Futurism, I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

Futurism, I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

Alla Galleria “Futurismo & Co” di Roma la mostra “I quattro elementi. Visioni futuriste“, a cura di Antonio Saccoccio, propone un dialogo tra i quattro elementi naturali all’interno di quattro visioni futuriste: Incendio nella città di Gerardo Dottori, Paesaggio collinare di Alessandro Bruschetti, Ritmi di rocce e di mare di Benedetta Cappa Marinetti, Dalle paludi alle città di Sibò

di Alice Zucca

Si è scritto tanto e tanto si scrive di futurismo storico insistendo sull’aspetto tecnologico/progressista, ma vi è un altro aspetto importante nella produzione futurista che forse è un po’ trascurato, si tratta del chiaro rimando all’elemento naturale. Di questo, abbiamo finalmente esauriente saggio nel brillante diaologo in scena alla galleria Futurism&CO di Roma nella mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” a cura di Antonio Saccoccio, coordinatore tecnico scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino, che da quest’anno è inoltre nell’Organizzazione Museale della regione Lazio (OMR). Realtà che si collega al sempre vivo interesse di Saccoccio per l’opera del futurista Sibò, le opere che hanno per oggetto l’Agro Pontino, le terre bonificate e le città di fondazione (venedo inoltre lui stesso dalla campagna romana in oggetto).

Francesca Carpi Direttore della galleria Futurism&Co posa davanti all’opera “Dalle Paludi alle città” di Sibò, con la figlia dell’artista Simona Bossi

Futurism&Co e Saccoccio fanno a questo proposito qui dialogare due mondi che sono quello della letteratura e quello della pittura. “I futuristi – dovrebbe essere chiaro ormai – non negarono o rinnegarono gli elementi e le forze naturali, ma rifiutarono il modo in cui l’energia contenuta in quegli elementi era stata ingabbiata e sterilizzata dalla civiltà e dalla cultura che consideravano passatiste. L’energia degli elementi è apprezzata dai futuristi per come si può presentare in natura e per il modo in cui può essere sfruttata dall’uomo. In realtà in natura solo il fuoco mostra di essere un elemento pienamente futurista. Altri elementi, come l’acqua e l’aria, sono apprezzati a seconda dell’energia dinamica che manifestano” – fa notare il curatore. 

L’inaugurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” /
Sibò, Dalle paludi alle città, 1936-37

Il futurismo nasce essenzialmente da Marinetti che è un poeta e partendo da questo presupposto possiamo già vedere emergere alcune cose interessanti in merito, quale una citazione fondamentale, nel sesto punto del manifesto di fondazione del movimento. E’ qui presente l’esaltazione dell’entusiastico fervore degli elementi primordiali, rimando in posizione fondamentale, risulta negli undici punti del manifesto in primis, quindi è chiaro il risalto e importanza dato a questo aspetto, non si tratta di una nota a margine nella parte narrativa dell’enunciato, ma si trova proprio nella parte programmatica, nel punto centrale del manifesto. Spesso ci si ferma su espressioni molto più altisonanti, dall’automobile da corsa, alla distruzione dei musei e delle biblioteche, l’esaltazione dell’elemento anti-passatista ed il lato naturale non è dunque facilmente catalogabile ma fa parte di quella complessità del movimento futurista che crea tanti problemi anche di decifrazione, come in passato e ancora oggi, ma è d’altra parte vero e proprio motivo di interesse nel movimento. 

L’inaugurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

I futuristi non si opposero agli elementi ed alle forze naturali ma rifiutarono il modo in cui l’energia contenuta in quegli elementi era stata ingabbiata e sterilizzata dalla cultura e da una società considerata per l’appunto, passatista. Il problema essenziale è sempre quello di questa dicotomia presente all’interno del pensiero futurista, loro partono sempre da questa contrapposizione tra l’elemento e la cultura che loro definiscono passatista e la loro, appunto futurista. Tutto quello che, anche per quanto riguarda gli elementi naturali, rappresenta la stasi, la lentezza, e di conseguenza un aspetto della cultura che loro definiscono morto son tutti elementi negativi, quindi da combattere. Dall’altra parte c’è l’elemento dinamico, di velocità che porta invece alla vita. Sin dall’inizio per loro, la natura non è affatto l’elemento che potrebbe sembrare – a un approccio un po’ superficiale . L’elemento naturale rappresenta per loro una fonte d’energia e l’energia è vita e quindi è futurista, non è vero affatto che se in idea i futuristi sono per la tecnica e per l’elemento artificiale, sono contro quello naturale. Nel momento in cui l’elemento naturale – e può capitare – rappresenta un momento di stasi, di morte, è lì che allora diventa un elemento negativo per il movimento. Saccoccio fa l’esempio calzante dell’acqua, elemento empirico che quando è in movimento – e pensiamo ad esempio al mare aperto – c’è ricambio, è un elemento vivo, quando invece ristagna è una palude non produce niente e quindi rimanda all’elemento mortuario e di stasi, come si è visto, in loro, quanto di meno futurista esista. Marinetti per esempio, attacca Venezia dicendo che è piena di canali puzzolenti. 

Sibò, Dalle paludi alle città, 1936-37

Chiaramente la palude nell’agro pontino, è la terra redenta, il riscatto che attraverso l’operazione delle macchine riesce ad essere produttiva e quindi vitale, la palude mortifera, la malattia che ne consegue, si riscatta e diventa produttiva. Il mare aperto invece, l’acqua in movimento, è un elemento profondamente futurista, di rinascita.

Benedetta Cappa Marinetti
RITMI DI ROCCE E MARE, 1929 ca.

Tra gli elementi in dialogo in questa mostra, quello più futurista di tutti è il fuoco senza ombra di dubbio. Elemento di distruzione e purificazione, quindi rinascita. Elemento fondamentale nella coscienza futurista poiché in loro era sempre vivida la necessità di purificare tutta quella cultura passatista e rinascere.

Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-1911

Ecco che tutte le prime opere, e questo fa parte in un certo senso anche della parte nascosta della mostra, ma che tutti conoscono (basti pensare alla prima parte del futurismo) dalla città che sale di Boccioni, alla rivolta di Russolo ai Funerali dell’anarchico Galli di Carrà sono tutte opere dominate dall’elemento del fuoco. Il rosso. Sembra quasi che queste forme, edifici, cavalli, questa rivolta abbia un elemento di movimento che ricorda propriamente la fiamma. Anche gli uomini, come torce umane. I futuristi d’altronde andavano definendosi “allegri incendiari”, confermando l’importanza dell’elemento dell’incendio, della purificazione, distruzione ma anche rigenerazione come si evince anche dai ritratti di Marinetti, sempre rosso infuocato. Dalla passione che brucia dentro, elemento naturale che diventa emblema del futurismo stesso.

