REN HANG / L’arte del passato prende vita nel film

REN HANG / L’arte del passato prende vita nel film

di Alexandra Gilliams

Sia sul web che altrove, negli ultimi anni, Ren Hang è salito alla ribalta come un fotografo che ha reso labile il confine di ciò che è accettabile nella pratica artistica della Cina conservatrice. Le sue fotografie evocano una realtà surreale in un’ottica analoga a quella di Ryan McGinley – un ampio panorama di gioventù, corpi e umanità. Anche le sue foto più impudentemente esplicite possono essere lette come un diretto ritratto della fisicità perché, secondo Hang, il sesso e la sessualità sono “parte di un normale e sano stile di vita, tanto quanto mangiare e dormire”. Colori vibranti trapelano da immagini di uomini e donne che sono stati immortalati e illuminati dal suo tagliente flash. Quando Hang ci permette di vedere le facce dei suoi soggetti, le loro occhiate si serrano fermamente sulle nostre, lasciandoci con poca volontà di distogliere lo sguardo. I corpi giacciono molli e sono ammucchiati uno sull’altro. I modelli appaiono a loro agio nonostante le loro contorte e a volte problematiche pose. Sono impietriti ma non freddi; si può vedere la loro volontà di posare per Hang. Lui che li scolpisce, torcendo i loro arti e con cautela posizionando ogni elemento dei corpi finché la composizione si rivela per ciò che stessa è. Elementi naturali si fondono: serpenti vengono avvolti attorno a volti di donne e i motivi rifrangenti delle acque scure inghiottono i corpi spettrali. In un’altra immagine la schiena allungata e girata di una donna spunta da un letto di foglie.

ren hang

Untitled
China, 2015
© Courtesy of Estate of Ren Hang and OstLicht Gallery

Parte di ciò che influenza di Hang chiaramente si ritrova nei lavori del fotografo giapponese Nobuyoshi Araki. I modelli di Araki spesso appaiono assorti nel loro essere fotografati mentre Araki è lui stesso assorto dall’essere in loro controllo. I suoi lavori trasudano una sorta di calma violenta e gli scatti di Hang possiedono una qualità simile. Guardare più da vicino il groviglio di corpi e le teste che sono decapitate in maniera illusoria, può rendere gli osservatori in uno stato d’ansia seppur i modelli stessi appaiono completamente non influenzati da ciò. Il suo uso potente del flash e delle fotocamere punta e scatta dà l’impressione che le sue immagini siano delle istantanee personali. Hang non era interessato a perdere tempo sperimentando con aperture e otturatori; il momento, seppur posato, è effimero. I soggetti rimangono anonimi; essi sono semplicemente un aspetto dell’immagine nel suo insieme. Le loro personalità non vengono mostrate se non nei scherzosi ritratti di sua madre.

Untitled
China, 2015
© Courtesy of Estate of Ren Hang and OstLicht Gallery

Hang ha tragicamente commesso suicidio nel febbraio del 2017 a soli 29 anni. Ha scritto numerosi appunti sul suo diario e poesie che annotano la sua battaglia con la depressione. Era possibile leggerli nel suo sito internet e accompagnavano la sua fotografia. Le sue foto possono emanare gioventù e persino un leggero umorismo ma, quando le si guarda a lungo, alla base vi è un senso di tensione che permea in superficie. Dai suoi scritti si può capire che il suo tumulto interiore veniva nascosto da un’apparenza di leggerezza. Sebbene sia semplice guardare le sue immagini online, è imperativo osservarle di persona. È un’esperienza completamente differente, com’è spesso in molti casi, guardarle stampate in larga scala accompagnate da altre immagini con soggetti simili. Questo ci dà l’opportunità di fare un passo indietro e trarre delle conclusioni sui temi dei suoi scatti, le sue manipolazioni del corpo e la ripetizione dei motivi e dei colori, i suoi collegamenti fra natura e erotismo. Il rosso e il verde sono toni che si ripetono nei lavori di Hang, colori che nella cultura cinese rappresentano la buona fortuna, la salute e la prosperità. Colori che anche rappresentano la natura e la vita, il sangue e la sessualità.

Untitled
China, 2015
© Courtesy of Estate of Ren Hang and OstLicht Gallery

Nonostante i suoi pensieri tormentati egli desiderava comunque catturare l’essenza dell’umanità in una maniera pura. Le sue immagini ci allontanano dai taboo della società che riguardano il corpo, ci fanno sentire a disagio, eccitati, disturbati – ci fanno sentire qualcosa. Anche se nella società occidentale siamo più abituati a questi taboo, quelli che riguardano il corpo – corpi che noi tutti abitiamo – esistono e sono sentiti in maniera diversa in differenti luoghi nel mondo.

Untitled
2011
C-print
40 x 26 cm
© Courtesy of Estate of Ren Hang and Blindspot Gallery

Hang ha ribadito in un’intervista con Purple Magazine che “Ciò che cui credo è che i corpi siano preesistenti a prescindere dal fatto che io li fotografi o no. Sono parte del mondo naturale”.

Untitled 2016 100 x 67 cm © Courtesy of Estate of Ren Hang and stieglitz19

Untitled
© Courtesy of Estate of Ren Hang and OstLicht Gallery

Untitled
© Courtesy of Estate of Ren Hang and OstLicht Gallery

Le sue fotografie evocano opposti, un tira e molla fra il personale e l’anonimo, la leggerezza e la tensione, l’audacia e l’indifferenza. Le fotografie inducono sentimenti che fluttuano e sono fuggevoli, reazioni che sono parte della vita quotidiana. Hang ha veramente catturato con successo un bellissimo frammento dell’umanità.

