Il circo contorto di Kathryn Andrews alla König Galerie.

Il circo contorto di Kathryn Andrews alla König Galerie.

di Elda Oreto

Il circo è il divertimento infantile nella sua massima espressione: i colori e la magia di un mondo sospeso dove tutto è possibile, oltre l’immaginabile.
Ma il circo è anche la finzione per antonomasia, il luogo ambiguo dell’irrealtà dove pagliacci, acrobati, attori appaiono quasi condannati a far divertire la gente.
Circus Empire (l’Impero Circense) è la mostra di Kathryn Andrews alla König Galerie a Berlino che ha inaugurato venerdì 7 giugno ed è esposta fino al 4 agosto 2019.

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

Una gigantesca tenda da circo, realizzata appositamente per la mostra, è incastrata nella Navata della Chiesa St.Agnes, sede della galleria.
Fuori dalla tenda, si incontra il primo lavoro: Picasso trace Buzzer, una scultura che somiglia ad uno di quei giochi che si vedono nei Luna Park. L’opera è composta da tre elementi. La sagoma di un toro così come lo disegnava Picasso – un’immagine che il pittore riproduceva ossessivamente. Un cavo ad alto voltaggio con un uncino all’estremità. E alle spalle del toro c’è una grande gabbia gialla a forma di lampadina. L’ordigno funziona come il gioco per bambini L’Allegro Chirurgo: l’uncino ad alta tensione deve disegnare la sagoma del toro senza toccare il tubo di metallo. Se lo fa, parte un fastidioso ronzio, la lampadina si illumina e una scritta in neon si accende: Picasso not Picasso (Picasso non sei Picasso).
La mostra sembra far riemergere il bambino dispettoso che è in noi, mettendo in scena un aspetto della nostra società che incita ad un divertimento a tutti i costi.
Lo spettatore assiste a questo divertimento senza esserne parte attiva.

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

Tramite la sua pratica artistica, Kathryn Andrews (Mobile, Alabama 1973 – vive e lavora a Los Angeles) indaga le dinamiche di potere e libertà. Utilizzando elementi che rimandano alla cultura Pop, alla tv, al mondo del cinema e dell’intrattenimento, mescolati insieme alla tradizione classica occidentale, dalle arti visive all’archeologia, Andrews sottolinea come la cultura sia una pratica di colonizzazione e di normalizzazione di forme di controllo.
Kathryn Andrews, MFA del Art Center College di Design di Pasadena, e BFA del Duke University di Durham, ha esposto in diverse istituzioni tra cui Field Station: Kathryn Andrews, al Broad Art Museum, Michigan State University, East Lansing, MI (2017), Kathryn Andrews: Run for President, Museum of Contemporary Art, Chicago, (2015), Sunbathers I & II, The High Line, New York, (2016), Special Meal occasional Drink, Museum Ludwig, Cologne, Germany (2013).

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

All’interno della tenda accoglie i visitatori American Claw Game, una scatola di plexiglas che imita la macchina con artiglio della pesca a sorpresa. Ma non c’è nessun manubrio per guidare l’artiglio o nessuna gettoniera. Non c’è nessun modo per giocare.
Si può solo guardare dell’esterno.
Dentro la scatola di plexiglas ci sono vari peluche che ricordano alcuni film hollywoodiani. Tra questi, impigliata nell’artiglio meccanico, c’è una maschera di Richard Nixon, il 37esimo Presidente degli Stati Uniti. La maschera è una imitazione di quella utilizzata nel film ‘Point Break’, in cui un gruppo di surfisti, amanti del rischio, rapinavano banche, mascherati da Presidenti.

Camminando all’interno del Luna Park, ci sono cinque pannelli con le Wheels of Foot in Mouth, una Ruota delle Gaffes, un altro dispositivo ricreativo.
Questi cinque rotondi riproducono dei dittici con dei volti che raffigurano delle maschere futuristiche e dei volti di sculture antiche.
Ogni volto ha una ‘finestra’ sulla bocca e una sulla testa. Come nella ruota della fortuna, un meccanismo sul retro fa apparire a caso figure sulla testa, giochi, armi, simboli, fiori e sulla bocca delle scritte: Did you get an invitation? You remind me of my ex, ad esempio, oppure: Oh, was that the end of your story? Your laugh is so boisterous, e ancora, We’ve already met, Do you dress yourself? ( Ma sei stato invitato? Mi ricordi la mia ex. Oh, era la fine della storia? Hai una risata rumorosa. Ci siamo gia presentati, Ti vesti da sola?)
Luoghi comuni, frasi di circostanza, anche un po’ sarcastiche.
Le due maschere sono delle sfingi che riproducono un enigma senza soluzione.

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

Looking for John Conner, è la riproduzione delle braccia di Terminator attaccate ad un tubo di metallo e che sorreggono un altro più sottile tubo. Ai lati del tubo si intravedono delle miniature di pagliacci.
All’uscita dell’arena, l’ultimo lavoro è composto da due sculture, due volti giganti, che si guardano negli occhi. Due tubi di acciaio attraversano la fronte e all’estremità ci sono due scritte: “Are you Happy with it?” ( Sei contento adesso? ) e “You sound so nervous” ( Mi sembri un po’ nervosa).
Come le frasi dei Wheels anche queste asserzioni celano sempre il loro vero messaggio.
In sottofondo un’installazione audio a 4 canali, Carnival, realizzata da Kathryn Andrews con Scott Benzel, riproduce l’atmosfera del luna park.

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

Circus Empire presenta elementi della contemporaneità, ma ha in sé qualcosa di antichissimo. Anzi, che sembra quasi oltrepassare il tempo tanto da collegare il passato e il presente.
In particolare, mi ricorda che il circo era uno degli intrattenimenti preferiti dagli antichi romani. Nella Satira X, il poeta Giovenale scrive ‘ormai, da quando non si vendono più voti, [il popolo] ha perso ogni interesse; un tempo attribuiva tutto lui, poteri, fasci, legioni; adesso lascia fare, spasima solo per due cose: pane e giochi circensi’.

Kathryn Andrews, Circus Empire, 2019, installation view. Courtesy the artist, David Kordansky Gallery, Los Angeles and KÖNIG GALERIE, Berlin / London.

Per i toni eccessivi ed enigmatici, per gli elementi contrastanti e stridenti, per tutto il clamore e l’ingombrante installazione, che occupa lo spazio, mi ha fatto pensare a questo e alla risposta a questa satira che Marco Tullio Cicerone, lo scrittore latino, scrisse. Secondo lui il problema non era in sè il divertimento, il circo. Ma il desiderio dei singoli individui di vendere la propria libertà e il proprio diritto di uomo libero in cambio di una pancia piena ed eccitazione, che li distraessero dal notare gli appetiti di altri uomini che invece non si saziano mai.

Elda Oreto

L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento

L’artista bambino Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento

Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti
Lucca, Complesso monumentale di San Micheletto
17 marzo – 2 giugno 2019

Già nel 1969 Carlo Ludovico Ragghianti – il noto studioso di storia dell’arte cui è intitolata, insieme alla moglie Licia Collobi, la FondazioneCentro Studi ospitata nel maestoso Complesso monumentale di San Micheletto a Lucca – segnalava la necessità di approfondire il legame fra il disegno infantile, l’arte medievale e la produzione figurativa dei primi tre decenni del Novecento, un argomento del quale era stato pionieristico indagatore nel suo Bologna cruciale 1914, testo fondamentale per le future ricerche sull’arte italiana del Novecento. Dopo aver evidenziato l’importanza per lo studio del disegno infantile del celebre saggio di Corrado Ricci L’arte dei bambini (Bologna, 1887), il critico enumerava gli episodi salienti di questa inedita attenzione per l’arte dei fanciulli: la scuola sul disegno spontaneo dei bambini di Jasnaja Poljana di Tolstoj, fondata nel 1861, il volume Educazione estetica(1909) di Giovanni Ferretti, la mostra di pittura infantile aperta al Salongiovanile parigino del 1908, i contributi italiani all’Esposizione Internazionale di didattica del disegno (Dresda, 1912) e al padiglione Das Kind und die Schule (Lipsia, 1914).