Gerardo Dottori
INCENDIO SULLA CITTà, 1930 ca.

Per gli altri elementi ci son sempre da fare delle distinzioni. L’energia, è anche nella terra che è un elemento statico. L’opera di Benedetta, che non ha lo stesso carattere di Marinetti ma è più pacata e riflessiva, è capace comunque di far scaturire volume ed energia, per i colori compatti e definiti che concretizzano visivamente una solidità infinita che Marinetti stesso definirà quale Purezza Primitiva. Pura è la forza che animava Benedetta. Siamo in presenza di un’energia più condensata, meno distruttiva, un flusso energetico più che una forza incendiaria. 

gurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” /
Alessandro Bruschetti PAESAGGIO COLLINARE, 1935

Da fine anni 20 ed inizio anni 30, queste opere, ci danno la misura di come il futurismo si sia trasformato diventando sul finire un movimento meno anarchico e meno distruttivo ma più riflessivo. Assente quell’elemento di rivoluzione tanto tipico, lascia spazio ad un movimento più pacato, specchio di un periodo storico opposto rispetto agli inizi, c’è da considerare che a fine anni 10 ma già metà, l’aspetto avanguardista rivoluzionario assume le forme del movimento DADA, che riprendendo il futurismo lo esaspera all’ennesima potenza e poi c’era il motivo politico del ritorno all’ordine, elementi che hanno portato non ad un’inversione di marcia ma sicuramente ad un cambiamento nel movimento. Marinetti inizialmente punta anche ad una rivoluzione politica, successivamente se ne farà carico solo a livello artistico.

Alessandro Bruschetti
PAESAGGIO COLLINARE, 1935

Bruschetti che appartiene a questa seconda parte del futurismo e del particolare futurismo umbro è molto legato all’elemento della natura, moltissime sono aeropitture e qui arriviamo all’ultimo elemento di questo dialogo: l’aria. Questo elemento in Sibò e Bruschetti è fondamentale, l’aereo che interviene nell’aria come forza. Ma in una differenza di forze in Sibò e Bruschetti, se in Sibò domina la forza ed il contrasto geometrico delle linee forza, in Bruschetti domina l’armonia, dei vortici, l’andamento vorticoso delle scie degli aeroplani che riprende quello delle colline e delle strade sulle colline, è la stessa spirale praticamente. Una differenza di movimento che indica l’assenza dello scontro, in Bruschetti una forza che deriva dall’armonia della linea naturale, mentre nella palude di Sibò abbiamo proprio il segno dell’uomo che deve dominare la natura quindi ci sono città di fondazione che crescono con delle linee molto rette, il predominio dell’uomo sulla natura. Lo scontro dell’agro pontino, tra la natura selvaggia ed indomabile contro tutti i tentativi di bonifica e poi le macchine, il progresso e la “città che sale”, le città costruite con una velocità incredibile. Saccoccio sottolinea: “l’idea che, come dice Marinetti in un articolo pubblicato nel ’32, Ritmo eroico, “sono le macchine che dominano la natura”. 

Alice Zucca

La galleria è attualmente chiusa fino a data da destinarsi per via della situazione riguardante COVID-19, alla riapertura, la mostra sarà visitabile fino a metà maggio.

GIO PONTI. AMARE L’ARCHITETTURA

GIO PONTI. Amare l’architettura

MAXXI, Roma

fino al 13 Aprile 2020

a cura di Maristella Casciato, Fulvio Irace con Margherita Guccione, Salvatore Licitra, Francesca Zanella

A quarant’anni dalla sua scomparsa, il MAXXI gli dedica una grande retrospettiva che ne studia e comunica la poliedrica attività, a partire proprio dal racconto della sua architettura.

Architetto, designer, art director, scrittore, poeta, critico, artista integrale a 360 gradi, Gio Ponti è stato oggetto di una letteratura storico-critica e di una produzione espositiva difficili da eguagliare. Dal disegno di oggetti d’uso quotidiano all’invenzione di soluzioni spaziali per la casa moderna, alla realizzazione di progetti complessi calati nel contesto urbano, come i grattacielo Pirelli a Milano o la cattedrale di Taranto, la progettualità di Ponti si caratterizza proprio per il passaggio disinvolto di scala in scala. In mostra, materiali archivistici, modelli, fotografie, libri, riviste, e oggetti che permettono di scoprire un protagonista eccellente della produzione italiana di architettura, il cui lavoro ha lasciato tracce importanti in diversi continenti.

VERSO LA CASA ESATTA

Centrale nella produzione di Ponti è il processo di ricerca compiuto nella definizione della casa esatta, o ancora meglio adatta alla vita di chi la abita, la vita moderna dell’uomo moderno. Una ricerca che parte dalle Domus tipiche milanesi, ossia dalle origini della tradizione domestica, viene portata avanti sulle pagine delle riviste dirette da Ponti “Domus” e “Stile”, per trovare un punto di arrivo nell’appartamento Ponti in via Dezza – connotato da spazi fluidi e ambienti in relazione visiva tra loro – e infine suggerire una declinazione del prototipo in più tipi applicabili ad alloggi standardizzati, a basso costo, ma sempre in grado di adattarsi alle esigenze dei propri abitanti, all’interno di edifici sviluppati in altezza come i modelli studiati per FEAL.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

ABITARE LA NATURA

Al centro dell’invenzione progettuale la Natura instaura una relazione biunivoca e osmotica con l’architettura. È evidente nel momento in cui Ponti usa portici, terrazze, pergole e verande, logge e balconi come elementi architettonici che proiettano l’architettura fuori, e al tempo stesso portano la natura dentro. La Natura per eccellenza si manifesta per Ponti lungo le coste del Mediterraneo, culla dell’architettura antica ma anche di quella moderna, di cui sono espressione i progetti studiati con Bernard Rudofsky tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40. Il rapporto tra architettura e natura negli anni ’70 e ’60 si fa più concettuale e prende forma in progetti più organici e quasi intimi come la casa detta lo Scarabeo sotto la foglia e la villa per Daniel Koo in California.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