Alexandra Gilliams

Jo Ann Callis / immaginario domestico e domestici spazi

Jo Ann Callis / immaginario domestico e domestici spazi

di Dolores Pulella

Quando Jo Ann Callis ha scelto di iscriversi al corso di graphic design dell’University of California (UCLA), era una giovane trentenne che non aveva ancora mai preso in mano un apparecchio fotografico. Nata nel 1940 a Cincinnati, in Ohio, giovane moglie e madre di due bambini, si stabilisce in una California travolta dai movimenti pacifisti e dalla rivoluzione sessuale. Piuttosto interessata alla scultura ed al collage, è grazie al corso di Robert Heinecken se la Callis si avvicina alla fotografia, che fino ad allora aveva considerato “troppo tecnica” per la propria natura. Incoraggiata dal suo maestro, scopre la fotografia artistica e comincia a sperimentare seguendo i propri gusti e le competenze nelle altre arti per costruire e calibrare le composizioni.

jo ann callis

Black Table Cloth, 1979 Vintage Dye Transfer Print 20 x 24 inches

Sin da subito infatti l’artista manifesta una forte attrazione per la mise en scène e la bellezza delle idee formali, attingendo tematicamente al proprio universo personale, costituito essenzialmente dallo spazio domestico, quello stesso in cui si stava consumando il naufragio del proprio matrimonio e la crescita dei suoi due figli. Callis afferma che nei suoi quasi cinquant’anni di carriera le proprie idee sono rimaste immutate, i temi a lei cari sono sempre il gender, la sessualità, la bellezza, il potere e la soggiogazione, nonché tutte le “sensazioni della casa” tra cui quella costante tensione che abita lo spazio domestico; ad essere cambiate sono le modalità di espressione. Jo Ann Callis pur avendo sempre preso le distanze dalla politica ed abbia tenuto a ribadire più volte che il suo lavoro è lontano da una semplicistica interpretazione femminista, ha dichiarato di essere ben consapevole di essere un “prodotto del proprio tempo”; non a caso quando ha cominciato a far fotografia era appena scoppiata la rivoluzione sessuale, anche se ha sempre pensato ad esprimere un mondo che appartenesse a lei soltanto.

jo ann callis

Untitled, (Woman with Black Line), from Early Color Portfolio, circa 1976 16 x 20 inches:9.75 x 12 inches Archival Pigment Print

È stata infatti una pura casualità se la sua prima mostra personale ha avuto luogo nel Woman’s Building di Los Angeles, dato che un’amica artista le aveva ceduto lo spazio espositivo. Oggi Callis è celebre soprattutto per le sue serie a colori, ma agli inizi ha lavorato molto anche in bianco e nero, fino a quando non ha fortuitamente incontrato il lavoro di Paul Outerbridge; quest’ultimo è stato oggetto di riscoperta alla metà degli anni ‘70, e la Callis è rimasta affascinata dalle emozioni che le sue immagini a colori riuscivano a trasmettere. Non è un caso se nel 1981 una galleria di Los Angeles abbia organizzato una mostra delle opere della Callis e di Outerbridge insieme, rendendo in tal modo omaggio a colui che l’artista stessa ha più volte riconosciuto come il suo vero modello di ispirazione.

jo ann callis

Man and Plant, 1985 Vintage Cibachrome Print 24 x 30 inches

Per quanto riguarda invece i modelli che ha da sempre scelto per i propri scatti, si riscontra una certa predilezione per l’androginia, essendo da sempre affascinata dall’ambiguità sessuale, argomento ancora tabù fino a qualche decennio fa. Osservando la sua produzione fotografica nel complesso, appare evidente come la matrice del suo lavoro sia surrealista, in virtù dei temi espressi e delle scelte estetiche operate, le quali rimandano alla fotografia surrealista a cui Jo Ann Callis ha guardato, e nello specifico a quella di Hans Bellmer e di Pierre Molinier.

jo ann callis

Woman Juggling, 1985 Vintage Cibachrome Print 30 x 24 inches

Il dramma domestico che si consuma attraverso le sue fotografie è sempre in bilico tra varie interpretazioni, che incuriosiscono l’artista, e che rendono la sua opera catalizzatrice di discorsi sociologici e culturali di estrema attualità, pur essendo trascorse cinque decadi.

jo ann callis

Untitled, (Nude with String), from Early Color Portfolio, circa 1976 16 x 20 inches:9.75 x 12 inches Archival Pigment Print

jo ann callis

Untitled, (Hand Grabbing Ankles) from Early Color Portfolio, circa 1976 16 x 20 inches Archival Pigment Print

jo ann callis

Performance, 1985 Vintage Cibachrome Print 40 x 30 inches

Man in Tie, 1976 Vintage Dye Transfer print 24 x 20 inches

jo ann callis

Untitled (from Ballast), 1984 Vintage Cibachrome Print 24 x 30 inches

jo ann callis

Untitled, (Hand and Honey) from Early Color Portfolio, circa 1976

Dolores Pulella

L’irrazionale razionale fotografia di Philippe Ramette

L’irrazionale razionale fotografia di Philippe Ramette

Parigino originario di Auxerre (1961), Philippe Ramette dopo gli studi presso Villa Arson a Nizza, abbandona la pittura per dedicarsi definitivamente alle arti plastiche, inventando oggetti insoliti ed umoristici a cui non tarderà ad affiancare la fotografia. Pur restando alla base scultore, si serve della fotografia come “traccia di realtà” degli scenari da lui immaginati che sfidano le leggi fisiche della gravità. É al 1989 che risale la prima incursione della fotografia nell’opera di Ramette, con “Oggetto per vedere il mondo nel dettaglio”, in cui il giovane artista è ritratto con un apparecchio ottico che ridefinisce “un punto di vista sul mondo”. Ramette si servirà costantemente della fotografia per circa vent’anni (soprattutto dal 2000), durante i quali realizza una serie di immagini che tentano di razionalizzare l’irrazionale attraverso delle messe in scena studiate in ogni minimo dettaglio e che prendono già forma nei bozzetti che realizza non appena l’idea o il “sogno” prendono forma nella sua mente. 