Veduta dell’allestimento. L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento.

Concludendo la propria serrata rassegna e indicando gli episodi fondamentali della ricezione di stilemi infantili nell’arte italiana dei primi tre decenni del Novecento, Ragghianti denunciava l’incompletezza della propria indagine, esprimendo l’esigenza di ulteriori approfondimenti: è una lacuna che la Fondazione Ragghianti, diretta da Paolo Bolpagni, intende contribuire a colmare con la mostra L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento, in programma dal 17 marzo al 2 giugnoe curata da Nadia Marchioni, che affronta il tema indagandone anche gli antefatti, ed è realizzata grazie al costante supporto della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e con il patrocinio della Regione Toscana, della Provincia di Lucca e del Comune di Lucca.

Veduta dell’allestimento. L’artista bambino. Infanzia e primitivismi nell’arte italiana del primo Novecento.

Gli esempi di “regressione” verso il disegno infantile da parte di artisti italiani fra il secondo e terzo decennio del Novecento documentati da Ragghianti nel suo saggio raccontavano, fra le altre, le esperienze di Alberto Magri, Ottone Rosai, Tullio Garbari, Gigiotti Zanini, Carlo Carrà, Riccardo Francalancia e Alberto Salietti. Le prime attestazioni di attenzione, da parte degli artisti, nei confronti dell’infanzia e delle sue espressioni grafiche trovano un importante antefatto nell’opera di Adriano Cecioni, così come nel Ritratto di Yorickdi Vittorio Matteo Corcos, legato a una locandina per la conferenza fiorentina di Corrado Ricci su L’arte dei bambinidel 1885, e nell’inconsueto dipinto Il fallimento di Giacomo Balla.

Alberto Magri, Sul fosso, 1905, Comune di Barga, Casa museo G. Pascoli

La mostra indaga inoltre gli espliciti arcaismi tratti dallo studio dei maestri del Duecento e del Trecento, che vede fra i precursori Alberto Magri, accompagnato dagli amici “apuani” Lorenzo Viani e Adolfo Balduini.

Renato Birolli,Tassì rosso,1932,olio su tela,cm.58×60, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

Questa cerchia di artisti toscani giunge alla stilizzazione di derivazione infantile e medievale con notevole anticipo rispetto alle attestazioni critiche di Ardengo Soffici– grande estimatore di Henri Rousseau su “La Voce” nel 1910 – e di Carlo Carrà (Vita moderna e arte popolare, Parlata su Giotto, Paolo Uccello costruttore), i quali, fra il 1914 e il 1916, auspicavano nei loro articoli la volontà di tornare a “forme pure nello spazio”, consigliando agli artisti che desideravano recuperare, dopo l’esplosiva avanguardia futurista, una saldezza formale, di ispirarsi a stilemi tratti dall’arte popolare, infantile e medievale.

Carlo Carrà, La casa dell’amore, 1922, Pinacoteca di Brera, Milano

Proprio da questo nucleo di artisti toscani – afferma la curatrice Marchioni– la mostra parte per ricostruire la storia della regressione al linguaggio dell’infanzia nell’arte, che si avvia con Magri e Viani poco dopo la metà del primo decennio del Novecento e si diffonde fra una selezionata cerchia di artisti che ebbero modo di confrontarsi più o meno direttamente con queste espressioni formali, grazie anche al contributo di contemporanee affermazioni critiche pronte ad avallare la validità di questa scelta controcorrente: fatale appare la coincidenza fra la data dell’inaugurazione della mostra di Magri al Lyceum di Firenze (2 giugno 1914) e quella della pubblicazione su “Lacerba” del saggio di Carrà Vita moderna e arte popolare(1 giugno 1914), in cui l’autore si scaglia contro la “falsissima idea di potersi creare artificialmente una verginità e una sensibilità moderna andando nel lontano centro d’Africa”, inneggiando alle opere eseguite “per semplice diletto da bambini, operai, donne”, come l’unico modo per “osservare e assimilare le leggi plastiche manifestate nella loro primordiale purezza”.

Carlo Erba, Le trottole del sobborgo (che vanno), 1915, collezione privata -foto Lucio Ghilardi, courtesy Filippo Bacci di Capaci

La mostra si articola in sei sezioni a partire dall’interesse di fine Ottocento verso il fenomeno dell’arte infantile.

Sezione I – Adriano Cecioni e il mondo dell’infanzia

I dipinti e le sculture di Adriano Cecioni, con la loro partecipe attenzione per il mondo dell’infanzia, aprono la sezione che ruota attorno a celebri opere come Primi passi, Ragazzi che lavorano l’alabastroeRagazzi mascherati da grandi, irripetibiletestimonianza, quest’ultima, dell’energia e dell’istintualità infantile, tradotte in uno stile precocemente semplificato.

Sezione II – Corrado Ricci e le prime incursioni del disegno infantile nell’arte fra Otto e Novecento

Il volume di Corrado Ricci e la locandina della sua conferenza fiorentina, i cui stilemi infantili sono ripresi nel Ritratto di Yorick di Vittorio Matteo Corcosdel Museo Civico Giovanni Fattori di Livorno, costituiscono, con altri dipinti e documenti, il nucleo originario della mostra. In essi, tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, si manifesta nell’arte l’interesse verso il disegno infantile, culminante nell’incredibile dipinto Il fallimentodi Giacomo Balladel 1902 (di cui sono esposti il bozzetto esecutivo e il disegno preparatorio, prestato dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma). L’attenzione per il disegno infantile negli ultimi anni dell’Ottocento e la sua diffusione presso gli artisti è documentata dall’intervento di Paola Lombroso Il senso drammatico nel disegno dei bambini, riccamente illustrato e pubblicato sulla celebre rivista “Emporium” (1897).

Sezione III – Disegno infantile e Medioevo: alle sorgenti della figurazione
Il caso pioneristico di Alberto Magri e del cenacolo tosco-apuano

Questa sezione illustra il pionieristico caso di accoglienza di stilemi infantili e medievali nell’opera di Alberto Magri, che già nel 1908, con Il ferimento di una bambina, mostra di aver intrapreso con solitaria determinazione lo studio dell’infanzia dell’uomo e dell’arte. Di Magri sono presenti, oltre ai dipinti di minore formato, gli importanti cicli pittorici deiprimi anni Dieci, assieme alle opere degli artisti a lui legati, fra cui Adolfo Balduini, Spartaco Carlini e Lorenzo Viani. La sezione prevede inoltre un approfondimento legato all’illustrazione per l’infanzia e in particolare l’esposizione del “Giornalino di Gianburrasca”e del “Corriere dei Piccoli”.

Sezione IV – L’immagine del bambino e la diffusione del primitivismo infantile in Italia negli anni della Grande Guerra

Durante la Grande Guerra l’immagine del bambino fu fra le più sfruttate dalla propaganda su ogni sorta di materiale a stampa, dai quotidiani, alle cartoline, ai giornali di trincea; per una sorta di osmosi culturale, la pittura risentì di questa pacifica invasione, e nelle opere di alcuni artisti restò traccia di quelle fanciullesche figurazioni, come è evidente in rari lavori di Ottone Rosai, Alberto Magri, Tullio Garbari, Gigiotti Zanini, Alberto Salietti e Piero Bernardini. In questa sezione, ai dipinti degli artisti sopra citati sono affiancati materiali a stampa e disegni originali eseguiti da maestri dell’illustrazione e da artisti prestati alla propaganda bellica, fra cui, per esempio, Carlo Carrà, Giorgio de Chirico, Mario Sironi e Ardengo Soffici.