CLASSICISMI

Una stagione, quella degli anni Trenta, che offre a Ponti l’occasione per cimentarsi con grandi progetti, per lo più su committenza pubblica, connotati da una visione multiscalare, capace di integrare la dimensione urbana con quella del dettaglio. Nel progetto di concorso per il Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E’42 e poi nelle sedi universitarie di Liviano e Palazzo del Bo a Padova e della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma, oltre a instaurare un dialogo tra architettura e arte, Ponti parte dalla scala monumentale per approdare al disegno degli spazi interni e degli arredi. Un simile orientamento lo guida nel disegno del milanese Primo Palazzo Montecatini, indiscutibilmente un monumento al lavoro, replicato e ribadito venti anni più tardi dal secondo Palazzo.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

ARCHITETTURA DELLA SUPERFICIE

Progetti come l’Istituto italiano di Cultura di Stoccolma o l’Istituto di fisica nucleare a San Paolo del Brasile rappresentano l’espressione compiuta di un pensiero progettuale che ragiona per piani piuttosto che volumi. La facciata diventa superficie bidimensionale da bucare e piegare come un foglio di carta. Nelle ville realizzate a Caracas e a Teheran, anche forte di una committenza illuminata e facoltosa, Ponti alleggerisce l’involucro che si stacca da terra e dispiega tutta la sua abilità nel gestire piante articolate in cui gli spazi domestici si susseguono e si fondono, con soluzioni di arredo e interventi artistici integrati nell’architettura. Questi lavori inoltre attestano la dimensione internazionale raggiunta dall’opera di Ponti negli anni Cinquanta.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

FACCIATE LEGGERE

La storia dell’umanità, sosteneva Ponti, avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile: la profezia della “leggerezza” auspicava l’avvento di “uno stile leggero e trasparente, semplice, collegato ad un costume sociale semplificato”. La leggerezza per Ponti non è dunque una metafora letteraria, ma la risposta ai modi di costruire del XX secolo, tanto da attribuirle un valore etico prima ancora che formale. Le facciate degli edifici sono pertanto “superfici intatte, sono come il foglio di carta bianca” su cui le finestre avviano il “gioco arcano dell’Architettura” che si smaterializza come nell’esito finale della Con-cattedrale di Taranto, dove il cemento diventa aria e luce. Anche negli studi sulla prefabbricazione, nei palazzi per uffici Ina e Savoia a Milano o negli edifici governativi a Islamabad, il gioco delle facciate traforate sconfigge la pigra ripetitività dei prospetti.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

APPARIZIONI DI GRATTACIELI

L’aspirazione alla leggerezza si traduce in aspirazione alla verticalità nel momento cui viene applicata a edifici da inserire in un contesto urbano consolidato. Lo sviluppo verticale consente infatti un’occupazione limitata di suolo e permette a Ponti di preconizzare l’apparizione di grattacieli nello skyline delle città moderne. Nella sua progettazione di edifici alti la pianta rimane però una forma finita, chiusa e del tutto inedita. Negli studi dei grattacieli a pianta triangolare l’impianto è funzionale a un moltiplicarsi di visuali continue, un simile trattamento di facciate leggere lega i progetti per le torri a Montreal e per il Cento italo-brasiliano a San Paolo, ma il grattacielo pontiano per eccellenza è il milanese Pirelli, sintesi di molti temi progettuali presenti nella mostra.

LO SPETTACOLO DELLE CITTÀ

A livello urbanistico Ponti mette a punto un’idea di città che è intimamente legate allo sviluppo verticale dell’architettura. Ne dà prova sin dal 1937 nel progetto di sistemazione dell’ex scalo Sempione dove si batte per scardinare il concetto di quartiere giardino orizzontale in favore di una composizione organica di grandi ensemble disposti intorno a un largo viale alberato, che, dieci anni più tardi (quando riprende in mano il progetto insieme a Mazzocchi e Minoletti) diventa il “Fiume verde”, una spina dorsale con impianti sportivi e alti edifici collettivi. Anche alla piccola scala del paese montano di Chiavenna, la sua proposta di una “città scolastica” riflette la visione organica di un quartiere dell’educazione integrato all’edilizia del centro storico.

SGUARDI CONTEMPORANEI

Ragionando sulle potenzialità di una saldatura tra passato e presente, la mostra si arricchisce di un progetto di committenza fotografica che ha dato vita a una serie di sguardi contemporanei su otto opere pontiane, messe in cortocircuito emozionale e intellettuale con forme attuali di creatività. In mostra, foto di: Stefano Graziani, Allegra Martin, Michele Nastasi, Filippo Romano, Paolo Rosselli, Giovanni Silva, Delfino Sisto Legnani.

Mattia Pajè – Un giorno tutto questo sarà tuo

Mattia Pajè – Un giorno tutto questo sarà tuo

FONDAZIONE SMART – POLO PER L’ARTE, Roma
fino al 20 marzo 2020

Fondazione smART – polo per l’arte presenta il nuovo progetto espositivo Un giorno tutto questo sarà tuo, la prima personale a Roma dell’artista Mattia Pajè a cura di Saverio Verini.
La mostra è l’esito di un periodo di residenza negli spazi della Fondazione, svoltosi nell’arco di cinque mesi: una conferma del sostegno di smART agli artisti emergenti nella scena italiana tracciata nell’ultimo biennio con le
mostre di Valerio Nicolai, Carola Bonfili, Namsal Siedlecki e Ludovica Carbotta. Durante questo periodo Mattia Pajè ha avuto modo di entrare in contatto con gli ambienti di smART, abitandoli letteralmente: la sua permanenza continuativa nello spazio espositivo lo ha portato a sviluppare una mostra fatta di opere inedite, a conferma dell’attitudine da parte dell’artista a concepire ogni progetto in stretta relazione ai contesti nei quali si trova ad agire. Un giorno tutto questo sarà tuo si concentra sul concetto di potenzialità e sulle situazioni che precedono qualsiasi punto di arrivo e obiettivo: Pajè ha realizzato una serie di interventi che riflettono su possibilità non ancora attuate e su una condizione di attesa. Oggetti precari e insoluti si alternano ad altri di grandi dimensioni; materiali e soluzioni formali spesso agli antipodi danno origine a una mostra dalle molteplici letture. L’artista ricorre alla materia scultorea, lasciandola in uno stato di sospensione; alla pittura, contaminandola con l’immagine fotografica; cita le pseudoscienze con uno sguardo ironico; fa entrare nello spazio espositivo l’energia di specie animali ora vive, ora solamente rappresentate. Un giorno tutto questo sarà tuo risulta così una mostra brulicante di “creature” eterogenee, che condividono uno stato di trepidazione, eccitazione, ma anche di fragilità e debolezza, a cui anche il titolo allude: un’espressione, entrata nell’immaginario collettivo, carica di aspettative e di una “promessa di felicità” che non è dato sapere se sarà o meno mantenuta.