Philippe Ramette

Philippe Ramette, Photographie couleur, 150 x 120 cm. © Adagp, Paris 2007 © photo Olivier Antoine

Ramette diviene così il regista, ma materialmente le immagini vengono realizzate da Marc Domage, fotografo che da sempre lo accompagna nella materializzazione degli scenari da lui immaginati. É nel caso di Ramette importante sottolineare che le realtà paradossali a cui ha dato vita non sono frutto di ritocchi digitali, ma di reali “missioni” realizzate anche in condizioni di pericolosità.

Philippe Ramette, Untitled (Deauville), 2014

È nel 1996 che Philppe Ramette realizza la sua prima fotografia “in assenza di gravità” con “Balcon 1” in cui lui stesso è affacciato ad un balcone di legno, se non fosse che il balcone in questione, ed anche l’artista, sono in posizione orizzontale anziché verticale nel bel mezzo di un parco. Stessa è la scena di “Balcon II (Hong Kong)” del 2001, in cui stavolta il balcone con Ramette sorge dalle acque della baia di Hong Kong. A questa serie ne sono seguite diverse, come le “Contemplazioni irrazionali”, le “Passeggiate irrazionali”, le “Esplorazioni razionali dei fondali sottomarini”, i “Piedistalli per Riflessione”, tutte immagini accomunate dai leitmotiv tipici dell’artista, come l’utilizzo di quelle che lui chiama “Protesi”, ovvero i trucchi che gli permettono di assumere certe posizioni durante la messa in scena, l’auto-rappresentazione, rigorosamente in completo scuro come l’uomo magrittiano a cui spesso è stato associato, l’idea di sfida delle leggi fisiche terrestri, nonché quella della dimensione contemplativa, sempre presente nelle sue opere. Il risultato è surreale ma nient’affatto inquietante, anzi poetico e malinconico come nel “Viandante sul mare di nebbia” (1818) di Caspar David Friedrich (Hamburger Kunsthalle, Amburgo).

Philippe Ramette, Untitled, 2015

Philippe Ramette, Crise de désinvolture, 2003

Ciò che sorprende nei lavori fotografici di Ramette è che, per quanto si possa esser coscienti dello sforzo fisico che è stato messo in atto dall’artista al momento della realizzazione degli scatti, i risultati non trasmettono affatto tensione, ma al contrario un sentimento di calma, come se la scena davanti ai nostri occhi fosse assolutamente razionale, pervasa da una tranquillità da “sospensione metafisica”, orchestrata sapientemente dalla mente di un’illusionista che sa rendere in immagini le parole di André Breton: “l’immaginario è ciò che tende a diventare reale”.

Philippe Ramette Exploration rationnelle des fonds sous-marins, l’arrivée, 2006

Ramette ha esposto a livello internazionale, e le sue opere fanno parte delle collezioni del Centre G. Pompidou e della Maison Européenne de la Photographie di Parigi, del Musée d’Art Contemporain di Marsiglia, nonché del MAMCO di Ginevra; da anni è rappresentato dalla Galleria Xippas di Parigi, situata nello storico quartiere Marais.

Dolores Pulella

Daidō Moriyama, Streets of Japan

Daidō Moriyama, Streets of Japan

È grazie all’opera di Daidō Moriyama se possiamo osservare l’evoluzione della quotidianità della società giapponese degli ultimi cinquant’anni, cosi com’è, senza filtri. Nato nel 1938 ad Ikeda, vicino ad Osaka, Moriyama si interessa dapprima alla pittura, poi alla grafica, e nel 1959 decide di dedicarsi completamente alla fotografia prendendo dei corsi con Takeji Iwamiya. Nel 1961 si trasferisce definitivamente a Tokyo divenendo l’assistente di Elko Hosoe e dando vita ai suoi primi lavori di fotografia di strada, che nel tempo lo renderanno uno dei fotografi più celebri del nostro tempo. La sua predilezione è sempre stata la città, un’attrazione che non lo ha mai abbandonato, con le sue tante realtà che stimolano le pratiche di accumulazione e ripetizione che Moriyama ha inglobato nel suo modo di fare fotografia.

Daidō Moriyama / Akio Nagasawa Gallery, Photo: Dolores Pulella, XIBT Mag

Tutto quello che accade in città attira il suo sguardo famelico di tesori nascosti, di drammi e commedie, di riflessi, di textures e di insegne che finiscono nel suo obiettivo in continuo movimento. Interessante è come Moriyama abbia sempre subordinato la qualità al soggetto; il risultato è un corpus di fotografie flous, sgranate, con prospettive sghembe, che non tengono conto delle regole convenzionali del medium che ha sempre voluto stravolgere. La quantità poi, è un altro fattore per lui influente, e per questo tiene a sottolineare il ruolo del digitale nella sua pratica, che gli permette di prendere foto senza interruzione mentre passeggia per le giungle urbane.

Daido Moriyama, Night Shinjuku, Tokyo, 2018

Daido Moriyama. Homecoming, Tachikawa. 1969

Ha lavorato anche a New York, ma è a Tokyo il suo posto del cuore dove ha divorato come un “cane errante” le scene di ordinaria quotidianità che si consumano nel quartiere di Shinjuku, accattivante e ricco di stimoli come quasi tutti i luoghi malfamati. Nonostante abbia lavorato come professionista per alcune riviste e su commissione, Moriyama si sente più legato allo statuto di “amatore” per le scelte del tutto personali e soggettive che ha sempre operato, e per non essersi mai sentito spinto da un interesse di tipo giornalistico e documentaristico. È ricordato soprattutto per la sua produzione in bianco e nero dai forti contrasti, idea stilistica degli inizi che per molti rimane uno dei suoi marchi di fabbrica, ma in realtà realizza anche fotografie a colori in cui spesso è uno solo il colore che domina sugli altri, come il rosa o il viola, che secondo Moriyama sottolineano meglio l’aspetto volgare e triviale di alcune scene. Il successo è giunto subito dopo la pubblicazione della sua prima raccolta nel 1968, Japan a Photo Theater, cui ne sono seguite fino ad oggi ben 180, tra cui Farewell Photography (1972), Hunter (1972), Mayfly (1972), Another Country in New York (1974), Light and Shadow (1982), A Journey to Nakaji (1987) o ancora Lettre à St. Loup (1990). Per il fotografo il libro è un vero e proprio mezzo per esprimere se stesso, e che al contempo gli permette di trasmettere la passione e la devozione per l’universo multisensoriale della città.