Sezione V – Soffici e Carrà fra arte infantile e popolare

Agli scritti di Carrà e Soffici su un’arte sorgiva e infantile pubblicati fra il 1910 e il 1916 su “La Voce” e su “Lacerba” fanno eco i dipinti dei due artisti, più legati a una prospettiva popolare nel caso di Ardengo Soffici, che inizia a produrre i suoi “trofeini” ispirati ai pittori delle insegne degli empori di paese, e stimolati, invece, da un’arte infantile mutuata dall’esempio del Doganiere Rousseau in CarloCarrà(che conservava nella propria collezione un disegno di Rousseau, esposto in mostra) e, in rare occasioni, da Giorgio Morandi.

Sezione VI – Esempi di primitivismo infantile in Italia negli anni Venti e Trenta del Novecento

La semplificazione formale che va verso un miniaturismo di tipo infantile, talvolta caratterizzato da una potente rielaborazione volumetrica, compare nel primo dopoguerra in alcuni artisti comeRiccardo Francalancia, Fillide Levasti, Renato Birolli e Ottone Rosai. L’esposizione si conclude con esempi di ritratti e paesaggi dalle atmosfere incantate, affiancando a questi e altri pittori l’esempio del milanese Cesare Breveglieri, che rappresenta una delle più feconde resistenze del primitivismo infantile nell’arte, prontamente segnalato da Carrà, alla metà degli anni Trenta, sul giornale “L’Ambrosiano”.

Alberto Magri, Il bucato, tempera su tavola, 1913, coll. privata 002

Ottone Rosai, Conversazione, 1922 olio su tela, cm43X33,5, Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

Gianfilippo Usellini, Il carnevale dei poveri , 1941- VAF 2141, Trento, MART Archivio fotografico e Mediateca

Riccardo Francalancia, Ritratto di Gustavo, 1923, Sovrintendenz Capitolina, Musei della scuola romana, Villa Torlonia

Un percorso interessante dunque e anche molto piacevole, che, partendo dalla fine dell’Ottocento, percorre i primi decenni del XX secolo, mostrando opere di artisti affascinati dall’universo infantile, di cui prendono in varie forme e stili l’essenza: la semplicità, la poesia, la soavità dei colori e dei soggetti rappresentati.

Piero Guccione. La pittura come il mare al Museo d’arte Mendrisio

Piero Guccione. La pittura come il mare

Museo d’arte Mendrisio
7 aprile – 30 giugno 2019

Oggi nel mondo non c’è un artista che riesca a darci la dimensione della luce e della relazione tra l’azzurro, il mare e il cielo come Piero Guccione l’ha dipinto. Nato nel 1935 a Scicli, ultima propaggine meridionale della Sicilia e recentemente scomparso, per oltre quaranta anni, ogni mattina, Guccione ha guardato il mare cercando di coglierne le vibrazioni, le variazioni, non per semplice descrittivismo, ma per trovare un’anima che nel mare è dell’uomo.

Tramonto a Punta Corvo 1970 olio su tela 66 x 64 cm Fondazione Il Gabbiano, Roma

“Mi attira l’assoluta immobilità del mare, che però è costantemente in movimento.” E’ questa la grande impresa, “quasi ossessiva” – annoterà il critico Michael Peppiatt – che Guccione ha affrontato quotidianamente guardando il mare dall’estremo lembo della sua isola, quale ultimo uomo alla fine della terra, con il suo desiderio di catturare qualcosa che è in continuo movimento, per tradurlo in qualcosa che è fisso.

La nave nell’ombra del mare 1978 olio su tela 73 x 72 cm Collezione privata, Roma (Courtesy Galleria Tega, Milano)

Il rischio sarebbe stato l’astrazione, eppure le sue opere non sono astratte; il rischio sarebbe stato il vuoto, eppure Guccione non dipinge il vuoto, grazie alla presenza della cultura figurativa del Novecento, che, nel frattempo, ha demolito la figuratività. Mediante i suoi oli l’artista siciliano  questa figuratività l’ha ricostruita partendo da quelle macerie.

Cielo e nuvole a Punta Corvo 2006 pastello 67.5 x 62.5 cm Galerie Claude Bernard

Nel dipingere il mare e il cielo, Guccione è stato attratto, come forza e come colore dall’impercettibile differenza che c’è tra la parte alta dei suoi dipinti dove c’è il cielo e la parte bassa dove c’è il mare al limite della terra. Questa impercettibilità è quella che ha dipinto. Osserva Guccione: “La mia pittura oggi va verso un’idea di piattezza che contenga l’assoluto, tra il mare e cielo, dove quasi il colore è abolito, lo spazio abolito. Insomma una sorta di piattezza, che però, in qualche modo, contenga un dato di assolutezza, di una cosa che assomiglia a niente e che assomiglia a tutto.”

Piero Guccione

Piccola spiaggia 1996-1998 olio su tela 81 x 72 cm Collezione Giuseppe Iannaccone, Milano

Ne coglieva bene l’essenza già lo scrittore Alberto Moravia che scriveva: “Guccione non illustra figure e situazioni ma cerca anzi di ridurre il più possibile il riferimento illustrativo…si è messo fuori dalla storia, si è tenuto alla passione che è di tutti i tempi e di tutti i luoghi e a quella soltanto.”

Piero Guccione

Il mare a Punta Corvo 1995-2000 olio su tela 86 x 113 cm Collezione privata

Questo “mettersi fuori dalla storia” ha portato l’artista ha prediligere, oltre all’olio, l’uso del pastello, scoperta avvenuta tra il 1973 e il 1974 in un primo momento come mezzo preparatorio dell’olio, un modo di prendere appunti. Da quel momento in avanti il suo procedere sarà parallelo con la pittura, l’olio, l’istituzione, se si vuole, e il pastello che esprime un’emozione più immediata e diretta, animando la natura e trasferendo alla natura i sentimenti e le passioni umane, dalla gioia al dolore, dalla malinconia all’indignazione.

Luna d’Agosto 2005 olio su tela 76 x 105 cm Collezione privata, Roma

Il Museo d’arte di Mendrisio ripercorre questo viaggio dentro il mare attraverso l’esposizione di circa 60 opere tra oli e pastelli che hanno per tema il mare e la natura arida dell’estremo lembo della Sicilia orientale a partire dai primi anni settanta fino al 2012. La scelta delle opere è curata da Simone Soldini, direttore Museo d’arte Mendrisio, e dall’Archivio Piero Guccione. Un catalogo di circa 130 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenterà con fotografie e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e curatori e seguite dai consueti apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni.

ARCO Madrid 2019. L’edizione della transizione.

ARCO Madrid 2019. L’edizione della transizione.

vista per noi dalla nostra inviata Ludovica Cadario
Si è conclusa da pochi giorni la 38esima edizione di Arco Madrid, definita dai suoi stessi direttori e da molti galleristi, come la migliore degli ultimi anni in termini di vendite. È stata un’edizione di transizione, codiretta da Carlos Urroz, che conclude la sua esperienza come direttore di Arco dopo dieci anni, a da Maribel López, che lo sostituirà a partire dalla prossima edizione. Un passaggio di testimone che ha visto come partecipanti 203 gallerie delle quali 166 facevano parte del programma generale.