Un giorno tutto questo sarà tuo – Mattia Pajè

In questa condizione sospesa si possono leggere gli stimoli e le inquietudini che accompagnano il percorso di un artista, ma anche della generazione a cui Pajè appartiene, chiamata a confrontarsi con una certa instabilità nei
sentimenti e nelle relazioni così come nel lavoro, coi tentennamenti legati all’affermazione di sé e della propria espressività.
Con le sue immagini spiazzanti e sorprendenti Mattia Pajè evoca sentimenti alterni di fiducia e disillusione e sembra porci alcuni interrogativi: saremo in grado di realizzare i nostri obiettivi? E quali sono, poi, questi obiettivi?

PALAZZO BARBERINI IL NUOVO ALLESTIMENTO DEI CAPOLAVORI DEL SEICENTO

PALAZZO BARBERINI IL NUOVO ALLESTIMENTO DEI CAPOLAVORI DEL SEICENTO

Dal 13 dicembre 2019 le Gallerie Nazionali di Arte Antica riaprono al pubblico 10 sale situate nell’Ala nord del piano nobile di Palazzo Barberini, completamente restaurate e con un nuovo percorso espositivo, organizzato secondo un ordine cronologico e geografico, dal tardo Cinquecento al Seicento. Flaminia Gennari Santori sottolinea che “il riallestimento delle 10 sale dedicate al Seicento rappresenta il necessario proseguimento del lavoro di rinnovo iniziato lo scorso gennaio nell’ala sud del Palazzo, inaugurata ad aprile; il prossimo ottobre interesserà le sale dedicate al Cinquecento e si concluderà poi nel 2021, quando verrà riallestito anche il piano terra. Si tratta del frutto di nuovo impianto concettuale del Museo a cui penso dal mio insediamento, nel dicembre 2016, e che focalizza a PalazzoBarberini una struttura espositiva narrativa dal Medioevo al Settecento, cercando di valorizzare anche la storia del palazzo e dei Barberini, lasciando integra la quadreria settecentesca a Galleria Corsini”

Palazzo Barberini, Sale Ala Nord, Foto Alberto Novelli

Il restauro ha interessato le strutture architettoniche, l’impianto di illuminazione, la grafica e gli apparati didattici, con nuovi pannelli esplicativi e didascalie ragionate, nell’ottica di adeguare le sale al recente rinnovo dell’Ala sud. Le Gallerie Nazionali di Palazzo Barberini riacquistano 550 mq di spazio espositivo per il prezioso nucleo dei propri capolavori seicenteschi, offrendo un punto di vista unico sulla portata rivoluzionaria della pittura di Caravaggio e della sua influenza in Italia e in Europa. 

Palazzo Barberini, Sale Ala Nord, Foto Alberto Novelli

80 le opere selezionate in un suggestivo percorso che permette, per la prima volta, di ammirare un’affascinante infilata di sale da un’ala all’altra del palazzo, attraverso il Salone Pietro da Cortona e la Sala Ovale. Dalle finestre,riaperte per l’occasione, si potranno ammirare i giardini del museo con inedite visuali. Un percorso espositivo circolare, che enfatizza il palazzo stesso, con un nuovo respiro e con un rinnovato equilibrio, in cui i visitatori potranno finalmente apprezzare le opere e gli spazi in tutta la loro ampiezza, valorizzando gli assi visivi da un capo all’altro del piano nobile, dallo scalone di Bernini a quello di Borromini. 

JACOB DE BACKER
(Anversa, 1555 ca – Anversa, 1585 ca) 
Cristo morto sorretto da un angelo
, 1580-85 ca.
Olio su tela, 158 x 118

Si inizia con la sala dedicata al tardo manierismo romano e internazionale, con opere di Siciolante da Sermoneta, Pietro Francavilla, Girolamo Muziano, Marcello Venusti, Jacopo Zucchi, e Jacob de Backer, Joseph Heintz, Jan Metsys.A seguire la sala dedicata ai veneti di fine Cinquecento con opere di Tintoretto, Palma il Giovane e un interessantissimo dipinto Venere e Adone di Scuola di Tiziano, qui esposto dopo un accuratissimo restauro. In questa sala trovano spazio anche due opere di El Greco.

JACOPO BASSANO
, bottega di (Bassano del Grappa 1515 – Venezia 1592) 
Il Diluvio universale
, 1580-1590
Olio su tela, 215 x 311 cm

Nella Galleria, completamente ripulita e illuminata per esaltare gli affreschi della volta, saranno esposti alcuni dipinti dedicati alla pittura di genere, fra cui due quadridi Bartolomeo Passerotti, il Diluvio universale di Scuola di Jacopo Bassano, raramente visibile, alcune tele mai prima esposte di Frans Francken il Giovane. A seguire una piccola sala, aperta alla visita del pubblico per la prima volta, è dedicata esclusivamente all’Altarolo portatile di Annibale Carracci.Anche la sala successiva, con affreschi di fine Cinquecento, viene inserita per la prima volta nel percorso espositivo e contiene tre paesaggi di Paul Bril dedicati ai Feudi Mattei.Le tre sale successive sono dedicate a Caravaggio e al caravaggismo. La prima,che offrirà una nuova veduta sul giardino, accoglie la Giudittae Oloferne di Caravaggio, in dialogo con opere di Giovanni Baglione, Orazio Borgianni, Bartolomeo Manfredi e Carlo Saraceni.Nella seconda, caratterizzata da un sentire più meditativo, sarà esposto (da giugno 2020) il Narciso, attribuito a Caravaggio, e opere del Candlelight Master, di Ribera, di Simon Vouet.

MICHELANGELO MERISI, detto CARAVAGGIO
(?) (Milano 1571 – Porto Ercole 1610)
Giuditta decapita Oloferne
1600 ca
Olio su tela, 145 x 195 cm

La terza viene dedicata ad altri temi caravaggeschi: sono qui riuniti il San Francesco di Caravaggio e opere di Orazio Gentileschi, Bartolomeo Manfredi, Astolfo Petrazzi, Bernardo Strozzi.Il nuovo percorso espositivo si conclude nelle ultime due salemolto ampie: la prima accoglie le opere dei caravaggeschi europei, quali Trophime Bigot, Angelo Caroselli, Valentin de Boulogne, Giovanni Serodine, Lionello Spada, Matthias Stom, Michael Sweerts, Hendrick Terbruggen e Simon Vouet. L’ultima è dedicata alla pittura bolognese con opere di Domenichino, Guercino, Giovanni Lanfranco, Pier Francesco Mola, Guido Reni e Simon Vouet.

