Karen Knorr: l’eleganza dell’umiltà. Contrasti inaspettati tra il mondo animale e umano

The Journey, Hie Torii, Tokyo

 

Non è mai semplice rappresentare un’altra cultura che sta attraversando un profondo cambiamento. La lotta di classe britannica durante il governo della Thatcher è un ottimo esempio della trasformazione sociale catturata dalla fotocamera di Karen Knorr. Nata a Francoforte am Main, Karen Knorr è cresciuta a San Juan (Porto Rico) negli anni ‘60 e completò i suoi studi tra Parigi e Londra, dove visse la maggior parte della sua vita. Iniziò immediatamente ad indirizzare i suoi interessi verso le pratiche delle “politiche della rappresentazione”, mentre tra gli anni ‘70 e ’80 esponeva i suoi lavori al mondo. “Gentlemen”, in mostra tra il 1981 e il 1983, rappresenta perfettamente il sistema di classe inglese sotto i valori patriarcali conservatori durante le guerre delle Falklands.

The Wedding Guests

 

Il suo lavoro cattura un’elegante solitudine nel quale ogni soggetto viene lasciato solo tra lussuosi arredamenti e luci. Karen Knorr proseguì il proprio percorso artistico sulle tracce dell’eredità dell’arte Britannica, inserendo al contempo elementi non comuni come animali selvatici e uccelli esotici.

Vishnu’s Return to the World, Rani Ki Vav, Patna

The Winds of Change, Villa Farnese, Caprarola

 

E così una nuova corrente di produzione artistica nacque, la quale condusse la fotografa in un lungo safari tra arredamenti da sogno. Un giaguaro silenzioso siede accanto ad una sedia sontuosa in un corridoio completamente vuoto, mentre due cervi combattono energicamente tra le pareti di un museo, tra i quadri che li osservano con curiosità. Mentre la sua ricerca si concentrò sugli elementi che possano ricondurre l’umanità ad una realtà più umile rispetto a quella in cui vive attualmente, la sua carriera la condusse ad aprire un dialogo con le generazioni a venire. Knorr è infatti Professore di Fotografia all’Universitià delle Arti Creative di Farnham, nel Surrey.

The Wedding Photographer

The Opium Smoker, Chitrasala, Bundi

Heaven’s Vault, Villa Farnese, Caprarola

Master of Seduction, Amer Fort, Amer

 

Il contrasto tra la pure ricerca per la libertà concettuale e la sfida di trasmettere tutto ciò alle nuove generazioni, ha condotto Karen Knorr ad investigare tra la sostanziale interrelazione tra gli umani e gli animali. La sua fotografia la condusse ad esplorare nuovi mondi e culture, ma il cuore della ricerca rimase incentrato sulle eredità che le diverse culture portavano con sé nelle maglie dei codici moderni, e l’esposizione intitolata “Academies” guadagnò un grande successo negli anni successivi. Tra il 1994 e il 2001 Knorr viaggiò attraverso l’Europa per raffigurare le moderne culture ed il loro consumo. Gli anni 2000 furono, al contrario, quelli in cui la l’intensa produzione artistica unì la fotografia analogica a quella digitale per poter rappresentare una composizione fiabesca ispirata a Ovidio, Esopo e La Fontaine, con l’immaginario popolare di Disney e Attenborough.

Peers of the Realm

Callisto’s Despair, Palazzina Cinese

 

“Tales”, titolo dell’esposizione, venne prodotto tra il 2004 e il 2008, anni in cui l’artista trascorse parte del suo tempo nella realtà culturale parigina. I suoi viaggi non si fermarono mai durante gli anni, e dopo il viaggio illuminante nel Rajasthan (India) nel 2008, Karen Knorr prosegue ancora la sua ricerca per la soggettività femminile e la realtà animale. Questo cambiamento di rotta le ha permesso di rappresentare un nuovo lato delle debolezze umane e il suo viaggio in Giappone nel 2012 ha sicuramente arricchito il dialogo già aperto da tempo sul rapporto tra gli umani e le altre creature viventi. Mentre ancora oggi ricerca nuovi punti di vista sulla questione, la fotografa Knorr è contemporaneamente impegnata nella realizzazione di esibizioni tra l’Italia, l’India, il Giappone e gli Stati Uniti.

Martha Pulina

Brassaï: l’occhio di Parigi.