Tra gli exhibitors più interessanti, Mai 36 di Zurigo, che ha celebrato i trent’anni dalla sua prima partecipazione ad Arco nel 1989, con una interessante selezione di artisti fra cui Jacobo Castellano, Luigi Ghirri e Matt Mullican.

MAI 36 Gallery, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Fra le più rinomate non poteva mancare Hauser & Wirth con un impressionante solo project di Jenny Holzer.

Hauser&Wirth, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Chi ha fatto parlare molto di sé, suscitando grande attenzione mediatica, è stata l’italiana Galleria Prometeo, la quale ha presentato un’opera nata dalla collaborazione fra Santiago Serra e Eugenio Merino. Gli artisti hanno realizzato una scultura iperrealista del Re Felipe VI che avrebbero voluto vendere per 200.000 euro, con la clausola che la stessa venisse data alle fiamme entro l’anno. Il booth, e anche quelli adiacenti, sono stati volutamente evitati dai sovrani spagnoli il giorno dell’inaugurazione per non suscitare polemiche e non correre il rischio che venissero scattate delle foto del re accanto all’opera. Per il momento nessuno ha ancora deciso di comprare l’opera.

Prometeo Gallery, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Fra le gallerie italiane, anche la romana Monitor con un interessante duo di Sérgio Carronha e Nicola Samorì. L’artista italiana Chiara Fumai è stata rappresentata da Rosa Santos con una immersiva installazione dell’artista che sarà presentata alla prossima Biennale di Venezia. Sempre a Venezia ritroveremo l’artista Sergio Prego con Galeria etHall. Elegantissimo e raffinato il Solo Project di Operativa Arte Contemporanea dell’artista Emiliano Maggi.

Monitor Gallery, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Monitor Gallery, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Rosa Santos, Chiara Fumai, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Operativa Arte Contemporanea, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

EtHall, Sergio Prego, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

La sezione “Diálogos”, composta da 13 gallerie selezionate da Catalina Lozano, curatrice del Museo Jumex, e Agustín Pérez Rubio, curatore della Biennale di Berlino, aveva il fine di mettere in dialogo le opere di due artisti per ogni galleria. Degna di nota la galleria brasiliana Luisa Strina con le opere di Anna Maria Maiolino e Magdalena Jitrik. La sezione “Opening” curata da Tiago de Abreu Pinto e dall’italiana Ilaria Gianni, aveva come protagoniste 21 giovani gallerie nazionali e internazionali. Questa sezione dedicata a gallerie con meno di sette anni di storia, ha partecipato la madrilena Twin Gallery con i suoi due artisti più conosciuti, Marla Jacarilla e Manuel Franquelo Giner. Bombon Projects di Barcellona ha offerto con un progetto dinamico e innovativo con il lavoro di Anna Dot e Aldo Urbano.

Meessen de Clercq, Nicolás Lamas, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Bellissima la proposta della galleria belga Meessen de Clercq con sculture che collegano archeologia e nuove tecnologie dell’artista peruviano Nicolás Lamas.

Meessen de Clercq, Nicolás Lamas, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Quest’ultimo è uno dei 200i artisti sudamericani presenti in fiera al di fuori di quelli presentati nella sezione “Perù en ARCO”, curata da Sharon Lerner, curatrice del del Museo de Arte de Lima (MALI). La curatrice della sezione dedicata al paese invitato, ha dichiarato che il progetto è stato concepito senza pretendere di essere rappresentativo di un’arte nazionale ufficiale, ma che era una lettura, tra le tante possibili, della produzione artistica locale. La caratteristica più evidente di questa sezione è stato il ricorrere di elementi della geografia e dalla natura del paese andino. La sezione, che in pianta raffigurava una rosa del deserto, è stata progettata dagli architetti peruviani Mariana Leguía e Maya Ballén. Ospitava 24 artisti peruviani provenienti da 15 gallerie. Quello che è importante sottolineare è che “Perù en Arco” sembra aver determinato il successo  della fiera spagnola di quest’anno: il numero presenze fra professionisti e collezionisti è aumentato dell’8% rispetto all’edizione anteriore e questa crescita è stata favorita proprio dal grande afflusso di visitatori provenienti dall’America, in particolare dall’America Latina, mossi dal fatto che il 29% delle proposte internazionali della fiera giungessero proprio dall’America del Sud. Con il Perù come Paese invitato Arco si è consolidata dunque come il più significativo punto di incontro e scambio tra Europa e America Latina. Nonostante questo successo, con “Perù en ARCO” l’epoca dell’idea del paese invitato dell’ormai ex direttore Carlos Urroz volge al suo termine (nel 2015 era stato l’anno della Colombia e nel 2107 quello dell’Argentina), la nuova direttrice ha già annunciato infatti, che Arco 2020 sarà dedicata ad un tema: “It’s Just a Matter of Time”.

Operativa Arte Contemporanea, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Hauser&Wirth, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Helga de Alvear, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Helga de Alvear, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Thomas schulte, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Tony Oursler, Moises Perez De Albeniz, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

Parra & Romero, ARCO MADRID 2019, foto Ludovica Cadario, XIBT Magazine

ART PARIS ART FAIR 2019 al Grand Palais / Parigi 4 – 7 Aprile 2019

ART PARIS ART FAIR 2019 al Grand Palais / Parigi 4 – 7 Aprile 2019

Come di consueto anche quest’anno la 21ma edizione della fiera Art Paris Art Fair avrà luogo nello scenario del Grand Palais di Parigi dal 4 al 7 aprile 2019, e le novità saranno non poche. La peculiarità della fiera è sempre stata quella di rivolgere uno sguardo mirato alla scena emergente, pur celebrando l’arte internazionale dal secondo dopoguerra ai nostri giorni. Rispetto all’edizione 2018 quest’anno si registra un aumento delle gallerie che esporranno, in numero di 150, e tra queste figurano Art Concept, Ceysson & Bénétière, Jérome Poggi, Praz Delavallade e SAGE Paris. Venti i paesi rappresentati durante la manifestazione, dall’Asia all’Africa, dal Medio-Oriente all’America.

Interessante è il doppio focus su cui i curatori hanno voluto puntare l’obiettivo per questa edizione: da una parte l’arte femminile, e dall’altra la scena artistica dell’America latina. Per concepire un percorso che ponesse in risalto la creazione femminile in Francia dal 1945 ad oggi, gli organizzatori della fiera hanno affidato la curatela ad AWARE, Archives of Women Artists, Research and Exhibitions, associazione fondata nel 2014 da sette donne, il cui scopo è quello di dare voce all’opera delle artiste del XXmo secolo.

Una delle co-fondatrici, Camille Morineau, storica dell’arte specializzata nell’arte femminile, ha selezionato i 25 progetti tra le proposte delle gallerie partecipanti secondo quattro tematiche: Astrazione, Avanguardia femminista, Immagine e Teatralità. Tra questi figurano quelli di Valerie Belin, Laure Prouvost, Shirley Jaffey (Nathalie Obadia), Esther Ferrer (Lara Vincy), Oda Jaune (Templon), ed Orlan (Ceysson & Bénétière), solo per citarne alcuni. A fare da collante tra i due focus cardine di questa edizione della fiera è sicuramente l’esposizione di una serie di opere di artiste latino-americane della collezione di Catherine Petitgas, mecenate e storica dell’arte membro del Tate Latin American Acquisitions Committee e del Centre Pompidou International Council.

