La personale di Simona Weller alla Galleria Tiziana Di Caro, Napoli

Simona Weller, La pittura è facile e difficile come l’amore

fino al 25/05/2019
Galleria Tiziana Di Caro, Napoli

La Galleria Tiziana Di Caro presenta per la prima volta nei suoi spazi una mostra personale di Simona Weller, intitolata La pittura è facile e difficile come l’amore. Il progetto include una selezione di opere che inquadra i tre cicli visivi che hanno caratterizzato il lavoro di Weller dall’inizio degli anni Settanta sino a oggi. Il titolo della mostra è ispirato ad un poesia che Cesare Vivaldi le dedicò nel 1974.

Simona Weller, La pittura è facile e difficile come l’amore, exhibition view, ph. Danilo Donzelli

Simona Weller è nata a Roma nel 1940. Dopo gli studi classici si iscrive all’Accademia di Belle Arti per diplomarsi con Ferruccio Ferrazzi e Mario Mafai. Come vincitrice di borse di studio UNESCO, vive e lavora in Thailandia, Malesia, Egitto. Quando rientra in Italia si trasferisce nella campagna umbra dove può più facilmente allevare i suoi due figli, David e Micol. Nei periodi estivi si trasferisce a Finalborgo (Savona) dove frequenta la comunità di artisti di varia provenienza (da Scanalino a Reggiani, da Mondino a De Filippi a Nangeroni e perfino Warhol) nel pieno fermento creativo che caratterizza quell’area negli anni Sessanta e Settanta. Negli anni Duemila decide infine di stabilirsi nel borgo falisco di Calcata, a quaranta chilometri da Roma, dove tutt’ora vive e lavora.

Simona Weller, La pittura è facile e difficile come l’amore, exhibition view, ph. Danilo Donzelli

Dipingere con le parole è il tema ricorrente dell’opera della Weller. Le parole sono scelte per la loro brevità e la loro particolare grafia. Per esempio: erba, alba, mare, grano. Usando pastelli a olio e sovrapponendo abilmente i primari con i complementari, la Weller riesce a creare una sorta di texture di cui si comprende l’efficacia solo guardando l’opera da lontano. Al tempo stesso queste parole vengono trattate sia in modo microscopico sia in modo macroscopico. Esemplare, in questo senso, l’apertura della mostra con un’opera del 2014 intitolata Plenilunio. In questa tela l’artista si serve appunto di una scrittura formata da moduli macroscopici che dovrebbero mimare frammenti di una parola simbolo come potrebbe essere mare.

Simona Weller, La pittura è facile e difficile come l’amore, exhibition view, ph. Danilo Donzelli

Il risultato della reinterpretazione macroscopica di questa parola crea un effetto di grande suggestione e sinergia tra segno e immagine. In Plenilunio uno squarcio di luce, reso attraverso vivide variazioni cromatiche, si inquadra nel centro dell’opera, diventando elemento rivelatore. È in quel dettaglio, infatti, che si esalta e si manifesta il tema dell’opera. La seconda sala ospita una selezione di tele in cui la pratica del “dipingere con le parole” si manifesta con più evidenza. Le opere sono caratterizzate da grafie cromatiche che si ripetono e si sovrappongono in modo fitto e continuo. L’artista usa una sua tecnica particolare in cui si avvale di una scrittura ottenuta con olio solido che le permette di alternare e sovrapporre stesure di parole che suggeriscono la sensazione o la memoria di un’emozione visiva come un’alba o un riflesso nel mare. Immagine e parole non sono in dialogo, ma si relazionano come in una mimesi aristotelica, la cui sintesi formale è da ricercarsi nell’ampio tema della natura. Non c’è da stupirsi che artisti come Claude Monet, Vincent Van Gogh e soprattutto George Seurat siano da sempre dei riferimenti cromatici di Simona Weller. Queste opere se studiate più intimamente sembrano dei misteriosi graffiti, ma allontanandosi dal quadro e raggiungendo la giusta distanza l’enigma svanisce. Compaiono allora paesaggi dominati dal mare, dai prati, dai fiori, dal sole e alle volte persino dal vento.

Simona Weller, La pittura è facile e difficile come l’amore, exhibition view, ph. Danilo Donzelli

Nella terza sala sono ospitate le lavagne, opere su fondo nero in cui Weller svolge dei veri e propri temi, come un tempo ognuno di noi faceva a scuola. In esse la scrittura diventa vivida, leggibile, emulatrice della grafia infantile. Ma questo passaggio è ragionato e interpretato da una precisa volontà. Le lavagne sono delle geografie del pensiero, trattate con estrema libertà e l’aspetto visivamente tormentato e quasi ossessivo di altre opere diventa invece chiaro e giocoso in queste. I significati non sono mai compromessi da una struttura compositiva disordinata, perché l’artista usa l’errore (cancellature) come funzionale alla composizione generale che, nonostante l’apparente disordine, mantiene un suo ritmo interno. L’elemento segnico come l’errore è di fondamentale importanza, così come il disegno infantile che spesso si insinua fra le parole. Non a caso, come ha scritto Claudio Strinati, una delle sue opere più riuscite è Una lavagna per pensare. In una dichiarazione del 1973, dopo aver esposto i primi quadri di questo tipo (lavagne e quaderni) alla Quadriennale di Roma, l’artista mette in evidenza il sollievo provato in questa nuova ricerca. La conquista di una libertà inaspettata e il coraggio di dipingere quello che non aveva mai osato esprimere, ignorando il bel disegno, la bella materia, la bella pittura”.