A TEN BOED POYNT IN A WAVE

A TEN BOED POYNT IN A WAVE

Joanne Burke, Valentina Cameranesi duo show.

Operativa Arte Contemporanea presenta A Ten Boed Poynt in a Wave, un dialogo tra Joanne Burke Valentina Cameranesi, concepito espressamente per gli spazi della galleria.

A Ten Boed Poynt in a Wave è un’espressione in Inglese Elisabettiano che descrive la tecnica artigianale di applicazione di un gioiello ad un fiocco ricamato in tessuto. Tratta dalla lettura dei racconti tramandati sul guardaroba della regina Elisabetta I, questa antica lavorazione che ha ispirato il concept della mostra è il risultato della sapiente combinazione di arte tessile e oreficeria. Come al nostro sguardo il fiocco ricamato sembra essere tutt’uno con la preziosa perla che lo adorna, le opere di Joanne Burke e Valentina Cameranesi si intrecciano armoniosamente in un dialogo a due voci. A Ten Boed Poynt in a Wave è una collezione di sculture gioiello in esemplari unici che richiamano la tradizione del design italiano moderno e l’iconografia classica. Per l’occasione, la galleria ospiterà una selezione di pezzi di design con innesti in bronzo e oro, che spazieranno tra creazioni dai contorni morbidi e organici, appese al soffitto come antichi candelabri, e opere geometricamente squadrate esposte come oggetti di vanità.

Proprio come tra il fiocco che supporta il gioiello e il gioiello che decora il fiocco sembra non esserci soluzione di continuità, la sinuosità implicita nell’incontro delle opere di queste due artiste richiama le fluide forme organiche della natura, imitate dalla lavorazione artigianale. Le infinite possibilità di interpretare il titolo diventano così il riflesso del significato multiforme degli oggetti decorativi di Valentina Cameranesi e dei gioielli di Joanne Burke, mentre il significato letterale di A Ten Boed Poynt in a Wave richiama la tradizione delle arti e dei mestieri, suonando come un’antica cantilena.

Valentina Cameranesi (Rome, 1980) Valentina Cameranesi Sgroi vive a Milano dove lavora come art director e set designer. La sua ricerca personale ha portato alla creazione di oggetti e spazi che nutrono un interesse verso la forma e i materiali naturali, combinati con una visione in continua evoluzione della storia, che evoca forme primitive ma al contempo raffinate. Ha collaborato con Pretziada, Sem, Bloc Studios and Karpeta. Solo Shows: Feminin, Design Parade Toulon, Villa Noailles, Francia, 2017; Panorama, Milano Design Week, a cura di Annalisa Rosso, 2018.

Joanne Burke (Norfolk, 1982) è una jewllery artist inglese indipendente. I suoi lavori fatti a mano sono esemplari unici in edizioni limitate che combinano figure antropomorfiche con forme astratte, dalla forte valenza erotica. Il suo lavoro si ispira alla simbologia nascosta di gioielli e suppellettili, a quello che rappresentavano nel passato culturamente, socialmente e politicamente. Ogni gioiello di sua creazione è il frammento di una storia collettiva che chi indossa può interpretare liberamente.

A TEN BOED POYNT IN A WAVE

Joanne Burke, Valentina Cameranesi

Inaugurazione Venerdì 18 Ottobre, ore 19.00
Dal 23 Ottobre al 30 Novembre
Da Mercoledì a Sabato, ore 16.30 – 19.30 o su appuntamento

Immagini > installation view Operativa Arte Contemporanea, Courtesy the gallery

Homolù Dance, Opere di Franco Cenci

Homolù Dance, Opere di Franco Cenci

Dal 28 novembre 2019 al 13 gennaio 2020

MLAC, Piazzale Aldo Moro 5, Roma

a cura di Julie Pezzali e Antonella Sbrilli

Alfabetiere

Il Museo Laboratorio della Sapienza ospita Homolù Dance, esposizione antologica dedicata all’artista romano Franco Cenci. Il titolo riecheggia foneticamente il saggio del 1938 Homo Ludens di Johan Huizinga e dà il tono alla mostra, presentando una selezione di opere attraverso cui Cenci ha esplorato e continua a esplorare il mondo provvisorio e illusorio del gioco.

Dedalus, dettaglio

L’esposizione ruota intorno all’installazione Homolù Dance, bizzarra figura totemica, composta da interruttori e scritta al neon, attivata grazie alla cooperazione dei visitatori che si cimentano in una posa plastica, quasi coreutica. Dopo Homo Sapiens e Homo Faber, si materializza sotto il nostro sguardo l’Homolù Dance di Cenci, scanzonata versione dell’uomo contemporaneo. Le opere in mostra rispecchiano le molteplici declinazioni con cui l’artista ha interpretato il gioco: illusioni ottiche, spettri prospettici, memorabilia dei calciatori, ritratti volanti, mappe immaginarie, alberi genealogici falsificati, irriconoscibili album di famiglia e un esercito di bambini armati di mattarelli.

Derby

La mimicry è lo spazio in cui abitano e si muovono le opere di Cenci. In essa, la realtà è momentaneamente sospesa e si agisce seguendo il principio del “fare finta che”, che è d’altronde la necessaria premessa di ogni gioco.

Mappa
Nido
Rebus

Poliedrico sperimentatore, Franco Cenci (1958) si è formato inizialmente come architetto e poi come storico dell’arte. Dopo un esordio nella Mail art, lavora dagli anni Novanta nel campo dell’arte visiva intrecciando tecniche e poetiche diverse, dal collage alla fotografia, con incursioni nell’ambito della performance e della letteratura. L’artista interroga la storia e le memorie per dar corpo e voce a vicende che altrimenti rimarrebbero taciute o dimenticate. A cavallo tra ricostruzioni filologiche, riadattamenti fantasiosi e libere associazioni, i progetti di Cenci si configurano come microcosmi, dispositivi meravigliosi al contempo nostalgici e profondamente ironici.

Les enfants terribles

E sempre nello spazio del Mlac che ospita l’esposizione, il 13 dicembre 2019, alle ore 16.30, si tiene Ritratto dell’artista da bambino. Un gioco partecipativo ideato dallo stesso Franco Cenci che, a partire dall’opera in mostra Dedalus, invita i partecipanti a ricostruire le identità di alcuni celebri artisti, muovendosi fra indizi, testimonianze, tracce del passato.