Il percorso focalizzato sull’America Latina prende il nome di Étoiles du Sud, orchestrato da Valentina Locatelli, curatrice indipendente, e prevede una selezione di una sessantina di artisti latino-americani rappresentati da circa venti gallerie. Alcune di queste esporranno le opere degli astrattisti geometrici degli anni sessanta e settanta, quali Carlos Cruz-Diez, Ivan Contreras Brunet, Dario Perez Flores e Marino di Teana, un’altra invece, la Xin Dong Cheng Gallery ha incentrato la propria partecipazione alla fiera su un progetto che prevede il coinvolgimento di sei artisti della scena artistica cubana di generazioni diverse, come Manuel Mendive, Raul Martinez, Adonis Flores, René Francisco Rodriguez, Michel Mirabal e Yunier Hernandez Figueroa. Complementare al percorso Étoiles du Sud sono certamente le due conferenze che si terranno il 5 aprile alla Maison de l’Amerique Latine, dal titolo “Latin American Women Artists in France” e “Presence and visibility of Latin American women artists in the world of contemporary art”.

Per questa 21ma edizione si è registrato anche un altro fenomeno che ha caratterizzato ad esempio anche Paris Photo 2018, ovvero la crescente presentazione dei solo-show che saranno trentanove. A connotare poi la vocazione di Art Paris Art Fair come una fiera rivolta all’arte più attuale, è anche il settore “Promesse” posto al centro del Grand Palais, con quattordici gallerie esistenti da meno di sei anni che potranno esporre da uno a tre artisti emergenti.

Dolores Pulella

XIBT MEDIA PARTNER DI ART PARTIS ART FAIR 2019

Immagini > Art Paris © Marc Domage 

Focus su Los angeles: il punto di vista di Mat Gleason sulle appena passate edizioni di Frieze e Alac

Focus su Los angeles: il punto di vista di Mat Gleason sulle appena passate edizioni di Frieze e Alac

Gajin Fujita / Ghost Rider, 2018 / spray paint, paint markers, 12k white gold and 24k gold on six wood panels / 60 x 108 in. (152.4 x 274.3 cm) Courtesy LA Louver Gallery, Los Angeles

Ecco la recensione di Mat Gleason dell’edizione inaugurale.

IL MEGLIO:

1. Lo stand di Vielmetter con la personale di Kim Dingle.

2. Lo stand di LA Louver con la personale di Gaijin Fujita.

3. L’unico dipinto di Warhol che ho visto in tutta la fiera è stato un ritratto di Judy Garland fatto come regalo unico per Liza Minelli da parte di Andy – consegnato da Liza alla Pace Gallery – che può essere vostro per 4.5 milioni di dollari.

4. Un piccolo quadro di Philip Guston di un membro del KKK con la pistola, reso raro dall’assenza del rosa che è visibile solo come base di fondo.

5. Il tendone di Frieze era più piccolo che alle fiere di NY e Londra, ma era miracolosamente libero da quelle stupide sezioni che le fiere spesso fanno (un anno erano gli artisti degli anni ‘70, così forzato, metà delle blue chip del mondo dell’arte era di quella decade). Gli stand di sezione sono notoriamente piccoli e ci trovi il gallerista con una sedia e una pila di materiale superfluo e due persone che guardano qualcosa e nessun altro che può entrarci, che spreco. Frieze LA aveva semplicemente una formula vincente: tutti avevano uno spazio di belle dimensioni e via a tutto gas. Niente tematiche forzate.

6. Metà della fiera è il mercato secondario, roba come John McCracken e l’altra metà sono artisti di oggi che le gallerie rappresentano. Un buon equilibrio.

7. Le persone che aspettavano in fila per un’ora per un caffè o dell’alcool e io che dopo essere andato al Paramount store dove ci sono Coffee Bean & TeaLeaf, ho preso la migliore cioccolata calda di sempre e sono tornato indietro in 20 minuti, riposato.

8. Niente Koons, niente Hirst (okay, uno da dimenticare), niente Kaws e solo un Peter Halley!

Damien Hirst, Isolated Elements Swimming in the Same Direction for the Purpose of Understanding (Right) 1991 / Ph. Prudence Cuming Associates © Damien Hirst and Science Ltd. All rights reserved, DACS 2012

9. Ti porgono una bottiglia d’acqua grande gratis se accedi attraverso l’entrata VIP anche se ci passi per sbaglio come ho fatto io.

10. Nonostante la fiera fosse enorme era, wow, facile accedervi e visitarla.

IL PEGGIO: 

1. Il mondo dell’arte è piccolo e quindi trovi a chiederti come abbiano fatto alcune gallerie ad esserci. Papà dirige la Paramount? Amici di Bettina? Alcuni che stranamente non comprano pagine intere di pubblicità su ArtForum e, ovviamente, i soliti stand scarsi e aspiranti trendy, non all’altezza del contesto elegante.

2.  Si può camminare per la fiera con un bravo comico e collezionare infinito materiale.

3. Prodotti, prodotti, prodotti, – concettuali? Politici? Controversi? 

No, no e no.

4. Quando sai che la persona nel booth non sa nulla di arte a differenza di te e tu non puoi farci un bel niente perché sai che sembreresti pazzo se dicessi quello che pensi quindi butti gli occhi al cielo e prosegui diretto allo stand successivo.

5. Il mese più freddo e umido dell’anno, anche nel deserto, ma è sempre fra gli Oscar e i Grammy quindi “tutti” sono in città.

A parte tutto tirava una buona aria, probabilmente la fiera migliore che ci sia mai stata a Los Angeles. Si sa, le fiere le ami o le odi. Io non sono un integralista, c’era arte da guardare e persone da vedere, c’era proprio la crème de la crème e se questo ti dà fastidio beh, almeno puoi guardare il tuo nemico dritto negli occhi. Cosa volere di più?

ALAC 2019, Richard Heller Gallery, Los Angeles / Joakim Ojanen, Octopus ballin’ on home stone with little guest, 2018 – Ph. Alice Zucca XIBT Mag

Ecco la recensione di Mat Gleason sull’edizione di quest’anno.

La fiera ALAC non ha fatto altro che riaffermare il mio odio per l’arte che fa finta di essere outsider ma si atteggia da esperto. Non puoi essere entrambe le cose. Non puoi essere un membro erudito della casta e allo stesso tempo urlare contro l’establishment “Guardatemi sto prendendo un pennello per la prima volta, penso che farò un disegnino e tante cose belline”. Secondi nella lista sono i fanatici della tecnica “Guardatemi, faccio questo trucchetto col pennello, bello no? Non l’hai mai visto fare prima perché io sono unico con la mia tecnica straordinaria e lo farò ancora, e ancora in blu e poi ancora in giallo e oh, oh, oh, guarda, guarda questo, l’ho fatto in bianco e nero perché sono anche modernista in caso tu sia collezionista!” La fiera barcollava fra stand che erano troppo pieni e altri che sprizzavano autenticità mostrando solo poche cose con molto spazio libero. Ovviamente, quando metti in mostra quadri fatti senza tecnica con chiazze rosa e schizzi colanti verdi, cercare di emulare la trattazione minimalista è abbastanza pretenzioso e, pure, stupido. Gli stand con l’arte universitaria da quattro soldi e cazzeggiamenti orgiastici che erano strapieni e facevano baldoria sull’ironia dei boriosi festeggiati dall’establishment – quelli riscuotevano il maggior successo. 