L’etimologia della parola noir indica qualcosa di nero, di misterioso e cupo. Qualcosa che trasmette un senso di paura ancestrale ma che, allo stesso tempo, porta quel misterioso senso di attrazione. Leggendo un libro o guardando un’opera artistica si ha la sensazione di venire trascinati in quest’atmosfera irreale, dove sembra che tutti abbiano qualcosa da nascondere. Esistono maestri del noir come James Ellroy, uno scrittore tra i più amati della letteratura o Billy Wilder tra i registi del cinema, ma volgendo lo sguardo alla pellicola stampata, un fotografo, in particolare, riuscì a sposare questo stile, caratterizzandone tutti i suoi lavori. Stiamo parlando di Gyula Halász, noto con lo pseudonimo di Brassai.

Brassaï nel suo studio, 1932

 

Nato a Brașov, nel 1899, città al tempo ungherese, ubicata nel cuore della Transilvania e ora situata nell’attuale Romania. Fu proprio per onorare la sua città di origine che adottò il nome Brassaï, ovvero abitante di Brasov. Suo padre, professore di letteratura francese, venne invitato dall’università Sorbona per coprire un ruolo nella facoltà di lettere. Con la famiglia rimase un anno a Parigi e fu abbastanza affinché il piccolo Brassaï si legasse sentimentalmente alla città. Da giovane si iscrisse all’Accademia di Budapest (dal 1919 al 1920) dove la sua prima aspirazione fu studiare pittura. Il suo primo punto di riferimento artistico furono i quadri di Henri de Toulouse-Lautrec. Il gusto per quelle linee sinuose, ottenute con un tratto sicuro e continuo ed in particolare la scelta dei modelli da rappresentare, saranno fonte di ispirazione per i successivi lavori di Brassai. Partecipò alla Prima Guerra Mondiale come soldato volontario nella cavalleria dell’esercito austro-ungarico. Con la fine del conflitto riprese i suoi studi artistici a Berlino e finalmente nel 1922 ritornò nella sua amata Parigi.

Brassaï, Parigi Notre-Dame, 1933

 

Nella capitale francese frequentò l’arrondissement di Montparnasse, sulla rive gauche della Senna, strinse importanti legami di amicizia con il celebre poeta francese Jacques Prévert e lo scrittore statunitense Henry Valentine Miller (l’autore di Tropico del Cancro) e instaurò importanti collaborazioni con Pablo Picasso. Nella città parigina Brassai si manteneva come pittore, scrittore e giornalista. La fotografia non era ancora entrata nella sua vita e spesso la disprezzava per l’immediatezza dello scatto. La tecnica pittorica a lui più congeniale richiede infatti elaborate fasi di studio sulla luce e di preparazione della tela. La freccia venne scoccata da un suo amico fotografo, André Kertész. Nel 1926 venne invitato proprio da quest’ultimo ad accompagnarlo durante una delle sue passeggiate notturne fotografiche. Sarà questa una vera e propria folgorazione artistica e da quel momento Brassai si appropriò della nuova arte: la fotografia. E’ lui stesso a spiegare questo radicale cambiamento in un’intervista concessa al magazine Photo-Revieu nel 1976: «Ho sempre odiato la specializzazione. Per questo ho cambiato così spesso mezzo di espressione… mi rinfresca e mi permette di rinnovare il mio punto di vista». Ma a questo punto sorge la domanda: cosa fotografare? La sua Parigi, ovviamente. Il suo occhio aveva conosciuto ogni anfratto parigino, lo aveva stampato nella sua memoria ma adesso aveva l’occasione di ritrarlo fedelmente.

Brassaï – Le Pont Neuf 1932

 

I primi scatti sono dedicati alle architetture, scatti fissi di una ville Lumiere a tratti irreali. Lontano dalle sfolgoranti luci degli Champs Elysées, Brassai si concentrò sugli angoli bui e nascosti dei parchi cittadini, di quartiere poveri e degradati o dei tetti delle case. L’inusuale Ville Lumière che l’ungherese rappresenta è colta spesso con atmosfere insolite, complice il filtraggio delle luci artificiali e della nebbia. Un senso di solitudine e angoscia accompagna lo spettatore in questa visione surreale della Parigi di quegli anni. Poi successivamente cambiarono i soggetti e Brassai si rivolse allora verso gli abitanti che popolavano questi bassifondi parigini: le prostitute, i mendicanti, i protettori, gli omosessuali, i travestiti e i semplici avventori di questi locali notturni.