Daido Moriyama, Nagisa

Scorrendo la sua vasta produzione non si può non notare come siano presenti dei velati riferimenti ad altri artisti, soprattutto per alcuni dei suoi temi ricorrenti, come le labbra in Untitled (2001), chiaro rimando a Warhol, da cui riprende anche la ripetizione seriale e la sua predilezione per le scarpe. O come in Tights in cui si intravede il Kértesz delle Distorsioni. Più vicino ai fotografi surrealisti, ed in particolar modo a Man Ray, lo rendono le mani, gli occhi e le gambe con cui riempie il proprio vocabolario formale. Moriyama è attualmente considerato uno degli street-photographers tra i più influenti al mondo; a lui sono state dedicate importanti retrospettive in tutti i principali musei, tra cui il MoMA di New York (1974), il San Francisco Museum of Modern Art (1999), la Fondation Cartier pour l’Art Contemporain (Parigi 2003 e 2016), e nel 2012 la Tate Modern di Londra gli ha dedicato una mostra insieme a William Klein. Collezionato da istituzioni quali il Getty Museum di Los Angeles, il Centre Pompidou di Parigi ed il Metropolitan di New York, di recente, nell’ambito dell’edizione 2018 di Paris Photo ha ricevuto dal ministro della cultura francese Franck Riester il titolo di Cavaliere dell’ Ordre des Arts et des Lettres.

Dolores Pulella

ERNST HAAS: Il grande pioniere della fotografia a colori

Ernst Haas è stato senza dubbio uno dei fotografi più influenti del ventesimo secolo ed è considerato uno dei pionieri della fotografia a colori. Nato nel 1921, inizia a scattare con una Rolleiflex subito dopo il secondo conflitto mondiale e grazie ad un reportage dedicato al ritorno dei prigionieri di guerra austriaci (conterranei di Haas, nato a Vienna) si vede recapitata una offerta di lavoro dal magazine americano LIFE, da lui declinata. Si unisce alla agenzia Magnum nel 1949 su invito di Robert Capa e, sperimentando con la pellicola a colori Kodachrome e delle Leica formato 35mm, diventa la figura di spicco di questo movimento: prima di allora infatti le immagini a colori erano giudicate adatte solamente per fotografie amatoriali; realizza in questo decennio numerosi servizi per LIFE così come vere e proprie antologie: La creazione (1971), In America (1975), In Germania (1976) e Pellegrinaggio himalayano (1978). Nell’anno della sua morte, 1986, riceve l’Hasselblad Award.

Swimmers, 1984 Olympics, Los Angeles

 

Affascinato da varie discipline, Haas è stato anche un grande pensatore e proprio grazie ai suoi scritti è possibile immergersi realmente nel mondo figurativo da lui proposto, riportiamo quindi tre massime che corrispondono alle chiavi di volta dell’arte del fotografo austriaco: il rapporto fra Tempo ed Immagine, la costante sperimentazione ed il peso metaforico dei colori. Non esiste una formula – solamente l’uomo con la sua coscienza parlando, scrivendo e cantando nel nuovo linguaggio geroglifico della luce e del tempo. Haas vede la fotografia come medium perfetto per il trasferimento della propria visione attraverso un nuovo linguaggio, fatto solamente di luce e tempo: lo stretto necessario per l’impressione dei negativi da parte della camera. Esemplare è il suo uso di tempi di scatto estesi e non convenzionali alla ricerca del movimento per includere nell’immagine anche una dimensione fino ad allora poco esplorata: il tempo. Anche Picasso ne rimase impressionato una volta viste le immagini realizzate dall’austriaco durante una corrida presso Pamplona nel 1956. 

Traffic, New York 1963

 

Regata, California 1957

 

Pamplona, Spain 1956

 

Comunque, non voglio dichiarare che non ci siano strade maestre con direzioni utili. “Nell’apprendimento ce ne sono. Seguitele, usatele e dimenticatele. Non fermatevi. […] L’arrivo è la morte dell’ispirazione. […] Affinate i vostri sensi con i grandi maestri della musica, della pittura e della poesia”. In breve, cercate ispirazioni indirette e tutto verrà da sé. La sperimentazione è alla base dell’immaginario Haasiano, egli infatti non concepisce l’apprendimento come una destinazione ma piuttosto come un percorso che mai si deve considerare terminato: una volta sentiti “arrivati” è ora di fare qualcosa di diverso, ricercando l’ispirazione anche nelle altre Arti. “Guardando al passato credo che il mio passaggio al colore sia stato dovuto ad un aspetto psicologico. Ricorderò sempre gli anni in guerra, inclusi almeno cinque amari anni post-bellici, come quelli in bianco e nero o, ancora meglio, gli anni grigi. I tempi grigi erano finiti. Come all’inizio di una primavera io volevo celebrare col colore i nuovi tempi, riempito di una nuova speranza”.

Pamplona, Spain 1956

 

Ricordiamo infatti che i primi lavori di Haas, come il già citato servizio a lui valso l’attenzione del magazine LIFE, si basavano su pellicole in bianco e nero e solamente in seguito al suo trasferimento negli Stati Uniti nel 1951 egli iniziò a lavorare coi colori, una manifestazione di ottimismo che gli regalerà un posto davvero unico nella storia della fotografia.

Luca Torelli

PARIS PHOTO 2018: la 22ma edizione della fiera internazionale della fotografia d’arte di Parigi

PARIS PHOTO 2018: la 22ma edizione della fiera internazionale della fotografia d’arte di Parigi

Paris photo 2018 in immagini ed un o sguardo alle migliori gallerie secondo XIBT, con il reportage di Dolores Pulella

“…E la Francia è storicamente il paese della fotografia”, ha commentato in un’intervista Florence Bourgeois, direttrice di Paris Photo, già da qualche anno alla testa della manifestazione-evento insieme al direttore artistico Christoph Wiesner. Come poterle dare torto, considerando che fu proprio “l’esagono” a dare ufficialmente i natali al medium nel lontano, ma non troppo, 1839. Da allora la fotografia ne ha percorsa di strada, e a sentire la Bourgeois si imporrà sempre di più sul mercato dell’arte, in forte espansione anche in estremo oriente.