ALAC 2019, Functional Art gallery, Berlin, Anna Aagaard Jensen – ph. Alice Zucca XIBT mag

C’era qualche stand elegante con qualche lavoro carino, niente di memorabile che ti facesse pensare sarebbe entrato nella storia dell’arte portandola in una nuova direzione, ma, francamente e positivamente, meglio delle altre edizioni di questa fiera, che ha toccato il fondo tre anni fa quando le chiazze informi sfuocate su tela e i fecalomi di ceramica erano ovunque, letteralmente, tutti gli stand a parte tre erano pieni della stessa roba pronta per essere venduta, sterco mercificato senza passione. Quest’anno almeno c’era diversità di approccio. Si vende bene di tutto nel mercato di oggi e niente era troppo radicale o sperimentale (oh, sì certo, tagliente forse per il 1987 ma altrimenti prodotti “affidabili” e niente di che). Quindi un piccolo miglioramento e una ALAC più piccola con molti abituali che si sono diplomati spostandosi alle fiere Frieze e Felix. È accettabile, non necessariamente vale i 49 dollari spesi per il viaggio in Uber e le persone che mi hanno tossito addosso lamentandosi del proprio raffreddore delle quali farò il nome se per caso dovessi ammalarmi a breve. Nemmeno la spremuta pagata 12 dollari mi ha impressionato ma mi avevano assicurato che almeno il cibo sarebbe stato buono questa volta.

Mat Gleason

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, David Kordansky Gallery, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, David Kordansky Gallery, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Marian Goodman Gallery, New York. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Night Gallery – Claire Tabouret, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Night Gallery – Claire Tabouret, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, 303 Gallery – Doug Aitken, New York. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Lisson Gallery, London, New York. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Sadie Coles HQ, London. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Sadie Coles HQ, London. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

FRIEZE Art Fair LOS ANGELES 2019, Sadie Coles HQ – Ugo Rondinone, London. + 303 Gallery – Doug Aitken, New York Ph. Alice Zucca XIBT Mag

ALAC 2019, Richard Heller Gallery, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

ALAC 2019, Richard Heller Gallery, Los Angeles. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

ALAC 2019, Marinaro, New York. Ph. Alice Zucca XIBT Mag

ALAC 2019 Art Los Angeles Contemporary Ph. Alice Zucca XIBT Mag

ALAC 2019, Ever Gold Gallery, San Francisco Ph. Alice Zucca XIBT Mag

PARIS PHOTO 2018: la 22ma edizione della fiera internazionale della fotografia d’arte di Parigi

PARIS PHOTO 2018: la 22ma edizione della fiera internazionale della fotografia d’arte di Parigi

Paris photo 2018 in immagini ed un o sguardo alle migliori gallerie secondo XIBT, con il reportage di Dolores Pulella

“…E la Francia è storicamente il paese della fotografia”, ha commentato in un’intervista Florence Bourgeois, direttrice di Paris Photo, già da qualche anno alla testa della manifestazione-evento insieme al direttore artistico Christoph Wiesner. Come poterle dare torto, considerando che fu proprio “l’esagono” a dare ufficialmente i natali al medium nel lontano, ma non troppo, 1839. Da allora la fotografia ne ha percorsa di strada, e a sentire la Bourgeois si imporrà sempre di più sul mercato dell’arte, in forte espansione anche in estremo oriente.

L’Edizione 2018 di Paris Photo accoglie 167 gallerie e 31 editori internazionali, presentando una nuova sezione, “Curiosa”, ed un nuovo percorso intitolato “Elles x Paris Photo” che sostituisce quello concepito nel 2017 da Karl Lagerfeld. Le gallerie selezionate sono in prevalenza francesi, inglesi, statunitensi e tedesche, ma non mancano rappresentanze del Giappone, dell’America latina e dell’Africa; meno forte è la presenza italiana rispetto alla Fiac, ma non degli artisti del nostro paese, esposti da gallerie internazionali. Sempre la direttrice Bourgeois tiene a sottolineare il ruolo didattico della grande fiera, in cui le gallerie assumono sempre di più la funzione di entità museali, anche attraverso la scelta dei “solo- show”, operata da una buona parte degli espositori; non solo quindi una grande macchina del business, come a volte è stata definita e per questo criticata, ma anche una vetrina pedagogica che permette di ripercorrere tutta la storia del medium.

Sì perché a Paris Photo non c’è epoca che sfugga, e non c’è “mélange” di stili e correnti che non possa esistere. Quest’ultima è stata la scelta di molte gallerie tra cui la londinese Richard Saltoun che espone Ulay, Gina Pane, Elisabetta Catalano ed Eleanor Antin, o di Peter Fetterman (Santa Monica, USA) con H. Cartier-Bresson, Jacques-Henri Lartigue e Sabine Weiss. Fraenkel (San Francisco) non si sottrae a questa linea espositiva proponendo Robert Adams, Diane Arbus, Richard Avedon e Sophie Calle. Un unicum è rappresentato dalla Gagosian Gallery che ha scelto di sviluppare un tema attraverso diversi “obiettivi”: Andy Warhol e la sua Factory vista con gli occhi di Avedon, Peter Lindbergh, Patti Smith e Douglas Gordon. Hans P. Krauss Jr. (New York) resta fedele alla scelta, operata anche nel 2017, di esporre i pionieri del XIX secolo come Nadar, Roger Fenton, Eugène Atget e Julia-Margareth Cameron. Ampio spazio è dedicato all’opera di donne fotografe, grazie anche al percorso “Elles x Paris Photo”, concepito da Fannie Escoulen con il sostegno del Ministero della Cultura francese; quasi ogni galleria presenta l’opera di una o più fotografe, e tra queste la curatrice ha selezionato degli scatti che hanno dato vita anche ad una pubblicazione: Germaine Krull, Lucia Moholy, Vivian Maier, Sara Facio, Helen Levitt, Martine Franck, Francesca Woodman, Cindy Sherman, Karen Knorr, Agnès Geoffray, Agnès Varda e Lisa Sartorio sono soltanto alcuni dei nomi delle artiste di questo progetto che risponde appieno all’attuale esigenza di parità tra i generi.

L’altra novità è la sezione “Curiosa” dedicata per questo suo primo anno alla fotografia erotica, e curata da Martha Kirszenbaum, in cui spiccano le fotografie dell’artista femminista Renate Bertlmann (Galerie Steinek, Vienna) che rappresenterà l’Austria alla prossima Biennale di Venezia (2019). Per gli organizzatori Paris Photo 2018 si colloca nel segno della fotografia documentaristica; sempre più gallerie osano proporre artisti che si confrontano con temi sociali ed impegnati, come Guy Martin e Simon Norfolk (Benrubi, New York), Taysir Batniji (Éric Dupont, Parigi), ma soprattutto il pluripremiato James Nachtwey a cui Contrasto di Milano ha dedicato un “solo-show” dove è possibile ammirare gli scatti di uno dei più celebri fotoreporter di guerra della nostra epoca.