Brassai, La Mome Bijou, 1930-32

 

Come lo sguardo attento di Toulouse Lautrec aveva saputo cogliere nelle sue tele la sfrenatezza del ballo can-can ma anche la solitudine di molti personaggi del periodo, così anche Brassai riesce con l’immediatezza della macchina fotografica a restituirci istantanee di vita notturna composta da un eterogeneo mondo dai contorni a tratti ironici e superficiali e ad altri solitari e malinconici. Basti pensare a La môme Bijoux scattata in Place Pigalle Bar: la donna è un signora matura, dalle forme giunoniche, fittamente ingioiellata con paccottiglia falsa, il suo trucco è forte e volgare e nell’insieme è addobbata per attirare l’attenzione di qualcuno. Ripresa mentre sta fumando, guarda l’obiettivo con audacia e una sottile ironia. Brassai  non la sta giudicando, la sua ripresa è infatti spassionatamente sincera e la signora Bijoux non permette ad alcuno di giudicarla, lei sta recitando il suo ruolo e noi siamo solo degli spettatori. Da questo approccio nasce la famosa posa Boyard ovvero quello scatto creato in pochissimo tempo, solitamente simboleggiato dal tempo di una sigaretta, che permette di ritrarre il soggetto in maniera spontanea, senza dargli il tempo di comporsi e assumere una posa artefatta.

Brassai, Prostitute at angle of Rue de la Reynie and Rue Quincampoix 1933 “Paris de suit”
1933

 

Un’altra opera fotografica dal titolo Prostitute at angle of Rue de la Reynie and Rue Quincampoix emerge dal suo repertorio, in questo caso il fotografo non usa il flash, ma realizza un meraviglioso controluce riuscendo a carpire solo un’esile figura con impermeabile, cappello e tacchi. Non si vede il volto della donna ma si percepisce che, ancora una volta, sta guardando da un’altra parte, in attesa del prossimo cliente. Tutte queste opere verranno raccolte da Brassai in un libro fotografico dal titolo Paris de Nuit che riscosse molto successo e gli diede una visibilità che non si aspettava; il suo amico Miller lo definì “l’occhio di Parigi” dopo averne visionato gli scatti ed è proprio con questo soprannome che venne conosciuto negli anni successivi. Altro elemento importante della carriera del fotografo ungherese è l’amicizia professionale e personale con molti artisti contemporanei dell’epoca: tra i più  celebri Dalì, Man Ray, Picasso, Giacometti. Il più importante connubio artistico è senz’altro quello con Picasso.

Brassaï, ritratto di Pablo Picasso, 1932

Brassaï, autoritratto con Pablo Picasso

 

Tra i due si instaurò un importante rapporto di collaborazione testimoniato dalle numerose foto che ritraggono il pittore iberico nella realizzazione delle sue pitture. Durante gli anni ’40, il suo lavoro si interruppe bruscamente. Sono anni difficili, i soldati tedeschi hanno invaso Parigi e, con essi, le loro regole. Ai fotografi viene impedito di fotografare in pubblico e a Brassaï viene chiesto di collaborare con il Nazismo. Ovviamente rifiutò ma fu costretto a fotografare contesti privati. Si dedicò alla rappresentazione di piccoli lavori per amici e conoscenti. Ritornà anche il suo amore per il disegno dove, nel 1945, raccolse gli schizzi e li espone in alcune gallerie d’arte. Gli anni proseguono veloci e negli anni ’50 Brassaï si interessa a nuove passioni. La scenografia, preparerà i fondali per i balletti; la scultura, produrrà opere molto formali e rigide; il cinema per il quale girerà il film Tant qu’il y aura des bêtes che vincerà nel 1956 il premio come pellicola più originale al Festival di Cannes e infine ritornò al suo amore per la fotografia, documentando la prima forma di graffiti che il mondo abbia conosciuto. Brassai nella sua fiorente vita professionale ha potuto sperimentare tutte le espressioni artistiche: dalla pittura alla fotografia, al cinema, al teatro perciò si può definire per l’arte contemporanea, un artista poliedrico dalle molteplici sfaccettature. La sua arte ci regala momenti di vita, ripresi con uno sguardo realistico e a tratti ironico. Con la sua morte le strade di Parigi hanno perso quel fascino noir vestendosi di un’aura più sofisticata, ma sotto l’insegna di un cafè nella rue de Lappe o camminando nella rue Quincampoix sembra ancora di sentire lontano una fisarmonica e un decadente canto francese. Tutto si dipana nei toni del grigio e una leggera pioggia autunnale bagna le strade specchiandole di nuovi riflessi e, come per magia, Parigi ritorna ad essere la Parigi di Brassai.