La mostra è aperta dal 28 novembre 2019 al 13 gennaio 2020, dal lunedì al sabato dalle ore 15.00 alle 19.00.

Tra memoria e oblio. Le arti contemporanee e i fascismi europei. Convegno internazionale. Accademia di Francia / Bibliotheca Hertziana, Roma

Tra memoria e oblio

Lunedì 8 e martedì 9 aprile, dalle ore 9.30 alle ore 18, si svolgerà a Villa Medici e alla la Bibliotheca Hertziana un convegno internazionale organizzato dall’Accademia di Francia in collaborazione con la Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la Storia dell’arte e dall’Università Roma Tre (Dipartimento di Studi umanistici). I due giorni di incontro propongono una riflessione sul modo in cui le arti contemporanee hanno affrontato la pesante eredità dei fascismi europei: tra memoria e oblio, ma anche tra continuità e rotture, tra interrogazione e protesta, tra esplorazione iconografica e consapevolezza storica. La prospettiva europea permette di estendere la cronologia e invita a indagare il fascismo nei suoi vari aspetti, tanto come evento storico quanto come meccanismo politico e rituale del potere. Le conseguenze storiche del fascismo hanno avuto un ruolo importante nella formazione del progetto politico europeo. La memoria del fascismo ha avuto un impatto talvolta violento, talvolta più sottile e complesso, tanto sulla vita quotidiana dei cittadini europei quanto sull’elaborazione intellettuale. Interrogare la storia è stato per molti artisti un modo per affrontare la memoria traumatica del passato. Il focus del simposio si concentra sulle strategie adottate dai protagonisti (artisti e artiste)  sul tipo di relazione intessuta con il passato dalle diverse generazioni, sia in qualità di testimoni che di eredi della memoria di chi ha vissuto sotto la dittatura. La scelta del medium e degli oggetti è da leggere in relazione alle diverse arti e alle tecniche che danno forma alla visualità contemporanea.

Il Comitato scientifico di questi due importanti appuntamenti è composto da: Luca Acquarelli (CNRS-EHESS), Laura Iamurri (Università Roma Tre), Patrizia Celli (Accademia di Francia – Villa Medici), Tristan Weddigen (Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la storia dell’arte).

Fabio Mauri, Il Muro Occidentale o del Pianto, 1993, valigie, borse, casse, involucri in cuoio, tela e legno, cm. 400x400x60 I punti cardinali dell‘arte, 45° Biennale di Venezia, 1993, foto: Graziano Arici © Opera: Fabio Mauri con citazione di parte di fotografia Ebrea, 1971 di Elisabetta Catalano relativa all’opera di Fabio Mauri Ebrea, Courtesy the Estate of Fabio Mauri and Hauser & Wirth

Le conseguenze storiche del fascismo hanno avuto un ruolo importante nella formazione del progetto politico europeo. La memoria del fascismo ha avuto un impatto talvolta violento, talvolta più sottile e complesso, tanto sulla vita quotidiana dei cittadini europei quanto sull’elaborazione intellettuale. Interrogare la storia è stato per molti artisti un modo per affrontare la memoria del passato traumatico sia nei termini di un confronto sporadico, sia facendo di quell’interrogativo l’oggetto centrale del loro lavoro. Dopo il convegno internazionale organizzato a Roma nel 2018, dedicato al Fascismo italiano nel prisma delle arti contemporanee. Reinterpretazioni, montaggi, decostruzioni (Università Roma Tre, 5-6 aprile 2018), si estende l’indagine oltre l’Italia, prendendo in considerazione la rielaborazione artistica delle differenti forme di dittatura che hanno tratto ispirazione dal regime fascista e che si sono insediate al potere in vari paesi, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale. La prospettiva europea permette di estendere la cronologia e invita a indagare il fascismo nei suoi vari aspetti, tanto come evento storico quanto come meccanismo politico e rituale del potere. Se da una parte tale prospettiva offre la possibilità di un’analisi comparativa per comprendere meglio le strategie artistiche di rielaborazione, dall’altra essa solleva necessariamente il problema teorico della diversità dei fenomeni storici ai quali le opere d’arte fanno riferimento. Le varie forme in cui l’arte contemporanea si è confrontata con l’eredità del fascismo, tra memoria e oblio, in relazione a continuità e discontinuità, interrogazione e protesta, ricerca iconografica e consapevolezza storica, costituiranno quindi le traiettorie centrali del convegno. Ci si interrogherà principalmente su come l’uso di determinati media artistici possa dare forma alla relazione con il passato, attraverso meccanismi di montaggio, anacronismi,re-enactement che si manifestano nelle differenti estetiche del contemporaneo. Questo include anche la storia materiale degli artefatti come oggetti di collezionismo, considerando criticamentelo sguardo apparentemente distante della storiografia artistica.

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici
· viale Trinità dei Monti 1, 00187 Roma
Lunedì, 8 aprile, 2019

09.30 apertura del convegno – saluti istituzionali
Stéphane Gaillard, direttore ad interim, Accademia di Francia a Roma – Villa Medici / Manfredi Merluzzi, direttore del Dipartimento di Studi Umanistici, Università Roma Tre

10.00 introduzione
Laura Iamurri, Dipartimento di Studi Umanistici, Università Roma Tre

10.30 Lutz Klinkhammer, Deutsches Historisches Institut in Rom
la memoria del fascismo e del nazismo e l’arte contemporanea

11.00 discussione

11.15 pausa

11.30 pierre Bouchat, Université de Louvain
Fascisme en italie et Radical design: une anamnèse postmoderne

12.00 Carlotta Sylos Calò, Università degli Studi di Roma Tor Vergata / Udite, Udite! Il Linguaggio è guerra. / Bruno munari e Fabio mauri a confronto con la presenza e la memoria del fascismo12.30 discussione

13.00 pranzo (per relatori)
14.30 moderazione: Luca Acquarelli, École des Hautes Études en Sciences Sociales, CNRS / Danièle Cohn, Université Paris 1 – Panthéon-Sorbonne – Artistes et passé nazi dans l’allemagne d’après-guerre

15.00 Paula Barreiro Lopez, Université Grenoble Alpes
The fate of memory in Spain: artistic practices and fascist heritages

15.30 discussione

16.00 pausa

16.30 Sophie Knezic, University of Melbourne, RMIT University
Omnipotent Flesh: andreas mühe’s Restaged Fascist aesthetics

17.00 Moderazione: Maria BreMer, Bibliotheca Hertziana / Julian Rosefeldt Artist talk My home is a dark and cloud-hung land

