POST HOC DANE MITCHELL

L’ANDARE A CAPO D’UN SEGNALE SCARSO

DI PAOLO MENEGHETTI
Nel Padiglione della Nuova Zelanda è presente la mostra dal titolo Post hoc, dove le installazioni di Dane Mitchell ci sensibilizzano verso la risonanza da un passato non archiviabile. 

L’inventario dell’artista sembra unicamente disperso. Milioni d’entità scomparse (dalle parole arcaiche alle città fantasma, dalle specie estinte alle nazioni sconfitte, ecc…) s’annunciano, inevitabilmente con solennità, in una stanza del padiglione. Stampate, a quelle servirà un interminabile rotolo di carta. All’ondeggiamento virtuale di tutta la stanza (con le pile a risalire dal pavimento), sarà impossibile “ingabbiare” un archivio. Infine, mediante alcuni ripetitori (sparsi in diversi luoghi di Venezia), il visitatore si collega alla rete di computer per la mostra, ascoltando l’elenco delle entità. Ma nemmeno questo sarebbe facilmente accessibile. Venezia ha l’intrico delle calli, mentre Dane Mitchell maschera i suoi ripetitori grazie agli alberi. Nell’insieme, si percepisce un background “conservatore”, non pianificabile sotto la modernità tecnologica. La mostra s’intitola Post hoc, ma in via di dispersione, se risulta difficile verificare quali conseguenze diano le entità scomparse. Le foreste hanno un’origine solennemente inaccessibile. Dal legno si ricava la carta; quella in “tronconi rotolanti” che l’artista ci esibisce rimarrà monumentale. Forse possiamo percepire la stampa “a sfregio” sull’entità ormai perduta. Con più “dignità”, il visitatore proverà ad ascoltare il commiato sul “cippo” dell’archiviazione.

che l’acqua completamente inonda, offusca, arrugginisce, smorza. Spesso crediamo che convenga mettere una “pietra” sopra al passato, per ricominciare a vivere. A Venezia, Dane Mitchell installa anche una camera anecoica. Qualcosa la cui pesantezza solennemente proverà ad archiviare il fluente. Le antenne contemporanee “peccano” per impurezza di meccanica, e con le loro interferenze sul “silenzio” vegetativo. La carta dell’artista esonderebbe dopo ogni declamazione. Essa lascia una “ruggine” grafica, al “commiato” dell’entità scomparsa. Bisognerà recuperare la purezza dell’originario? Allora il bugnato pianificherà una risonanza “al cippo vegetativo” della propria conservazione. Dane Mitchell espone a Venezia, città formatasi sulle isolette lagunari. Ci piace immaginare che la briccola funga da “vera” antenna… L’ambiente lagunare è facilmente in dispersione. Dialetticamente, questo si potrà allentare, mediante la pianificazione dei restauri conservativi? Per Dane Mitchell, il visitatore ascolterebbe una “paratia” sul passato che torni disordinatamente “a galla”, e dopo aver letto un “andare a capo” di “scarsi segnali”.

Post hoc, Dane Mitchell, Arsenale, Venezia, 2019

Post hoc, Dane Mitchell, Post hoc visualization, 2019

Dane Mitchell Portrait

Post hoc, Dane Mitchell, Palazzina Canonica, 2019

Così, l’albero scelto dall’artista si percepirebbe fra le “interferenze” dei propri aghi. Quello è anche un po’ “impacchettato”, al basamento dove il ghiaino fa “esondare” il bugnato. L’albero d’estate c’allieta con l’ombra. Ma persiste la sua rumorosità, quando lo rimpiazziamo con l’antenna! Forse Dane Mitchell carica l’installazione d’un ambientalismo? Certo noi tendiamo a rispettare un ascolto solenne.

Post hoc, Dane Mitchell, Palazzina Canonica, 2019

Post hoc, Dane Mitchell, Palazzina Canonica, 2019


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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