Giacomo Cazzaniga

Il conflitto immortalato: la verità di Marco Bolognesi / Bienal de Curitiba 2017

Se l’immagine riesce a trascendere le barriere generazionali, lo stesso può valere per quelle territoriali. Ed è così che la mostra di Marco Bolognesi “Sendai city: the Truth”, a cura di Massimo Scaringella, sbarca in Brasile alla Bienal de Curitiba 2017. Un’occasione imperdibile per esportare l’estro italiano oltreoceano, e per proporre le tematiche trattate a culture differenti. Intitolata “Antipodi – Eccesso d’immagine”, la Bienal vuole aprire il dialogo sulle diversità e contrasti emergenti negli incontri tra varie culture, e su come questi possano anche rivelarsi limitanti per l’espressione artistica, e per il confronto stesso. Inevitabilmente, però, ciò che vien fuori è in realtà una sinergia di vari punti di vista, unici nel loro genere e per questo irripetibili. L’artista italiano Marco Bolognesi ha deciso di contribuire presentando una “stanza installativa”, dove al suo interno verrà collocata “Tecno-Mutant”. La collezione fotografica, rappresentante il conflitto che attraversa la società contemporanea, parte dal concetto di verità per esplorare il modo in cui questa si relaziona ai conflitti del mondo. La verità così come viene rappresentata, filtrata dal controllo sociale, diventa anch’essa un semplice punto di vista su cui dibattere, venendo così aggiunta al conflitto già in corso.

marco bolognesi

Marco Bolognesi, The inquietude of Ahlena 2017, collage corporeo, Sendai City the truth / Biennale di Curitiba, Brasile

Marco Bolognesi, Bellatrix 2017, collage corporeo, Sendai City The Truth / Biennale di Curitiba, Brasile

 

La società che quindi Bolognesi vuole rappresentare è Sendai City, uno spazio sociale riconducibile ad una metropoli del futuro post-punk e animata da diversi lavori realizzati in precedenza dall’artista: dalla fotografia ai video, dai disegni alle installazioni. Anche la scelta del luogo non è casuale, in quanto teatro principale dei conflitti che affliggono le popolazioni mondiali. La città, o metropoli moderna diventa il campo di battaglia principale in cui società diverse tra loro si incontrano e soprattutto scontrano tra loro. La visione di Bolognesi non si sofferma però all’immediatezza delle conseguenze provocate da un simile scenario, ma si protende ancora verso ciò che da queste trascende e diviene entità a sé. Così l’individuo soggetto e oggetto del conflitto si ritrova a doversi da esso salvare, e utilizzare gli strumenti che la tecnologia offre come strumento di mutazione. Il protagonista è quindi esso stesso un mutante, vittima di questo conflitto fisico e intellettuale qui rappresentato attraverso oggetti che si fanno metafora. I modelli delle foto sono infatti vestiti con materiali riciclati, come racconta Bolognesi stesso: “Ho cercato di lavorare con le pistole ad acqua, quali forme innocue e giocose che rimandando in maniera ludica alla guerra, e con elementi di uso comune come tubi o scatole da elettricisti, facili da trovare in tutte le case delle città del mondo”. Col nero come colore prevalente nelle installazioni fotografiche, Bolognesi vuole farsi messaggero di un futuro estremamente incerto per l’umanità intera. Un futuro parzialmente già presente nell’oggi attraverso questo forte contrasto tra la verità e la falsificazione del conflitto. Con questa mostra, Bolognesi apre un nuovo capitolo negli scontri che imperversano a Sendai City e sceglie di raccontarlo con un progetto fotografico che incarna il conflitto corporeo: “Techno Mutant”.

marco bolognesi

Marco Bolognesi, The hope of Hadar 2017, collage corporeo, Sendai City The Truth, Biennale di Curitiba, Brasile

Marco Bolognesi, The anxiety of Shaula 2017, collage corporeo, Sendai City The Truth, Biennale di Curitiba, Brasile

Marco Bolognesi, Shaula 2017, collage corporeo, Sendai City The Truth, Biennale di Curitiba, Brasile

 