L’Edizione 2018 di Paris Photo accoglie 167 gallerie e 31 editori internazionali, presentando una nuova sezione, “Curiosa”, ed un nuovo percorso intitolato “Elles x Paris Photo” che sostituisce quello concepito nel 2017 da Karl Lagerfeld. Le gallerie selezionate sono in prevalenza francesi, inglesi, statunitensi e tedesche, ma non mancano rappresentanze del Giappone, dell’America latina e dell’Africa; meno forte è la presenza italiana rispetto alla Fiac, ma non degli artisti del nostro paese, esposti da gallerie internazionali. Sempre la direttrice Bourgeois tiene a sottolineare il ruolo didattico della grande fiera, in cui le gallerie assumono sempre di più la funzione di entità museali, anche attraverso la scelta dei “solo- show”, operata da una buona parte degli espositori; non solo quindi una grande macchina del business, come a volte è stata definita e per questo criticata, ma anche una vetrina pedagogica che permette di ripercorrere tutta la storia del medium.

Sì perché a Paris Photo non c’è epoca che sfugga, e non c’è “mélange” di stili e correnti che non possa esistere. Quest’ultima è stata la scelta di molte gallerie tra cui la londinese Richard Saltoun che espone Ulay, Gina Pane, Elisabetta Catalano ed Eleanor Antin, o di Peter Fetterman (Santa Monica, USA) con H. Cartier-Bresson, Jacques-Henri Lartigue e Sabine Weiss. Fraenkel (San Francisco) non si sottrae a questa linea espositiva proponendo Robert Adams, Diane Arbus, Richard Avedon e Sophie Calle. Un unicum è rappresentato dalla Gagosian Gallery che ha scelto di sviluppare un tema attraverso diversi “obiettivi”: Andy Warhol e la sua Factory vista con gli occhi di Avedon, Peter Lindbergh, Patti Smith e Douglas Gordon. Hans P. Krauss Jr. (New York) resta fedele alla scelta, operata anche nel 2017, di esporre i pionieri del XIX secolo come Nadar, Roger Fenton, Eugène Atget e Julia-Margareth Cameron. Ampio spazio è dedicato all’opera di donne fotografe, grazie anche al percorso “Elles x Paris Photo”, concepito da Fannie Escoulen con il sostegno del Ministero della Cultura francese; quasi ogni galleria presenta l’opera di una o più fotografe, e tra queste la curatrice ha selezionato degli scatti che hanno dato vita anche ad una pubblicazione: Germaine Krull, Lucia Moholy, Vivian Maier, Sara Facio, Helen Levitt, Martine Franck, Francesca Woodman, Cindy Sherman, Karen Knorr, Agnès Geoffray, Agnès Varda e Lisa Sartorio sono soltanto alcuni dei nomi delle artiste di questo progetto che risponde appieno all’attuale esigenza di parità tra i generi.

L’altra novità è la sezione “Curiosa” dedicata per questo suo primo anno alla fotografia erotica, e curata da Martha Kirszenbaum, in cui spiccano le fotografie dell’artista femminista Renate Bertlmann (Galerie Steinek, Vienna) che rappresenterà l’Austria alla prossima Biennale di Venezia (2019). Per gli organizzatori Paris Photo 2018 si colloca nel segno della fotografia documentaristica; sempre più gallerie osano proporre artisti che si confrontano con temi sociali ed impegnati, come Guy Martin e Simon Norfolk (Benrubi, New York), Taysir Batniji (Éric Dupont, Parigi), ma soprattutto il pluripremiato James Nachtwey a cui Contrasto di Milano ha dedicato un “solo-show” dove è possibile ammirare gli scatti di uno dei più celebri fotoreporter di guerra della nostra epoca.

Dolores Pulella

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAMERA OBSCURA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAMERA OBSCURA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAMERA OBSCURA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, AUGUSTA EDWARDS , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, AUGUSTA EDWARDS , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAROLINE SMULDERS  , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CHRISTOPHE GUYE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CHRISTOPHE GUYE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CHRISTOPHE GUYE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CHRISTOPHE GUYE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, COMPANY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CONTRASTO , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CONTRASTO , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CONTRASTO , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CRONE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANIEL BLAU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANIEL BLAU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANIEL BLAU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANIEL BLAU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANZIGER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANZIGER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ENRICO ASTUNI , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FELDBUSCH WIESNER RUDOLPH  , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FELDBUSCH WIESNER RUDOLPH  , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FIFTY ONE, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FIFTY ONE, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FRANCOISE PAVIOT , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GILLES PEYROULET & CIE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GILLES PEYROULET & CIE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JUANA DE AIZPURU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JUANA DE AIZPURU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JUANA DE AIZPURU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KARSTEN GREVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KARSTEN GREVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KEITH DE LELLIS , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KOURTNEY ROY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KOURTNEY ROY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KOURTNEY ROY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LES FILLES DU CALVAIRE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LES FILLES DU CALVAIRE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LES FILLES DU CALVAIRE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOOCK , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOOCK , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, MAGNUM, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIA LL , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PACE/MACGILL, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PARTICULIERE / FOUCHER-BIOUSSE, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROBERT MANN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROBERT MANN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROBERT MANN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SILK ROAD , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SILK ROAD , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVEN KASHER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, THOMAS ZANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, THOMAS ZANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Letizia Battaglia. Storia di una Pasionaria.

Letizia Battaglia. Storia di una Pasionaria.