Dolores Pulella

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAMERA OBSCURA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, AUGUSTA EDWARDS , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CAROLINE SMULDERS  , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CHRISTOPHE GUYE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CIPA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, COMPANY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CONTRASTO , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, CRONE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANIEL BLAU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, DANZIGER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ENRICO ASTUNI , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FELDBUSCH WIESNER RUDOLPH  , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FIFTY ONE, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, FRANCOISE PAVIOT , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GAGOSIAN , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GALERIE DU JOUR AGNES B. , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, GILLES PEYROULET & CIE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JOHANNES FABER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, JUANA DE AIZPURU , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KARSTEN GREVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KEITH DE LELLIS , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, KOURTNEY ROY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LES FILLES DU CALVAIRE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LES FILLES DU CALVAIRE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOOCK , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, LOUISE ALEXANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, MAGNUM, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIA LL , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, NATHALIE OBADIA , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PACE/MACGILL, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PARTICULIERE / FOUCHER-BIOUSSE, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, POLKA, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, PRISKA PASQUER, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, RICHARD SALTOUN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROBERT MANN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROBERT MANN, Photo Dolores Pulella XIBT Mag

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Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, ROSEGALLERY , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SILK ROAD , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SILK ROAD , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVEN KASHER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, STEVENSON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, SUZANNE TARASIEVE , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, TEMPLON , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, THOMAS ZANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

Paris Photo 2018, Grand Palais, Paris, THOMAS ZANDER , Photo Dolores Pulella XIBT Mag

FIAC 2018 in imagini, I primi scatti in diretta da Parigi

FIAC 2018 in imagini, I primi scatti in diretta da Parigi

FIAC 2018, vista da Dolores Pulella per XIBT

Il 18 ottobre scorso Parigi si è vestita a festa pronta come ogni anno ad accogliere la 45ma edizione della FIAC, la Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea, che ha scelto di non cambiare la formula vincente dell’edizione precedente.
Come nel 2017 infatti, le gallerie che espongono sono 195, un centinaio posizionate sotto la navata principale del Grand Palais, e le altre, più giovani ed emergenti, ai piani superiori. Anche la disposizione non è cambiata di molto, lasciando alla francese Perrotin lo spazio centrale adiacente all’ingresso.
Negli ultimi anni la Fiac ha riconquistato un ruolo di primo piano nel panorama degli appuntamenti imperdibili con l’arte contemporanea, ponendosi al fianco di Art Basel e Frieze.
Un terzo delle gallerie esponenti è francese, e tra le presenze internazionali quella italiana è decisamente più consolidata rispetto alle passate edizioni.
Durante la settimana della fiera la città si anima di manifestazioni satelliti che le fanno da eco, e le istituzioni museali ne approfittano per inaugurare grandi retrospettive, come quelle dedicate a Basquiat e Schiele alla Fondazione Louis Vuitton, o quella su Franz West al Centro Pompidou.
Benché il cuore pulsante della manifestazione resti il Grand Palais, il programma come di consueto prevede un’estensione “Hors les Murs” (fuori le mura) che coinvolge il giardino delle Tuileries, Place Vendôme, e novità 2018, place de la Concorde dove è installato un villaggio di architetture.

Di seguito  I primi scatti in diretta da Parigi della nostra inviata Dolores Pulella.

Sprüth Magers / Berlin, London, Los Angeles

Regen Projects / Los Angeles

Magazzino / Rome

Gavin Brown’s entreprise / New York, Rome

Gagosian / Paris, London, New York, Beverly Hills, San Francisco , Hong Kong, Geneva, Rome, Athens

303 Gallery / New York

Galerie Max Hetzler / Berlin, Paris, London

Neu / Berlin

Praz Delavallade / Paris, Los Angeles

FIAC 2018 in images, the first highlights live from Paris © Dolores Pulella, XIBT Magazine

MAX BECKMANN una grande antologica al Museo d’arte Mendrisio

MAX BECKMANN una grande antologica al Museo d’arte Mendrisio

Max Beckmann (1884-1950)

Museo d’arte Mendrisio

28 ottobre 2018 – 27 gennaio 2019

Max Beckmann è, insieme a Pablo Picasso ed Henri Matisse, uno dei massimi Maestri dell’arte moderna. Con loro figura nelle sale dei più importanti musei del mondo. Nonostante la sua maestria pittorica, plastica e grafica, le sue opere – inquietanti, enigmatiche e sensuali – continuano a essere una sfida per l’osservatore. Tuttavia, incredibilmente, la sua opera non è conosciuta in ambito culturale italiano: l’unica mostra degna di nota si tenne nel 1996 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. 30 dipinti, 15 acquarelli, 80 grafiche e 3 sculture presentati dal 28 ottobre al 27 gennaio 2019 nella grande mostra antologicarealizzata dal Museo d’arte Mendrisio– grazie al sostegno della famiglia e al contributo di Siegfried Gohr, tra i massimi studiosi dell’artista –  daranno modo non solo di riscoprire, finalmente, i principali capitoli dell’opera di questo maestro unico, ma di rivisitare il suo percorso artistico attraverso tutte le tecniche da lui utilizzate. Sarà, tra l’altro,una occasione rara per poter ammirare buona parte della sua eccezionale produzione grafica, elaborata principalmente tra il 1917 e il 1925 e dopo la Seconda Guerra Mondiale, decisiva sulla base di una nuova idea dello spazio nell’elaborazione del linguaggio maturo dell’artista, tra sogno e realtà.

Gli amanti (verde e giallo) (Liebespaar (Grün und Gelb)) 1940-1943 Olio su tela 60 x 80 cm Museum Ludwig, Köln. Inv.-Nr. ML 76/3022, Zugang 1976

Max Beckmann ha toccato, nella sua parabola, grandi vette e conosciuto fasi di abissale declino. Nato a Lipsia nel 1884, nel 1899 entra all’Accademia di Weimar, dove rimane fino al 1903. Nel 1906 si unisce alla Secessione a Berlino, dove vive fino al 1915. Raggiunge precocemente la celebrità con una pittura ancora legata a uno stile tradizionale e tardo-impressionista. Il profondo shock fisico e psichico causato dalla Prima Guerra mondiale lo spinge però al confronto con la pittura modernista, soprattutto francese. Trasferitosi a Francoforte, giunge di nuovo alla celebrità durante gli anni Venti, ma già nel 1933 i nazionalsocialisti lo costringono a lasciare l’incarico di insegnamento e ben presto ricade nell’anonimità. Nel 1937, dopo che la sua arte viene marchiata come “degenerata”, sceglie senza esitazione l’esilio, dapprima in Olanda e in seguito negli Stati Uniti, dove si trasferisce definitivamente nel 1947. Negli anni Trenta e Quaranta realizza, oltre a paesaggi e nature morte, i celebri autoritratti e quadri a tema mitologico e biblico. La sua epoca e la sua vita, compresa tra fama e marginalità, trovano espressione in opere impressionanti, spesso enigmatiche e cariche di simboli, caratterizzate da grande sicurezza nell’uso del colore. Gli ultimi anni americani gli apportano una rinnovata celebrità e vedono il suo stile evolvere verso una maggiore sintesi, con l’uso di colori più intensi. Max Beckmann muore improvvisamente nel 1950 nel Central Park, mentre si reca ad ammirare una sua opera esposta al Metropolitan Museum di New York. L’artista amava il sud dell’Europa.

Autoritratto su sfondo verde con camicia verde (Selbstbildnis auf Grün mit grünem Hemd) 1938-1939 olio su tela 65.5 x 50 cm Museum der Bildenden Künste Leipzig. Nachlass Mathilde Q. Beckmann

Durante molti mesi estivi ha viaggiato in Italia e in Francia, sulla costa mediterranea. Amava le sue spiagge e si è lasciato ispirare dal suo paesaggio: dal mare, dalla vegetazione e dalla cucina mediterranea nella realizzazione di dipinti che irradiano serenità e gioia di vivere. Il lavoro di Beckmann non è stato, però, ancora messo in giusto valore nei paesi del Sud. Di recente, il curatore della mostra Gohr in un libro che sarà edito parallelamente alla mostra di Mendrisio, si è soffermato su alcuni elementi centrali della sua opera, quali gli specchi, gli strumenti musicali, i libri, i fiori e le piante, essenziali per mettere in evidenza la forma e il pensiero dell’artista. Si tratta di un approccio del tutto inedito. Contrariamente ad altri studi che hanno sottolineato i riferimenti alla teosofia, alla letteratura e alla storia politica, Gohr parte da oggetti comuni presenti nei dipinti o nei lavori su carta per indagarne il senso e il significato. Mostra e catalogo consentono di capire come ogni elemento, anche quello apparentemente più banale, abbia in verità un significato profondo nell’arte beckmanniana e faccia parte di un complesso di simboli.