Il colore nero, protagonista delle fotografie (100×70 cm), annulla i confini tra lo spazio e il soggetto in un conflitto crescente, al punto che l’individuo, pur di sopravvivere, è costretto a mutare. Per farlo, l’artista riprende gli elementi della sua ricerca e sceglie ancora una volta di lavorare sulle modelle con oggetti riciclati: “Ho cercato di lavorare con le pistole ad acqua, quali forme innocue e giocose che rimandando in maniera ludica alla guerra, e con elementi di uso comune come tubi o scatole da elettricisti, facili da trovare in tutte le case delle città del mondo”, racconta Bolognesi.  Con questi ingredienti, il lavoro di decontestualizzazione degli oggetti, e dunque del soggetto, ha permesso all’artista di creare una serie di esseri oscuri dal sapore fantascientifico e in piena mutazione, i cui cambiamenti risultano fondamentali per reggere il peso incessante del conflitto, fuori e dentro di loro. In questo senso, secondo Bolognesi la sopravvivenza, e dunque la vita, ci obbliga a mutare fino a perdere ciò che eravamo. Non a caso, i nomi delle fotografie si ispirano a quelli delle stelle, per rammentare le normali origini di questi esseri che, allo stesso tempo, divengono il paradigma di un corpo che sfugge, si fonde e si confonde con lo spazio attorno, ovvero la città. Lo sguardo delle foto mostrerà quindi allo spettatore di Curitiba il malessere della società contemporanea in conflitto, in un universo dove il luogo si annulla col corpo e scompare nel nero.

Martha Pulina

PARIS PHOTO 2017: la 21ma edizione della fiera internazionale della fotografia d’arte di Parigi

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esterno Grand Palais PARIS PHOTO 2017, Credits > Dolores Pulella / la critica A parte

Dalla sua nascita ufficiale per mano di Daguerre nel 1839 proprio a Parigi, la fotografia non ha mai cessato quel processo di lenta ma costante affermazione che la vede ormai, a quasi due secoli dalla sua “invenzione”, un’arte affiancata alle cosiddette “arti maggiori”, e che assume sempre più rilevanza nell’era contemporanea. Padrino d’eccezione per quest’edizione è il fotografo di chiara fama Karl Lagerfeld, direttore creativo della maison Chanel, che ha inoltre selezionato circa duecento fotografie, tra le oltre mille esposte, raccolte in un catalogo che porta la sua firma. Il panorama che si dischiude agli occhi dell’osservatore è come di consueto molto eterogeneo, e copre interamente la storia del medium fotografico, come anche quello delle gallerie, provenienti però per la maggior parte da New York, Londra, Parigi e Tokyo. Gli albori della fotografia si possono scorgere nella galleria Hans P. Kraus Jr, con una selezione di fotografi che vanno dal pioniere William Henry Fox Talbot, passando per Julia Margaret Cameron con il ritratto di profilo della madre di Virginia Woolf, Julia Jackson, Lewis Carroll, fino a Gertrude Käsebier ed Edward Steichen. L’esprit ottocentesco è presente anche alla Gagosian Gallery con quattro ritratti firmati Nadar, ed alla Galerie Françoise Paviot con i clichés-verre di Camille Corot, ed uno dei primi esperimenti di cattura del movimento in fotografia di Etienne Jules Marey. Si comincia ad entrare nel vivo dell’avanguardia dei primi decenni del XX secolo con il ritratto di Jacqueline Goddard di Man Ray, esposto da Lumière de Roses, insieme a diversi scatti di cavallucci marini di Jean Painlevé, intitolati “Hippocampe” del 1933, e messi inoltre in risalto dal critico Clément Chéroux nel catalogo della mostra “La Subversion des Images” del 2009, organizzata dal Centre George Pompidou.

PARIS PHOTO 2017, Gagosian Gallery / Nadar / Credits > Dolores Pulella / la critica A parte

PARIS PHOTO 2017, Lumier des Roses / Painlevé / Credits > Dolores Pulella / la critica A parte

La galleria Jorge Mara-la Ruche possiede un interessante ritratto di cieco di Horacio Coppola del 1934, “Success, London”, molto attuale all’epoca della street photography surrealista discendente da Atget, e con evidenti riferimenti all’interpretazione freudiana della cecità come paura della castrazione; non sorprende infatti di veder esposti nella stessa galleria un doppio ritratto solarizzato di Dora Maar ed un’opera di Man Ray. Restando sempre intorno ai ruggenti anni trenta, la Galerie Julian Sander lascia ampio spazio all’opera di August Sander, uno dei grandi documentaristi del tempo, che realizzò il progetto di raccolta in un unico volume, “Uomini del ventesimo secolo”, di tutta l’umanità tedesca; la stessa galleria dedica una sezione all’opera di André Kertész, mentre la Karsten Greve di Parigi dedica interamente il suo spazio espositivo all’opera di Ilse Bing. Spostandoci dall’altro lato dell’atlantico, ritroviamo l’ereditiera di Atget, Berenice Abbott, con una veduta notturna di New York del 1932, del suo corpus dedicato alla città che non riposa mai, come anche Erwin Blumenfeld con “Black and White” del 1930 circa, esposti da Les Douches.