Ci sono persone il cui destino si cela anche dietro piccolissimi dettagli, un cognome ad esempio, che segna già dalla nascita un temperamento, un’attitudine nei confronti della vita; è questo il caso di Letizia Battaglia. La sua è stata ed è tuttora una continua battaglia per affermare i suoi ideali di giustizia e libertà, portando avanti progetti fotografici, culturali e politici per riscattare la città di Palermo e la sua bellezza. Trascorsi i primi e felici anni di vita a Trieste, si trasferisce ancora bambina a Palermo con la famiglia, ed intorno ai dieci anni, in seguito ad uno spiacevole episodio, suo padre decide di limitare la sua libertà, che Letizia crederà poi di riconquistare con il matrimonio a sedici anni; purtroppo così non è stato, e la giovane si ritrova imprigionata in una gabbia che le impedisce di esprimersi come donna prima che come moglie, e alla soglia dei quarant’anni finalmente risorge dagli abissi decidendo di porre fine al proprio  matrimonio, e di ascoltarsi.

Letizia Battaglia, 1991 Mimmo Ortolano’s daughter Casa professa

Questo percorso di autoaffermazione personale coincide con l’inizio di quella che sarà una grande carriera come fotoreporter. Agli esordi comincia con la scrittura, tenendo fede al sogno di bambina di divenire scrittrice, poi le viene chiesto di affiancare fotografie ai suoi lavori giornalistici, e con il gioco del caso prende in mano la macchina fotografica. Dopo due anni trascorsi a Milano, nel 1974 fa rientro nella sua amata terra al fianco di Franco Zecchin, suo nuovo compagno di vita, ed insieme fondano l’agenzia “Informazione Fotografica”, frequentata  da Josef Koudelka e Ferdinando Scianna.

Letizia Battaglia, 1982 near St. Clare’s Church. The Killer game.

Sono questi per Letizia gli anni dell’intenso lavoro per il quotidiano palermitano “L’Ora”, gli anni in cui “Palermo ha sofferto tantissimo”, gli anni in cui la mafia eseguiva cinque o sei omicidi al giorno, e lei, la Battaglia era sempre sul luogo, con la sua Pentax al collo, a riprendere una delle pagine più nere della storia del nostro paese: l’omicidio di Piersanti Mattarella, allora Presidente della Regione Sicilia, il 6 gennaio 1980, quello di Cesare Terranova, giudice e Presidente della Commissione Antimafia a Roma, solo per citarne alcuni. Suoi sono anche gli scatti che ritraggono Giulio Andreotti all’Hotel Zagarella insieme ad esattori mafiosi, acquisiti poi agli atti per il processo, o la fotografia che riprende l’arresto del boss Leoluca Bagarella. È stato un periodo che ha fortemente segnato la Battaglia, che in un’intervista ha affermato che non avrebbe più la forza psichica di riaffrontare tutto quello che ha fatto, e soprattutto che ha visto; corpi insanguinati senza vita, proiettati mentalmente in una scena teatrale per volersi dire che quel sangue e quell’orrore sono solo finzione. Purtroppo non lo sono, e con gli omicidi dei giudici G. Falcone e P. Borsellino nel 1992, Letizia ha chiuso un altro capitolo della propria vita, fondando la casa editrice “Edizioni della Battaglia”, e non smettendo mai di lottare affinché sia chiara al mondo la bellezza della sua città, che non è solo sinonimo di mafia, ma anche e soprattutto di storia e di cultura. Sono in tanti ad etichettarla come “La fotografa della mafia”, ma non c’è nulla di più errato.

Letizia Battaglia, 1980 Piersanti Mattarella is dying while being taken out of the car by his brother and future Head of State of Italy.

Letizia Battaglia è una fotografa a 360 gradi, ma a molti è ancora sconosciuta la vastità dei soggetti che ha ritratto, a cominciare dalle donne, o meglio ancora dalle bambine, intorno all’età dei dieci anni, che la riportano indietro nel tempo, a quando lei aveva la stessa età, e come loro i sogni negli occhi. Poi ci sono i malati dell’Ospedale Psichiatrico di Palermo, i quartieri popolari, i suoi preferiti, quelli dove ama intrattenersi con gli abitanti, ed ancora la sua amata città ripresa in ogni sfaccettatura, e con cui ha sempre avuto un rapporto di “rabbia e di dolcissima disperazione”.

Letizia Battaglia, Pindemonte street, Psychiatric Hospital. Palermo 1983

Nonostante la celebrità raggiunta in Italia ed all’estero con esposizioni in Canada, Stati Uniti, Brasile, Est Europa, Francia, Inghilterra e Svizzera, ed il conferimento del Premio Eugene Smith nel 1985, Letizia ha continuato ad occuparsi di progetti che coinvolgono la sua terra, tra cui il tanto atteso Centro Internazionale di Fotografia di Palermo, inaugurato il 25 novembre 2017, all’interno del Padiglione 18 dei Cantieri Culturali alla Zisa che ospita anche L’Archivio fotografico della città, e la cui apertura è stata da lei commentata con queste parole: “È un sogno collettivo (…), io considero il Centro come una piccola ‘cattedrale’ e sapere che questa ‘cattedrale’ si trovi a Palermo mi rende felice (…), potrebbe sembrare esagerato, ma la nascita del Centro rappresenta la realizzazione del sogno di questi ultimi quarant’anni”.

Dolores Pulella

Astrazioni Fotografiche: Keld Helmer-Petersen

Astrazioni Fotografiche: Keld Helmer-Petersen

Pensando ai padri della fotografia artistica a colori vengono immediamente alla mente nomi quali William Eggleston e Stephen Shore che nel corso degli anni Settanta del Novecento, anche tramite grandi esposizioni (memorabile quella tenuta al MoMA nel 1976 da Eggleston), hanno contribuito ad imporre questo medium fino ad allora ritenuto dalla critica “volgare e banale” in quanto solitamente associato con la fotografia commerciale ed amatoriale. Questi non sono però realmente i primi veri grandi risultati ottenuti tramite delle pellicole a colori in quanto già nel corso degli anni Quaranta in Danimarca Keld Helmer-Petersen ne ha mostrato le grandi potenzialità artistiche: egli è oggi infatti considerato il padre della fotografia modernista danese. Isolando i dettagli per dar loro un nuovo senso Petersen mira a cogliere l’essenza della vita moderna sublimando colore e forma (come aveva fatto prima di lui in pittura Paul Cézanne) ed eliminando la profondità di campo mediante l’uso costante di diaframmature estreme: il mondo appare così come una superficie piatta ricca di interessanti motivi geometrici utili a sottolineare l’importanza del colore. Ispirato principalmente da fotografi e architetti americani e tedeschi (uno su tutti Mies van der Rohe) condivide le idee della Staatliches Bauhaus, scuola di origine germanica che fa leva su semplicità, enfasi dell’astrazione ed eliminazione dei dettagli superflui.

