EXTENDED ARCHITECTURES alla Galleria Alberta Pane di Venezia

EXTENDED ARCHITECTURES alla Galleria Alberta Pane di Venezia

Per la quarta esposizione nel suo spazio veneziano, la galleria Alberta Pane presenta Extended Architectures, una collettiva con lavori di Luciana Lamothe (Argentina, 1975), Marie Lelouche (Francia, 1984) ed Esther Stocker (Italia, 1974). Mediante installazioni site specific, sculture create dalla scannerizzazione di volumi e griglie visive dipinte su tela, l’esposizione, in un dialogo osmotico con il territorio veneziano della 16. Mostra Internazionale di Architettura, riflette sulla costante comunione tra l’uomo e lo spazio.

Luciana Lamothe (Arg, 1975)

Fondante nell’estetica di Luciana Lamothe è proprio la comunione vitale tra il corpo e l’architettura, messa in atto nelle sue installazioni, attraverso un uso ambivalente di materiali, al tempo stesso resistenti e duttili. L’artista infatti, partendo da materiali solidi e strutturali che forza a cedere rendendo morbidi e flessibili, crea delle sculture partecipative che fondono forma e funzione. Il ruolo dello spettatore si fa sostanziale affinché l’opera venga attivata. Tra spazio, elementi che lo compongono e corpo, l’interazione è costante.

Luciana Lamothe (Arg, 1975)

Marie Lelouch e espone “Blind Sculpture”, opera ibrida basata su scannerizzazioni tridimensionali e scultura post-digitale. Attraverso un dispositivo mobile audio-visivo che permette la percezione di forme geometriche digitali nascoste, ogni spettatore si trova a sovrapporre la propria esperienza in uno stesso spazio. Metafora di uno spazio sociale, l’opera è data dalla coabitazione di forme e soggettività, accomunate da una sincronia spaziale, un unico processo di ricomposizione costante. Tele, sculture e installazioni che invadono e definiscono lo spazio sono i mezzi attraverso i quali Esther Stocker indaga quella matematica esistenziale che qualifica i nostri ambienti collettivi e personali. Le sue opere, basate su di un’apparente rigida geometria e modularità, sono connesse a un discorso matematico altamente complesso che definisce lo spazio di cui l’uomo è parte integrante.

Marie Lelouche (Fr, 1984)

Marie Lelouche (Fr, 1984)

Nelle opere di Esther Stocker l’individuo è elemento geometrico e matematico sostanziale per la definizione delle stesse. La visione e la percezione dello spazio sono tematiche che l’artista indaga attraverso la rottura dell’apparente rigida ripetizione modulare, originando quindi un secondo ritmo visivo, che distrugge l’ordine della dimensione piana. Lamothe, Lelouche e Stocker ricreano nello spazio della galleria una riflessione in senso lato sulla percezione dei nostri ambienti e sulla posizione che assume l’individuo quotidianamente nell’esperienza del mondo. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione contenente un testo critico di Mathilde Ayoub.

Esther Stocker (It, 1974)

Esther Stocker (It, 1974)

GALLERIA ALBERTA PANE
47 rue de Montmorency – 75003 Paris
Calle dei Guardiani 2403/h Dorsoduro – 30123 Venezia

dal 26.05 al 29.09.2018

(chiusura estiva dal 29.07 al 30.08.2018)

Martedì – sabato, 10:30 – 18:30

Damien Hirst Treasures from the Wreck of the Unbelievable

La storia è più o meno questa: l’ex schiavo Amotan, vissuto tra la metà del I secolo d.C. e l’inizio del II, dopo l’affrancazione, riesce ad accumulare infinite ricchezze al punto tale da metter su una sontuosa collezione di cento oggetti. Questi ultimi vengono caricati sulla colossale nave Apistos per essere trasportati nel tempio che il collezionista aveva appositamente fatto edificare per il proprio tesoro, ma, sfortunatamente, l’imbarcazione affonda nell’Oceano Indiano. Il relitto viene riscoperto solo nel 2008 e, finalmente, i tesori di Amotan vengono riportati alla luce ed esposti, solo oggi, nella mostra in questione, alcuni restaurati, altri nello stato originario, altri ancora completamente ricostruiti. Di questo colossale ritrovamento ne danno testimonianza numerosi video e foto disseminati lungo un percorso espositivo di ben 5000 metri quadrati, tra Punta della Dogana e Palazzo Grassi, sedi veneziane della Fondazione Pinault.

damien hirst

Room 1, view 3_Damien Hirst, (right to left) The Diver with Divers, (Photography Christoph Gerigk), Calendar Stone, The Diver, Photographed by Prudence Cuming Associates

 

