata così a perdurare nel tempo, sul supporto meno deperibile che appartiene a tutte le epoche, la pietra, attualizzato da un mezzo di comunicazione riconoscibile attraverso il quale l’immagine, come idealmente avviene sulla pelle con i tatuaggi, ha pretesa di essere impressa per sempre sul marmo. La società consumistica è veloce e ha bisogno di concetti veloci e di una buona dose di scandalo per rallentare e riflettere, è forse questo ri-attualizzare la scultura la chiave per l’eterno? Forse è il filo comune per attualizzare la comunicazione classica e renderla fruibile ai nostri giorni, così l’attualità contemporanea attraverso il modello classico, in un gioco percettivo di consistenze di materiali, l’ambiguità degli stessi, l’immagine e l’uomo al centro.

Quale funzione a tuo avviso può ancora esercitare la scultura nell’epoca odierna?

FV: Credo che ci siano dei valori universali che la scultura possiede che non sono mai morti ma semplicemente sono stati accantonati. La percezione di quello che avviene artisticamente intorno a noi è fatta dal microcosmo che ci circonda perché è impossibile avere una visione d’insieme. Lo stesso mondo dell’arte crea appositamente una piccola realtà fatta di Biennali, Fiere e Musei il cui l’ingresso agli artisti viene accuratamente selezionato e per certi versi uniformato. È perciò impossibile per il visitatore sapere quello che succede artisticamente al di fuori di quella realtà. Il mondo dell’arte non è democratico perché i galleristi, i direttori di museo, i curatori, tutti gli operatori hanno degli interessi e delle preferenze. L’arte contemporanea spesso si esprime con un linguaggio incomprensibile fatto di contenuti comunicabili a livello dialettico ma inconsistenti da un punto di vista estetico, risulta perciò inutile, anzi dannosa un’espressione estetica che si basa sulla pittura, scultura etc. Questo meccanismo della contemporaneità oggi però viene messo in discussione da media come Instagram ad esempio, che ci stanno facendo ragionare su come siano invece necessarie queste arti “parallele” rispetto a quelle istituzionali e molti artisti si stanno convertendo per assecondare le necessità di un pubblico sempre più vasto. L’utilizzo del marmo direi che è ormai abusato sia dai neofiti che dagli applauditi artisti contemporanei. E questo è un bene perché sta rientrando l’estetica nell’arte contemporanea. Per quanto mi riguarda, il “padre” del mio lavoro è frutto di questo ragionamento, ma la madre è una necessità intima di espressione.

Fabio Viale, IL VOSTRO SARA’ IL NOSTRO, 2017 

FV: Una quindicina di anni fa ho realizzato “Ahgalla”, una barca di marmo in grado di navigare e di trasportare delle persone, facendo provar loro una sensazione unica: il galleggiare sulla pietra. Questa scultura fu per me un esperimento talmente importante che mi permise e mi convinse di dimostrare non solo che il marmo è in grado di galleggiare ma soprattutto che è importante andare oltre i preconcetti che spesso la materia che ci impone. L’arte, sin dai suoi esordi, ha utilizzato la metamorfosi per trasformare la natura in un oggetto e viceversa, questo processo atavico produce incanto e questa dimensione è una necessità umana. Ci sono perciò nel mio lavoro due aspetti importanti, il primo è legato a questo meccanismo, il secondo rappresenta invece la narrazione ovvero l’azione che è in grado di generare la scultura nello spazio e nel tempo in cui viene collocata. Il meccanismo potrebbe essere paragonato a ciò che fa il credente quando entra in chiesa, è necessaria una suggestione per generare un atto di fede.

AZ: Questi elementi li ritroviamo senza dubbio nell’installazione alla Biennale di Venezia. Figure mastodontiche, le Briccole, ormai simbolo della città di Venezia e per definizione strutture nautiche utilizzate per indicare le vie d’acqua nelle lagune Veneziane, si elevano a pelo d’acqua nel padiglione Venezia come leggerissimi galleggianti o torte e ciclopiche figure di uomini in balia dell’acqua. Due simboli che ancora coesistono, tra passato e tempo nostro. Che, come emblemi e testimoni di passaggi e naufragi, di viaggi e di migranti, uniscono in questo stesso percorso mito e reminiscenze risorgimentali ad una delle più grandi tragedie della contemporaneità. Sicché, sottolineato da Risaliti, quali simbolo di pietà si rifanno alla figura umana – Guardando due gruppi di briccole, uno a due figure, due legni serrati assieme da vigorose catene di ferro; l’altro a tre figure, sempre legate tra loro – è possibile riconoscere in quelle forme corpi umani nella stessa posizione e situazione di quelli scolpiti dal Buonarroti nelle sue due Pietà, di Milano e Firenze. 

Qual è, dunque, la via che indicano le tue Briccole? Mi parli di questo parallelismo corpo umano/briccole?

FV: La Biennale di Venezia alla quale ho partecipato quest’anno è stata senza dubbio un esperimento: sono stato coinvolto in un progetto che ha portato diversi artisti a collaborare cercando una direzione comune. Il mio apporto scultoreo si è manifestato nell’utilizzo di un’immagine simbolica, la Briccola. Sono stato in laguna diversi giorni per cercare di documentarmi il più possibile e dopo aver visto centinaia di briccole ho iniziato a vedere in loro delle diversità, poi dei caratteri ed infine delle personalità che rendevano questi oggetti differenti gli uni dagli altri. Si sono trasformate in figure e queste a loro volta hanno iniziato ad assumere nella laguna delle posizioni teatrali quasi drammatiche. L’azione del tempo e le sue conseguenze mettono continuamente a repentaglio la staticità di questi oggetti inizialmente solidissimi ma che negli anni, invecchiando, divengono dei simboli dell’equilibrio precario che è caratteristica della città di Venezia. Quando Risaliti cita La Pietà lo fa a ragione perché ho deciso di utilizzare queste “colonne di marmo” abrase dal tempo tenute insieme da catene arrugginite come a creare un  simbolo di resistenza oltre che di fede.

Installation view Venice Pavilion of the 2019 Biennale, courtesy Fabio Viale, La Biennale di Venezia

Young Signorino

Fabio Viale, KOUROS, 2016 

AZ: Com’è stato per te far parte di un grande palcoscenico collettivo come questa Biennale e collaborare con nomi eccellenti quali Ferzan Özpetek, Plastique Fantastique, Lorenzo Dante Ferro, Mirko Borsche, Giorgos Koumendakis e Sidival Fila?

FV: Quando si sale in alto come in montagna inizia a mancare l’ossigeno, tutto è più faticoso se in più sei a Venezia, dove è difficile anche solo trovare un rotolo di scotch e a guardarti lavorare ci sono gli spettatori più autorevoli e attenti del mondo dell’arte, la tensione sale.

Devo dire che Giovanna Zabotti (la curatrice) è stata una grande mediatrice: gli artisti “sono come degli stalloni, o meglio, dei cavali pazzi, difficile tenerli insieme in un recinto ognuno vuole il suo spazio e scalcia in modo istintivo quando ti avvicini troppo”. In questo gruppetto si sono aggiunti anche architetti, ingegneri, coordinatori, assistenti, mogli, mariti e figli ma alla fine con un’ora di ritardo abbiamo visto il padiglione inaugurare. La grande carovana dell’arte è iniziata nei migliore dei modi, il presidente della Biennale, Baratta, ha aperto le porte su un Padiglione Venezia inedito che avvolge sensorialmente lo spettatore trasportandolo in una dimensione che diviene metafora delle peculiarità di una città unica e faticosissima.


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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