Helmer-Petersen riceve la sua prima macchina fotografica nel 1938 dalla madre che come premio per il diploma ottenuto gli regala una Leica IIIc. Con questa 35 millimetri e l’uso delle ottiche Elmar 35mm, 50mm e 90mm realizzerà tutte le immagini dei suoi esordi. I primi esperimenti vengono realizzati su pellicole in bianco e nero ma a causa dell’occupazione nazista in Danimarca queste diventano di difficile riperimento e Keld vira dunque su una Agfacolor, tedesca, giungendo così nel 1948 alla pubblicazione del lavoro che imprimerà il suo nome nella storia della fotografia per sempre: 122 farve fotografier (122 fotografie a colori). All’epoca l’artista ha 28 anni, lavora presso una libreria e dopo avere mostrato al proprietario una selezione dei propri scatti impressi fra 1941 e 1947 ricevendo grandi incoraggiamenti decide di utilizzare l’eredità lasciatagli dal defunto padre per produrre il suo primo volume con una tiratura di 1.500 copie. Il valore dell’opera viene notato anche oltreoceano e così il 29 novembre 1949 la rivista Life gli dedica un articolo di sette pagine dal titolo “Camera Abstractions”. Nel 1950 vola in America e si stabilisce a New York prima e a Chicago poi per studiare all’istituto d’arte (dove fra gli altri insegnava anche il noto fotografo Harry Callahan) e lavorare per Life. Nel 1953 una sua fotografia viene esposta al Mo. Ma. nella mostra collettiva “Post-War European Photography” ma, insoddisfatto della vita americana, Helmer-Petersen decide di tornare in patria e proporsi come fotografo di architettura e design aprendo un proprio studio a Copenhagen (1956), diventando in seguito insegnante di fotografia presso la scuola di architettura della Accademia Reale delle Belle Arti (1964-1990).

Keld Helmer-Petersen photo Björn Dawidsson

Dalla sua permanenza a Chicago nasce “Fragments of a city”, opera monografica datata 1960; qui sperimenta con la camera oscura portando al massimo i contrasti del bianco e nero, esaltando superfici, strutture, frammenti e spazi scovati fra le immense costruzioni della grande metropoli. Nella metà degli anni Cinquanta presenta queste immagini in una serie di esibizioni in Danimarca e Svezia curate dal designer Poul Kjaerholm e giocate sul contrasto immagine-sfondo, contrapponendo ad un pannello nero fotografie di tonalità chiare e viceversa. Negli anni Settanta l’artista danese arriverà addirittura a lavorare senza fotocamera, elaborando direttamente in camera oscura immagini prodotte tramite reagenti chimici e ricercando la quintessenza del minimalismo; questo spirito unito alla scoperta della computer grafica lo accompagnerà fino alla fine della propria vita, terminata nel 2013 all’età di 93 anni. Per Helmer-Petersen il bianco e nero rappresenta dunque l’Alfa e l’Omega della propria carriera: le 122 fotografie a colori così fondamentali per la storia della fotografia non sono per lui altro che un’eccezione, una conferma alla regola che lo farà ricordare per sempre.

Luca Torelli

Si ringraziano Jan Helmer-Petersen per il permesso alla riproduzione degli scatti del padre e Dawid (Björn Dawidsson) per il suo splendido ritratto del fotografo.

L’innocenza paradisiaca: Ruud Van Empel e i ritratti dell’altro mondo

L’innocenza paradisiaca: Ruud Van Empel e i ritratti dell’altro mondo

I loro occhi hanno qualcosa di velato, che l’innocenza maschera fin troppo bene. Sono i protagonisti delle opere di Ruud Van Empel, fotografo e visual artist di origini olandesi. Cresciuto negli anni 60, dove alla sperimentazione fotografica si affiancava l’esplorazione dei costumi, Van Empel si rapportò fin da subito alla fotografia come ad un mezzo attraverso cui esprimere la vivida realtà. Dalle geometrie psichedeliche di The Office (1995-2001), ai volti innocenti di World-Moon-Venus (2006) che guardano dentro l’anima dello spettatore. Una caratteristica dei ritratti da lui fermati su pellicola è la loro innocenza, il loro fissare l’obbiettivo senza voler nascondere nulla. La collezione World-Moon-Venus fu l’opera che consacrò definitivamente Van Empel nell’olimpo dei narratori del reale. Le immagini sono sì iperboliche, eppure nello sguardo dei protagonisti traspare un messaggio profondo, che trascende lo scenario in cui essi sono inseriti. Tra la vegetazione lussuriosa, quasi paradisiaca, giacciono diversi modelli bambini nelle loro pose plastiche che richiamano quelle dell’arte classica.