Molte sono le opere che raffigurano il leggendario Amotan come The collector with Friend, esposta nella sala 6 di Punta della Dogana, mentre la quasi totalità del tesoro dello schiavo affrancato è un potpourri di antichi busti egizi, divinità romane, greche ed indiane. Per non parlare poi delle teche con un’infinità di monete, vasi, vasetti e armi, appartenenti sempre al folle e instancabile collezionista Amotan. E fin qui, tutto sembra scorrere nella piena normalità di una mostra sul fantastico ritrovamento della collezione leggendaria di un eccentrico collezionista. Ma poi, proseguendo nel percorso e fermandosi un attimo a riflettere, ci si chiede: e Hirst? Che ruolo ha in tutto questo? Che cosa avrebbe a che fare l’artista di Mother and child (Divided) o Pharmacy con un’esposizione di reperti archeologici? E tutto, improvvisamente, viene avvolto da una luce diversa: Hirst diventa l’abile regista/sceneggiatore di un copione verosimile, non “finto”, come tanti si sono affannati a dire.

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Damien Hirst, Hydra and Kali Discovered by Four Divers  Photographed by Christoph Gerigk ©Damien Hirst and Science Ltd.

 

E così, The collector with Friend non è più la raffigurazione di Amotan, ma un Hirst collezionista che, baldanzoso, stringe la mano a Topolino; il busto bronzeo di Nefertiti diventa l’alterego di Kate Moss e Rihanna, di cui, sul busto, sono riprodotti i tatuaggi. Ma quindi la favola su Amotan e il celebre ritrovamento sarebbe tutta una messa in scena? E le tante informazioni storiche presenti in tutte le didascalie sarebbero solo frutto della mente di un originale quanto perverso Hirst? Una risposta ovvia non c’è, così come, di fronte a dipinti e sculture, verità o risposte sicure non ci sono. E’ lo stesso nome della celebre nave affondata a suggerire il leitmotiv di tutta la mostra: Apistos, che, letteralmente, significa “incerto”, “incredibile”, proprio come la storiella che ci propone Hirst non appena si varca la soglia di Punta della Dogana. “Girano molte storie intorno al tesoro dell’Incredibile. C’è chi dice che sia stato io a buttare tutte queste opere in mare vent’anni fa, per ripescarle ora con i coralli cresciuti sopra. C’è anche la possibilità che abbia fatto tutto nel mio studio, coralli compresi, ma c’è anche la storia del relitto affondato e ritrovato, che è la mia versione dei fatti” dice Hirst ad Alessandra Mammì in un’intervista apparsa su “La Repubblica” l’8 Aprile.

damien hirst

Room 11, (left to right) Damien Hirst, Hydra and Kali (two versions), Hydra and Kali Beneath the Waves (photography Christoph Gerigk). Photographed by Prudence Cuming Associates

 

Se si volesse quindi tentare di trovare una risposta ai tanti dubbi che sopraggiungono durante la mostra, non è attraverso le parole di Hirst che l’avremo. Nella stessa intervista, però, l’artista inglese svela in parte il suo gioco, un gioco che il visitatore non ha potuto non intuire inconsciamente sin dall’inizio del percorso: “ Io detesto i messaggi, quello che mi eccita come artista sono le provocazioni e quello che mi interessa sono i miti, le fedi, le credenze. Tutto ciò che è vago e non perfettamente logico. Ovvero: tutto ciò che non è messaggio”. Treasures from the Wreck of the Unbelievable è una mostra che può tediare e disgustare dopo un paio di sale, ma risulta impossibile smettere di contemplare ed esplorare. Quella di Hirst non è una mostra d’arte, ma una mostra sull’arte e sul bisogno dell’uomo di credere a questo continuo mistero che una verità assoluta mai ci fornirà. Credere alla favola di Amotan e stare al gioco di Hirst è un atto di fede, di fronte al quale ci si può meravigliare e innamorare o annoiare fino allo svenimento. E ancora una volta lo Young British Artist di Bristol è riuscito a spaccare a metà la critica internazionale e a metter su un’operazione colossale, a metà tra l’arredo più kitsch di Las Vegas e la riflessione più sublime sull’essere umano. Ci sarebbe da parlare dell’inutile sfarzo dei materiali utilizzati (lapislazzuli, corallo, oro etc), delle sorti di questi ultimi dopo la chiusura della mostra e delle migliaia di euro che i collezionisti sono già disposti a pagare per i “reperti” di Hirst, ma meglio rimanere sul concettuale e non rovinare la magia.