PARIS PHOTO 2017, Les Douches / Erwin Blumenfeld / Credits > Dolores Pulella / la critica A parte

Restando sempre in territorio americano, la Howard Greenberg di New York dedica una cospicua sezione ai documentaristi statunitensi che furono impiegati dalla Farm Security Administration (FSA) per indagare le condizioni di vita del popolo americano durante il periodo della Grande Depressione, e tra costoro non poteva certo mancare la serie della “Migrant Mother” di Dorothea Lange, che ha segnato una tappa fondamentale della storia della fotografia, ormai impressa nella memoria di molti.

PARIS PHOTO 2017, Howard Greenberg / dalla serie “Migrant Mother” di Dorothea Lange / Credits > Dolores Pulella / la critica A parte

Ampio è il risalto dato ai fotografi di moda, a cominciare da Irving Penn, cui il Grand Palais in questi mesi, e fino a gennaio 2018, sta dedicando una personale facendo luce sull’ampio spettro della sua produzione non limitata esclusivamente alla fashion photography; tornando a quest’ultima, diverse gallerie hanno fatto una scelta espositiva mirata nella direzione della moda come la Hamiltons di Londra, con una serie di scatti di Irving Penn e di Helmut Newton. La Daniel Blau di Monaco di Baviera ha decisamente operato una scelta diversa da quella di tutte le altre, concentrandosi esclusivamente su un genere di fotografia poco nota al grande pubblico, ma fortemente interessante dal punto di vista storico; si tratta di scatti della Nasa e della U.S. Army che documentano i primi anni della Guerra Fredda e le operazioni messe in campo dagli Stati Uniti, come i test atomici nel deserto del Nevada o sull’atollo Bikini, o la ripresa della superficie della Luna nel 1966 e la spedizione Apollo XI del 1969.

PARIS PHOTO 2017 – DANIEL BLAU / U.S. Army, credits > Dolores Pulella / La critica A parte

PARIS PHOTO 2017 – DANIEL BLAU / Nasa, credits > Dolores Pulella / La critica A parte

Non manca neppure una panoramica sugli eventi del 1968, reinterpretati da Marcelo Brodsky nella serie “1968, the fire of the ideas” 2014- 2017, della galleria Rolf Art e Henrique Faria. La Camera Work di Berlino attrae il pubblico con una grande opera di Patrick Demarchelier del 1990, mentre la Louise Alexander ha fatto una scelta espositiva mirata esclusivamente sull’opera di Guy Bourdin, anch’egli specializzato nel campo della fotografia di moda. Molto eterogenea appare l’esposizione messa in scena dalla galleria londinese Richard Saltoun, un concentrato di grandi nomi internazionali che hanno segnato la storia della fotografia della seconda metà del XX secolo: Marina Abramović ed Ulay durante una performance, due “Caryatid” di grande formato firmate Francesca Woodman del 1980, e due opere dell’artista femminista e concettuale americana Eleanor Antin, che traggono ispirazione dal mondo dell’antichità classica, sia nei soggetti che nei titoli.

PARIS PHOTO 2017 – SALTOUN / Eleanor Antin, credits > Dolores Pulella / La critica A parte

Gruppo scultoreo di Polifemo della Grotta di Tiberio a Sperlonga

“The Tree, from the last days of Pompeii” del 2001, e “Constructing Helen from Helen’s Odissey” del 2007, del quale, all’attento osservatore non sfuggirà il sottile ma altrettanto forte legame con il gruppo scultoreo di Polifemo della Grotta di Tiberio a Sperlonga copia del I secolo d.C. da un originale di epoca ellenistica. Non mancano fotografie realizzate nel 2017, come quelle di Ulla Jokisalo, rappresentata dalla galleria Taik Persons di Berlino, le cui perturbanti fotografie di donne come bambole da fiaba con il volto mascherato da animali del bosco, rimandano alla corrente artistica contemporanea del Pop Surrealism di Ray Caesar, Mark Rayden e Benjamin Lacombe.

Dolores Pulella

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PARIS PHOTO 2017 – ROLF ART E HENRIQUE FARIA / Marcelo Brodsky , credits > Dolores Pulella / La critica A parte


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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