18.00 discussione

Bibliotheca Hertziana, Villino Stroganoff
· via Gregoriana 22, 00187 Roma
Martedì, 9 aprile, 2019

09.30 saluti istituzionali
Tristan Weddigen, direttore esecutivo, Bibliotheca Hertziana

10.00 Moderazione: Giorgia Gastaldon, Bibliotheca Hertziana / Angela Mengoni, Università Iuav di Venezia L’immagine-reagente. Dalle “icone dell’annientamento” a una cartografia dell’elaborazione

10.30 MassiMo Maiorino, Università degli Studi di Salerno
Signal: costruzione e decostruzione della storia nei “collage de hasard” di Christian Boltanski

11.00 discussione

11.30 pausa

12.00 Luca Acquarelli, École des Hautes Études en Sciences Sociales, CNRS
L’eredità del corpo politico dittatoriale: note per uno studio comparatistico nell’arte del “contemporaneo”

12.30 discussione
13.30 pranzo (per relatori)
14.30 moderazione: Tristan Weddigen, Bibliotheca Hertziana / Petra Rau, University of East Anglia
The Purging of the Art Temple: on the legacies of Fascist art and Racial policy

15.00 Leonida Kovac, University of Zagreb
From Renaissance onwards: Through Reading Sebald and Farocki

15.30 discussione
16.00 pausa
16.30 moderazione: Angela Mengoni, Università Iuav di Venezia / Irene Gerogianni, University of Ioannina, Performance art and the Fragmented Body of Greek politics during the military Dictatorship (1967-1974)

17.00 Julie Sissia, Sciences Po Paris
Installation, histoire et mémoire allemande. Jochen Gerz et Wolf Vostell à l’aRC-musée d’art moderne de la Ville de paris (1974-1975)

17.30 discussione

18.00 Luca Acquarelli, École des Hautes Études en Sciences Sociales, CNRS / Conclusioni

*Gli ingressi sono gratuiti al pubblico sino a esaurimento posti

Monitor Roma / IF IT IS UNTOUCHABLE IT IS NOT BEAUTIFUL

Monitor Roma / IF IT IS UNTOUCHABLE IT IS NOT BEAUTIFUL

IF IT IS UNTOUCHABLE IT IS NOT BEAUTIFUL
Monitor, Roma
fino al 30 Marzo 2019

Cinque pittrici a confronto: Paola Angelini, Aryan Ozmaei, Giuliana Rosso, Maddalena Tesser, Alice Visentin. La bellezza deve essere qualcosa di palpabile. Qualcosa che trova spazio tra i sensi e si incanala nelle pieghe del pensiero, restandoci a lungo.
 Una cosa bella non deve essere necessariamente perfetta e l’imperfezione può essere a sua volta depositaria di senso e di straordinaria bellezza. Prospettive falsate, stratificazione di colori, scorci sbagliatissimi ma meravigliosi. La pittura nei secoli è stata dimora di tutto questo, attraversando le epoche -epicamente, tra suicidi e ammazzamenti di varia teatralità rimanendo fedele a se stessa, con tutte le contraddizioni che la abitano.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

E’ con questi presupposti che nasce la prima mostra dell’anno della Galleria Monitor: If it is un- touchable it is not beautiful propone di investigare il lavoro di cinque artiste italiane (di nascita o di adozione) mettendone a confronto le diversità, le analogie, l’approccio al mezzo pittorico vissuto nella sua interezza.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

La pittura di Maddalena Tesser (Vittorio Veneto, 1992) è popolata da presenze femminili per lo più immerse in atmosfere sospese e misteriose. Si respira Venezia e la pittura dei suoi palazzi. I volti si mischiano nell’oblio dell’incertezza, a volte dettagliatissimi, a volte appena accennati, a volte assenti. Sono i colori che colpiscono maggiormente. Dissonanti, acidi, a tratti quasi violenti per poi divenire di nuovo liquidi, velati, impalpabili come Risveglio, 2018. E questo accanirsi sugli og- getti, la loro presenza, il dettaglio che li abita come in La Teoria delle Vergini (Solo), 2017 in cui pavimento e soffitto quasi cadono addosso alla figura che li appartiene ma senza schiacciarla, semplicemente lambendone i contorni.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

Giuliana Rosso (Torino, 1992) che lavora principalmente su tela e carta, non disdegnando l’approccio anche scultoreo nella sua ricerca, afferma di indagare “l’interiorità e le sue ombre, gli an- goli più nascosti delle coscienze, delle cose e il non sense come luogo in cui scaturiscono realtà inconsuete”. L’artista piemontese predilige ritrarre adolescenti o figure che si riferiscono a quel determinato momento della vita, indefinito, in via di formazione, ricco di possibilità ma anche di timori e paure. Stati d’animo e sensazioni che sono da ricondurre ad un sentire quasi ancestrale, fatto di demoni e stregonerie, detti e proverbi, fiabe e premonizioni, tutti resi con una vena decisamente noir e una costruzione del dipinto ammiccante ad una ben costruita e apparente naivitè come si riscontra ne: Il gioco o nel dipinto I metafisici.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

Alice Visentin (Torino, 1993) , un’altra giovane promessa dalla città sabauda: dipinti grandi, titanici, dai colori aggressivi ma mai stridenti. Una pittura tonale, priva sfumature e ornamenti -come si legge di lei – Un’esplosione di blu, rossi, gialli e queste silhouette corpose, imponenti, che ricordano un pò dei giocolieri, dei saltimbanchi, degli impacciati soldati alla corte di un re. Non sono inquietanti. Anzi. Appoggiati in una sorta di dimensione aurea, esprimono fissità, calma, immutabilità anche se – a ben osservare -sembrano come avvolti da una strano, come lontano e dunque attutito velo di malinconia.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

Aryan Ozmaei è di Teheran (1976), immersa in una cultura fiorentina complessa e tormentata da una quindicina d’anni. La sua pittura reca in sé i retaggi di un mondo relativamente vicino -ma di- verso. L’ Iran della sua adolescenza, gli interni della sua domesticità, i paesaggi che cambiano a seconda della regione che si attraversa. Il tutto visto attraverso finestre che si affacciano sulla possibilità di un futuro ipotizzabile e sospeso -nella memoria? nel momento presente? I colori dei suoi dipinti sono un caleidoscopio di pennellate. Qui ci sono tanti strati, tante sfumature, tanti ri- pensamenti che trovano compimento in una stesura finale decisa e forte.

f It Is Untouchable It Is Not Beautiful, 2019, installation view at Monitor, Rome

Paola Angelini (San Benedetto, 1983). Una pittura, complessa, stratificata. Fatta di piani di lettura che sfumano l’uno nell’altro senza mai perdere la loro individualità. Sovente, nei primi lavori pittorici della Angelini è negli sfondi che accade moltissimo, anche quando sembrano essere -apparentemente- monocromi; oggi invece ogni parte del dipinto ha un suo peso specifico, il discorso pittorico si articola su tutti i piani del lavoro. Come sostiene la stessa artista: “Esiste una necessità nel fare pittorico, circoscritto in uno spazio delimitato dalla tela, entro il quale a imbuto tutto con- verge. La necessità è mossa da un raziocinio fatto ad immagini che deve trovare un linguaggio necessario per poter contenere un continuo lavorio mentale conscio e non, che ha come scopo la costruzione di nuove visioni.”