Allo stesso tempo però, lo sguardo così diretto di questi bambini mostra tutte le sfaccettature umane nella loro più semplice espressione. Un altro modo per rappresentare la realtà metaforizzandola è quello di crearne una su misura, anche se solo su tela. Così Ruud Van Empel decise di dare vita tra il 1999 e il 2002 ad una collezione controversa come Study for Women e la rappresentazione “costruita” della donna. Così i difetti vengono semplicemente smussati o addirittura rimossi per mostrare comunque ciò che la società desidera. Davanti all’iper-realtà con cui queste donne si presentano allo sguardo, alla brutalità con cui vogliono raccontarci il presente, è impossibile non rimanere affascinati dalla tecnica applicata per realizzare ciascun ritratto. Già al tempo gli sguardi delle donne raccontavano innumerevoli storie, e gli scenari attorno aumentano solo la tensione percepita. “Questo genera un certo disagio” afferma Van Empel, “un senso di imbarazzo che si appoggia a ciò che all’inizio del ventesimo secolo veniva descritto come scioccante.” Questo è ciò che Van Empel racconta nelle sue opere, continuando la propria ricerca sulla verità morale, etica ed estetica dei dilemmi della società e dello stato dell’arte. La sofferenza, la curiosità e l’orgoglio si raccontano nei dettagli della pellicola, e i protagonisti entrano in quell’immaginario visuale che resta impresso nella memoria. La ricerca per l’espressione del reale è comunque incessante e ancora oggi Van Empel, con la collezione Solo Work (2011) vede ancora una volta protagonisti dei fanciulli. Anche in questo caso la natura lussureggiante domina lo sfondo, mentre le pose indecifrabili dei bambini scivolano tra gli occhi e fanno concentrare immediatamente sul loro sguardo. Nel 2019 è previsto il completamento della collezione e si potranno ammirare le nuove opere dell’artista. Per il momento, immergersi nel silenzio e abbondanza della natura da lui ritratta per abbandonarsi agli sguardi innocenti, è una pausa analitica dall’irreale realtà che ogni giorno si presenta davanti ad ognuno di noi.

Martha Pulina

ERWIN OLAF: Aesthetic addiction

Per quanto risulti impossibile definire con un solo aggettivo lo stile del fotografo olandese (classe 1959), l’esigenza per la cura estetica è sicuramente il marchio di fabbrica più evidente dei suoi lavori. Nato a Hilversum ma residente ad Amsterdam, Erwin Olaf ha compiuto i propri studi presso la scuola di giornalismo di Utrecht cominciando in tal contesto ad interessarsi più specificatamente al fotogiornalismo. Deciso ad addentrarsi nel mondo della fotografia, è nel 1988 che emerge sulla scena internazionale vincendo il Young European Photographer of the Year Award con la serie “Chessmen”, seguito da una mostra al Ludwig Museum di Colonia. Nel 1987 ha iniziato a dedicarsi anche ad un altro medium, il film, che da allora non ha più abbandonato, utilizzandolo anche come complemento dei propri lavori fotografici.

Erwin Olaf, Self Portrait, Tar & Feathers I & II, 2012

 

I primi lavori rivelano un’attenzione particolare nei confronti di scottanti temi sociali, esplorando il mondo degli esclusi e focalizzando il proprio inconscio ottico sul razzismo e l’omosessualità. L’eco del suo potenziale estetico si è espansa a tal punto da richiamare l’attenzione dei marchi più prestigiosi di tutto il mondo, ed il fotografo ha iniziato a realizzare lavori pubblicitari parallelamente a quelli personali. Il dualismo tra gli scatti impegnati e quelli più frivoli del mondo della moda gli ha comunque concesso, senza reticenza alcuna, di farne denuncia con la serie “Fashion Victims” del 2000, in cui appaiono modelle nude con il volto coperto da borse di marchi come Chanel, Louis Vuitton e Gucci. L’attenzione per la cura di ogni minimo dettaglio fa delle sue fotografie delle messe in scena in cui nulla è lasciato al caso, soprattutto lo studio della luce, che insieme alla semplicità della composizione, è uno dei punti cardine del modus operandi del fotografo; ha infatti preso ampio spunto dalle opere di Vermeer, dalle nature morte della pittura olandese del XVI e XVII secolo, e da Caravaggio, come nel lavoro “Laboral Escena”, omaggio alla “Cena in Emmaus” del Merisi conservata alla National Gallery di Londra.  

Erwin Olaf, Berlin Stadtbad Neukölln – 23rd of April, 2012

 

Erwin Olaf, Mature, 1999 – Cindy C., 78

 

Erwin Olaf, the gym

 

Erwin Olaf, The Ice-Cream Parlour 2004

 

Acclamato come uno dei fotografi più celebri della scena contemporanea, deve la sua fama a numerose collaborazioni con le più importanti istituzioni del mondo dell’arte, quali il George Eastman Museum di New York, lo Shanghai Center of Photography, il Museu da Image e do Som di San Paolo, il Santiago Museum of Contemporary Art, Vogue, Louis Vuitton, ed il Rijksmuseum di Amsterdam, con il quale ha collaborato nel 2016 alla realizzazione della mostra “Catwalk” anche con un video promozionale ed una campagna pubblicitaria. Vincitore di innumerevoli premi, nel 2013 ha vinto il concorso in Olanda per ridisegnare le monete dell’Euro, in circolazione dal 2014. Fervente ammiratore della mentalità di Andy Warhol e Jeff Koons, il suo lavoro fotografico surreale, audace, provocativo, drammatico ed inquietante, verrà celebrato nel 2019 in occasione dei festeggiamenti per il suo sessantesimo compleanno al Gemeentemuseum The Hague, e con la pubblicazione di una monografia a cura delle edizioni Hannibal, Aperture, Xavier Barral e Prestel.

Dolores Pulella


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

ULTIMO ARTICOLO



ULTIMO POST SU INSTAGRAM @XIBTMAG
NON PERDERE GLI
E NON DIMENTICARE DI SEGUIRCI SUI SOCIAL

PER ESSERE SEMPRE AGGIORNATO SULLE NOSTRE NEWS

Privacy Settings
We use cookies to enhance your experience while using our website. If you are using our Services via a browser you can restrict, block or remove cookies through your web browser settings. We also use content and scripts from third parties that may use tracking technologies. You can selectively provide your consent below to allow such third party embeds. For complete information about the cookies we use, data we collect and how we process them, please check our Privacy Policy
Youtube
Consent to display content from Youtube
Vimeo
Consent to display content from Vimeo
Google Maps
Consent to display content from Google
X