Natura morta con dalie viola (Stilleben mit violetten Dahlien) 1926 olio su tela 70 x 34.5 cm Artimedes Collection

Beckmann ha conferito nuova vita alle tradizionali categorie dell’arte: alle nature morte, alle scene in interni, al paesaggio, al ritratto. Soprattutto gli autoritratti costituiscono un’impressionante testimonianza biografica e storica contemporanea, mentre la parte complessa del suo lavoro è costituita da invenzioni di stampo mitologico e allegorico, che spesso si presentano come particolarmente enigmatiche. Tra gli artisti del XX secolo, Max Beckmann è uno di quelli che più ha intensamente vissuto, sentito e sofferto il proprio tempo. La fama, l’esilio, l’ostracismo, e poi un nuovo apprezzamento nel corso degli ultimi anni della sua vita, rispecchiano il destino dell’arte moderna e dei suoi creatori nella prima metà del secolo.

MATTEO NASINI Neolithic Sunshine

MATTEO NASINI Neolithic Sunshine

fino al 7 ottobre 2018
CENTRO ARTI VISIVE PESCHERIA – PESARO

Matteo Nasini. Neolithic Sunshine, la prima personale dell’artista in un’istituzione museale italiana, interamente concepita per l’occasione sarà visibile presso la Fondazione Pescheria – Centro Arti Visive di Pesaro fino al 7 ottobre 2018. La mostra, a cura di Marcello Smarrelli, comprende numerose opere scultoree e installazioni sonore, caratterizzate da alcuni aspetti ricorrenti nella poetica dell’artista: il suono e le sue origini, l’impiego di pratiche manuali lente, la sperimentazione tecnologica. Come suggerisce il titolo, l’esposizione propone un salto all’indietro di alcune decine di migliaia di anni, epoca a cui risalgono i primi ritrovamenti di parti animali impiegate come strumenti musicali. L’artista ha individuato e selezionato, dalle collezioni di alcuni importanti musei di storia naturale, reperti di fossili animali riconducibili alle prime forme di strumenti acustici: zanne, corna, ossa sono state scansionate e riprodotte in ceramica con una stampante 3D, per essere trasformate in sculture sonore. Oltre alle qualità formali, questi strumenti rudimentali, che rimandano a un immaginario arcaico e ancestrale, mantengono la loro funzione intrinseca nel potenziale sonoro.

Neolithic Sunshine, 2018 Installation view Mixed material Ambiental dimension Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

Neolithic Sunshine, 2018 Installation view Mixed material Ambiental dimension Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

L’installazione Neolithic Sunshine, realizzata nella Chiesa del Suffragio, è un sound piece composto dall’artista ed eseguito da un ensemble di musicisti utilizzando le riproduzioni degli strumenti preistorici. Il brano prende ispirazione dalle più antiche pratiche musicali conosciute – dai riti stagionali e di fertilità, all’idea di suono creatore del mondo, fino alla sua trasformazione in parola – per elaborarle in una composizione polifonica dal carattere narrativo ed evocativo. Il brano viene diffuso nello spazio tramite un sistema audio disposto in forma circolare, seguendo l’andamento dell’edificio: da ogni cassa risuona un singolo strumento richiamando l’assetto formale del rito e ponendo l’ascoltatore al centro dell’installazione musicale. Gli strumenti sono posizionati su un podio al centro dell’aula dodecagonale, come fossero stati depositati dopo un’esecuzione musicale, circondati da una struttura realizzata con fili di lana, intitolata Tenda vestigia. Si tratta di una struttura piramidale realizzata con i fili di lana (gli stessi impiegati per Giardino perduto) e si configura come un “recinto sacro” – non lontano dall’idea del τέμενος(“temenos”) greco – uno spazio spirituale di raccoglimento che accentua il carattere rituale dell’intera installazione, rafforzando i concetti di sfasatura temporale, stratificazione storica e centralità della componente manuale.

Neolithic Sunshine, 2018 Installation view Mixed material Ambiental dimension Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

In linea con l’allestimento della Chiesa del Suffragio, anche il Giardino perduto, l’installazione che occupa parte del Loggiato della Pescheria, crea un aureo ambiente cromatico, suggerito dalla presenza di elementi carichi di energia primordiale e riconducibili all’idea evocativa del reperto. Una serie di oltre venti sculture, anche queste realizzate in fili di lana, disseminate lungo la navata, rimandano a resti di un’architettura inesistente, colonne che non sorreggono nulla, ma – come per Tenda vestigia – rimandano ad uno spazio rituale e fantastico. Quale ideale epicentro dell’energia generata dalle opere in mostra, Nasini ha collocato, sempre nel Loggiato della Pescheria, Ruota, una grande anello in ceramica che ricorda le forme archetipiche dell’architettura preistorica e i primi utensili creati dall’uomo. Infine, a fare da ideale sfondo ai vari episodi espositivi, si trova Principio Selvatico, un arazzo di grandi dimensioni ricamato a mano: una veduta, uno spiraglio, un passaggio primitivo, uno scenario lussureggiante e selvaggio dai colori vividi e conturbanti. Con questa mostra, evitando qualsiasi sguardo nostalgico, Matteo Nasini celebra la genesi di una primordialità feconda. La connessione con il tempo presente e la propensione verso il progresso tecnologico trasformano lo spazio espositivo in un luogo animato da una forte componente rituale, dove arcaismo e modernismo dialogano in un contesto inedito.

Neolithic Sunshine, 2018 Installation view Mixed material Ambiental dimension Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

L’idea di ricostruire il momento straordinario in cui in un luogo e in un tempo indefinito l’uomo ha inventato la musica vuole essere un omaggio alla figura del grande musicista e compositore Gioachino Rossini, di cui si celebra il 150° anno dalla morte, e alla sua Pesaro, nominata Città Creativa Unesco della Musica nel 2017. La mostra sarà lo scenario per una performance, parte del progetto Sparkling Matter, che Nasini ha iniziato nel 2016. A metà tra suono, tecnologia e neuroscienza Sparkling Matter è incentrato sulla registrazione delle attività del cervello umano durante il sonno e sulla loro trasformazione in suoni, attraverso un software di conversione.

Principio Selvatico, 2018 450 x 270 cm Woll, fabric Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

Ruota, 2018 130 x 130 x 30 cm clay Courtesy: Centro Arti Visive Pescheria Photo Michele Sereni

La ricerca artistica di Matteo Nasini (Roma 1976) parte dallo studio del suono, per concretizzarsi in forme fisiche che analizzano in profondità e osservano la superficie della materia sonora e di quella plastica. Da questo ne deriva una pratica che si manifesta metodologicamente nelle installazioni sonore, nelle performance e nelle opere scultoree. Principali mostre: Clima Gallery, Marsèlleria, Fluxia, Fonderia Artistica Battaglia, (Milano); Maxxi, Macro, Nomas Foundation, Operativa Arte, La Galleria Nazionale, Pastificio Cerere, Auditorium Parco della Musica (Roma); Museo di Villa Croce, (Genova); Villa Romana (Firenze); Orto Botanico (Palermo); Palazzo Fortuny (Venezia); Art O’ Rama, Damien Leclere (Marsiglia); EDF Foundation, Paris La Defance, (Parigi); Espace le Carre, Palais Beaux-Art (Lille); La Panacee (Montpellier); IIC, Hammer Museum (Los Angeles); Marsèlleria (New York); Rowing (Londra).

Ph Michele Alberto Sereni © courtesy Operativa Arte Contemporanea, Roma


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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