Erica Mahinay, Contingent / T293, Roma.

Erica Mahinay, Contingent

23 Marzo – 27 Aprile 2019
T293, Roma

◦ Granulare. Indeterminato. Relazionale. Mi lascio incompiuta, imperfetta. ◦ La mia mano stabilisce la misura delle mie conoscenze. Collezionare eventi, emergere, ripetere. ◦ Appassimento. Celebrazione offuscata della continuità. Una casa a LA. ◦ Il tempo ci restituisce a noi stessi. Fuori dai limiti e vulnerabili. Prendere il sole. ◦ ΔS ≥ 0, mia cara ◦ Nessun passato o futuro, ma ancora, la durata. Nessuna persona. Osso asciutto e respiro. Colonne di marmo lisce. Un brivido. ◦ Ho sentito che la conoscenza è solo una voce finché non la si avverte nel corpo. Siamo sempre più inappropriati. Voci riecheggiano finché lo so. Lo so lo so lo so ◦ Indice di visione. XXX. Approssimazioni. ◦ Rivoluzione a livello cellulare. Fissare un confine è abusarne. ◦ Occhi brillanti e sgattaiolare silenzioso. Con molta tenerezza; Tua; Fortuna e coraggio là fuori. ◦

Erica Mahinay

Intitolata come un cut-up o un découpé e tenuta insieme dal format della mostra, questa serie assume la forma momentanea di un singolo lavoro prima di affrontare un futuro di separazione, distanza e riconfigurazione. La ripetizione indica un processo continuo di divenire all’interno di questa nuova serie di opere monocromatiche in cui la mano diventa misura per il mondo attraverso gesti viscerali e impronte. Questi gesti si allontanano dall’idea di marchiare o dal desiderio di lasciare una impronta individuale, e uniscono, invece, la trasparenza e l’interazione dei materiali attraverso un intimo atto di scoperta. I fori per le dita cuciti fanno pensare di poter attraversare il piano pittorico – entrando nell’immagine… provandola e indossandola. Questi dipinti sono sinceri promemoria che la superficie e l’immagine sono una costruzione. L’improvvisazione e l’evidenza della mano diventano un mezzo per ricordare l’autorialità come processo fittizio, una ricerca di un’immagine che si insinua e scivola nell’essere. In “L’ordine del tempo”, Carlo Rovelli disgrega il tempo come lo intende da sempre e suggerisce, in alternativa, che il tempo possa essere meglio compreso a partire dalla struttura del nostro cervello e delle emozioni, piuttosto che dall’universo fisico. Suggerisce che non possiamo definire completamente o adeguatamente il tempo perché “non abbiamo la grammatica per farlo”. Mahinay vede l’astrazione come uno spazio per avvicinare queste incognite. Non avere la grammatica è una traccia per la crescita. L’incertezza è un segno per la possibilità di scoperta e reinvenzione. Qui si può avere l’opportunità di formare nuove reti neurali. La terra di confine tra l’astrazione e la figurazione offre un luogo per esplorare il confine tra il sé e l’altro e la tenerezza per la condizione di incompletezza condivisa dell’umanità.

Operativa Arte Contemporanea festeggia il sesto anniversario della galleria con PARTY HEROES

PARTY HEROES

OPERATIVA ARTE CONTEMPORANEA, Roma
Opening sabato 16 marzo, ore 19.00
Dal 18 marzo al 15 maggio 2019

Operativa Arte Contemporanea presenta Party Heroes, una mostra per festeggiare il sesto anniversario della galleria in modo davvero speciale. Si farà festa con Gino De Dominicis, che ci invita al cocktail per brindare al Superamento del Secondo Principio della Termodinamica; con Renzo Vespignani, che dipinge quella delirante festa nel 1967 con le due donne della sua vita; con Alessandro Dandini de Sylva, che ribalta le luci di un club nella surreale visione di un’eclissi con un’artificiale magia da banco ottico; con Emiliano Maggi, che ci accoglie nel suo evanescente scenario punk rinascimentale; con Giovanni Copelli, che ci racconta su uno strepitoso paravento di una giostra medievale che finisce in un delirante banchetto; con Vinicius Jaime Vallorani, i cui segni minimali sulla tela nascondono un mondo di fuochi d’artificio, cocktails e luci stroboscopiche; con Laura Grisi, che porta una torta, anzi tre. Si festeggerà infine con Tano Festa. Di questa serata non resteranno che bicchieri rovesciati, scarpe abbandonate e ricordi sbiaditi sparsi come i suoi coriandoli.

Renzo Vespignani, Le Amiche, 1967. Olio tu tela, 180 x140 cm. Courtesy Operativa Arte Contemporanea

Artisti in mostra: Giovanni Copelli, Alessandro Dandini de Sylva, Gino De Dominicis, Tano Festa, Laura Grisi, Emiliano Maggi, Vinicius Jayme Vallorani, Renzo Vespignani.

Apertura dal mercoledì al sabato, 16.30 – 19.30 o su appuntamento


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER
ULTIMO POST SU INSTAGRAM @XIBTMAG
NON PERDERE GLI
E NON DIMENTICARE DI SEGUIRCI SUI SOCIAL

PER ESSERE SEMPRE AGGIORNATO SULLE NOSTRE NEWS

Privacy Settings
We use cookies to enhance your experience while using our website. If you are using our Services via a browser you can restrict, block or remove cookies through your web browser settings. We also use content and scripts from third parties that may use tracking technologies. You can selectively provide your consent below to allow such third party embeds. For complete information about the cookies we use, data we collect and how we process them, please check our Privacy Policy
Youtube
Consent to display content from Youtube
Vimeo
Consent to display content from Vimeo
Google Maps
Consent to display content from Google
X