Martina Fraioli

BIENNALE DI VENEZIA: A qualche settimana dall’apertura, un’analisi sulla 57° Esposizione Internazionale d’Arte

“VIVA ARTE VIVA” è il titolo scelto per questa 57° edizione della Biennale veneziana, la più attesa Esposizione d’Arte Contemporanea Internazionale, fruibile al pubblico – tra gli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia – dallo scorso 13 maggio, fino al prossimo 26 novembre. Tante le novità introdotte in conferenza stampa dal Presidente Paolo Baratta per la Mostra, che quest’anno vede la curatela della francese Christine Macel. Orgogliosi, i due comunicano che le Partecipazioni Nazionali sono ben 85 e che dei 120 artisti partecipanti, ben 103 sono presenti per la prima volta. Tante sono le “scoperte”, molte altre le “riscoperte”.

biennale venezia

Sheila Hicks, Scalata al di la dei terreni cromatici- ph Roberta Melasecca

Eh si, perché questa edizione, di fatto, si è caratterizzata per uno svecchiamento generazionale rispetto alle linee guida che hanno contraddistinto le Biennali precedenti, nonostante il comun denominatore che la Biennale deve qualificarsi “come luogo che ha come metodo, e quasi come ragion d’essere, il libero dialogo tra gli artisti e tra questi e il pubblico”. “VIVA ARTE VIVA” dunque, più che un titolo è una sorta di esclamazione, “un’espressione di passione per l’arte e per la figura dell’artista” perché gli artisti sono i veri protagonisti di questa edizione dedicata alla celebrazione dell’esistenza stessa dell’arte. Una Mostra dunque “ispirata all’umanesimo”, dice la Macel, “un umanesimo nel quale l’atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità”, una Mostra che pone come premessa una dialettica che attiene alla società contemporanea, e che interroga tanto l’organizzazione della stessa società quanto i suoi valori. Il percorso espositivo si sviluppa intorno a “nove capitoli” o famiglie di artisti, con due primi universi nel Padiglione Centrale e sette altri universi che si snodano dall’Arsenale fino al Giardino delle Vergini. Ogni capitolo – Artisti e Libri; Gioie e Paure; Spazio Comune; Terra; Tradizioni; Sciamani; Dionisiaco; Colori; Tempo e Infinito – costituisce di per sé un Padiglione o un “Trans-padiglione”, in senso transnazionale.

biennale venezia

Michel Blazy – ph Brigida Mascitti

In realtà però, nel percorso di visita all’interno dell’Arsenale, il senso iniziale di confusione è dietro l’angolo! La scelta di fruizione tematica non agevola il visitatore nel riconoscimento del Paese di appartenenza dell’artista, cosicché, se da una parte l’opera viene ammirata, criticata o comunque studiata per quello che in realtà è, dall’altra, parte delle energie vengono spese per contestualizzare il prodotto “Arte” con il contenitore “Paese” di provenienza. La Mostra Internazionale dunque, così varia – per la stessa tipologia di opere che spaziano dai video, alle mega installazioni, alle sculture, con la quasi totale assenza della tele “bidimensionali” – appare dunque caotica e forse un po’ al di sotto delle aspettative. Ciò nonostante alcune opere spiccano tra le tante, se non altro per “tradizione”, “gioco”, “mastodonticità” e “brio”: mi riferisco in particolare ai libri di Maria Lai, quasi dimenticata quando era in vita, mentre l’artista sarda, ligia alle tradizioni ataviche della sua terra, ne ha ricavato un costante racconto di memorie scritte fatte di filo. Ed è proprio il “filo” il medium di riferimento utilizzato da altri tre artisti, che ne sviluppano la forma ed il significato, giungendo ad esiti totalmente inaspettati. C’è Lee Mingwei, artista di Taiwan, che spiritosamente ricava dal filo dei mega gomitoli super colorati e ne ricopre una parete, e c’è chi ne ricava una sorta di abitazione da foresta: il brasiliano Ernesto Neto ci fa sostare a metà percorso ad ammirare e ad entrare fisicamente nella sua gabbia a maglie larghe fatta di materiali sintetici, sfidando le liane della foresta amazzonica.

Accanto a lui la portoghese Eleonor Antunes che utilizza dei fili dorati, facendoli scendere dall’alto come dei filamenti leggeri e sinuosi. Il discorso cambia – certamente in positivo – per le partecipazioni nazionali (Cina e Libano su tutte), e, per questa edizione, una menzione davvero speciale e meritata va proprio al Padiglione nostrano, che, seppur non premiato dalla Giuria, è certamente tra i Padiglioni più apprezzati dalla critica nazionale ed estera. Il mondo magico è il progetto curatoriale di Cecilia Alemani che consta di tre mega opere site specific realizzate da tre artisti molto diversi tra loro per contenuto e forma. Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, pur svolgendo la loro ricerca nella sfera del magico e dell’immaginazione, giungono nella Mostra a risultati artistici profondamente eterogenei ma armonici.

biennale

Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo ph Anna Lorusso

Il Padiglione italiano, situato nelle Tese delle Vergini all’Arsenale, propone sostanzialmente un ritorno all’individuo, all’immaginario e al fantastico quali strumenti per abitare il mondo in tutta la sua ricchezza e molteplicità. Del resto, il titolo stesso della mostra è preso a prestito dall’omonimo libro dell’antropologo Ernesto de Martino, uno dei pensatori chiave nello studio della funzione antropologica del magico, da lui indagato per decenni individuando nei suoi rituali i dispositivi attraverso i quali l’individuo tenta di padroneggiare una situazione storica incerta e di riaffermare la propria presenza nel mondo. Magia, mistero e spirito sono dunque le linee guida per le opere dei tre artisti: entrando nella penombra del Padiglione si ha la sensazione che la storia sia sospesa con le opere all’interno del tempo presente. Ciò non è solo il frutto diretto della tematica affrontata, ma è anche consequenziale alla scelta agita dell’allestimento, non rigidamente suddiviso in piccoli stand fieristici come per le edizioni precedenti, ma aperto al visitatore, che è come guidato in un percorso di scoperta – dalla luce al buio -, in un crescendo di attenzione e pathos. Nello specifico, l’opera di Cuoghi è una grande installazione fatta di marchingegni, plastiche e muffe che raffigurano l’immagine del Cristo, quella di Husni-Bey è un video di corpi che si raccontano, mentre l’intervento di Andreotta Calò consiste nella trasformazione dello spazio e della sua architettura per mezzo dell’acqua in un gioco di riflessi che coinvolge i corpi, e di conseguenza le ombre: nell’immaginario del visitatore invece, la visita del Padiglione Italia è un tour in uno spazio fatto di corpi dolenti e scomposti, di domande esistenziali ed inquietanti, di sotto-sopra riflessivi e meditativi dal quale si esce con una percezione del potere dell’arte straniante, e con la sensazione che immaginazione e magia siano in grado si indagare ed interpretare la realtà.La realtà e l’attualità sono inoltre i temi affrontati dal Paese vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale di questa 57° Biennale veneziana: la Germania.

Anne Imhof: Faust, 2017; © Anne Imhof, photo: Nadine Fraczkowski

Anne Imhof: Faust, 2017; © Anne Imhof, photo: Nadine Fraczkowski

Il progetto di Anne Imhof, a cura di Suzanne Pfeiffer, scandaglia la precarietà del presente, in cui le generazioni digitali e post-gender si sforzano di sopravvivere alla ricerca di possibili punti di riferimento. Le grate di ferro del Padiglione tedesco ai Giardini, fredde e carcerarie, sono attraversate dai latrati di due dobermann che si aggirano minacciosi ai lati di uno spazio che è al contempo contenitore espositivo e carcere di corpi – non persone – scarni e indefiniti, chiusi in gabbie di cristallo che perturbano con i loro movimenti e suoni i visitatori, trasformandoli in “carcerieri”. Come da tradizione, moltissime le Mostre e gli Eventi Collaterali che animano la Biennale, dislocati qua e là tra i serenissimi Palazzi della Laguna: ancora una volta, il minimo comun denominatore per questi eventi paralleli è il porre l’Artista al centro della Mostra. In questi casi però, a differenza degli artisti proposti dalla Macel, i nomi corrispondono a quelli dello Star System mondiale. Tra tutti si segnalano la vitrea ed animalesca personale di Jan Fabre, Glass and bone sculptures 1977-2017, dislocata nei tre piani dell’Abbazia di San Gregorio e la mite e sussurrata personale di Marzia Migliora, Velme, a Cà Rezzonico. Tra le Fondazioni invece, impossibile non percorrere gli spazi espositivi della Prada, a Cà Corner della Regina, con la straniante The Boat is Leaking. The Captain Lied, e la Fondazione Cini, nell’isola di San Giorgio Maggiore, con la mostra dedicata ad Alighiero Boetti: Minimum/Maximum. Sempre a San Giorgio, nella stessa Basilica, è inoltre possibile visitare la personale su Michelangelo Pistoletto: One and One makes Three. Pinault, infine, punta tutto sul geniale e, a tratti diabolico Damien Hirst, con la sua personale Treasures from the Wreck of the Unbelievable, dislocata, non a caso, in due contesti impareggiabili della Serenissima: Punta della Dogana, ex deposito di mercanzie giunte via mare, e Palazzo Grassi, forse tra i più noti e simbolici palazzi di ricchi mercanti veneziani. Se questa 57° Biennale non passerà alla storia per chiarezza e grandiosità, certamente non si può negare il merito della Macel di aver tentato di svecchiare la tradizionalità e la convenzionalità delle precedenti edizioni, ponendo l’arte e soprattutto l’uomo, l’artista – molto spesso il giovane artista emergente – al centro della vita, e ponendo idealmente le basi per un “Neoumanesimo” artistico. Come diceva Oscar Wilde, “si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere”. E allora “VIVA ARTE VIVA”!

Brigida Mascitti


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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