Robert Mapplethorpe Coreografia per una mostra al Museo Madre, Napoli

Robert Mapplethorpe

Coreografia per una mostra
15.12.2018 — 08.04.2019
Museo Madre, Napoli

Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition si concentra in modo inedito sull’intima matrice performativa della pratica fotografica di Mapplethorpe, sviluppata, nel concetto e nella struttura di questa mostra, come un possibile confronto fra l’azione del “fotografare” in studio (nell’implicazione autore / soggetto / spettatore) e del “performare” sulla scena (nell’analoga implicazione performer / coreografo / pubblico).

Phillip, 1979. © Robert Mapplethorpe Foundation, courtesy Museo Madre

Questa “coreografia” espositiva si articola in tre sezioni fra loro connesse. All’inizio un’Ouverture, nella sala d’ingresso e nelle due sale attigue, che ridisegnano lo spazio-tempo del museo infondendogli un’ispirazione teatrale, tesa nel gioco di sguardi fra le due “muse” mapplethorpiane, femminile e maschile, Patti SmithSamuel Wagstaff Jr.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Photo © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

A seguire, nelle cinque sale iniziali e nelle sei sale finali (prima sezione), il pubblico è introdotto direttamente sul palcoscenico di questo “allestimento per immagini” – fra balleriniatletibody-builders, modelle e modelli – esplorando la performatività del soggetto fotografato, che Mapplethorpe riprendeva con un’accurata preparazione nel suo studio.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

Le due sale che precedono e seguono la sala centrale (seconda sezione) portano il pubblico in una potenziale platea, analizzando il ruolo del visitatore e il suo desiderio ritrovato nello sguardo di decine di ritratti che, nel loro complesso, non solo ci restituiscono uno straordinario diario personale della vita, degli affettiamicizie, incontri, collaborazioni e commissioni dell’artista, ma al contempo ricostruiscono, fra dimensione privata e sfera pubblica, un affresco collettivo della società newyorkese e del jet-set internazionale fra gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo. Tra i volti di questa platea “viva”: John Mc Kendry (1975); Arnold Schwarzenegger, Philip Glass con Robert Wilson e David Hockney con Henry Geldzalher (1976); Deborah Harry (1978); Carolina Herrera (1979); Francesca Thyssen (1981); Louise Bourgeois e il gallerista della Pop Art Leo Castelli (1982); Doris Saatchi, Andy Warhol, Francesco Clemente e Lucio Amelio (1983); Susan Sontag (1984); Norman Mailer (1985), Louise Nevelson (1986), Laurie Anderson (1987); oltre alle immagini di ballerini e coreografi come Lucinda Childs, Gregory Hines,Bill T. Jones, Molissa Fenley e i danzatori dell’NYC Ballet.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

La sala centrale (terza sezione) – dominata da un tappeto rosso per danzatori e da una sequenza di autoritratti di Mapplethorpe – si trasforma in un vero e proprio teatro tridimensionale, in cui, congiungendo fra loro tutti i temi della mostra, la performatività diviene coreografia contemporanea e attuale, con al centro lo stesso artista.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

Integrano questa sezione, come due spazi di retro-scena, due sale attigue alla sala centrale: l’(Un)Dressing Room, un vero camerino allestito, dove i performer si scaldano prima dell’esibizione, che ospita alcune immagini che ci introducono nella dinamica dello studio dell’artista, e la X(Dark) Room (vietata ai minori), in cui sono esposte le opere più “segrete ed estreme” a soggetto erotico, fra cui una selezione del famoso Portfolio X.

Robert Mapplethorpe. Coreografia per una mostra / Choreography for an Exhibition. Veduta della mostra al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli. Foto © Amedeo Benestante. All works copyright © Robert Mapplethorpe Foundation.

I vari soggetti di Mapplethorpe, anche i più controversi come le immagini S&M del Portfolio X, sono protagonisti di una messa in scena che rivela continui e sofisticati richiami alla storia dell’arte, in cui evocano archetipi e soggetti universali. Le riprese fotografiche avvenivano, del resto, prevalentemente nell’intimità dello studio di Mapplethorpe, dove l’artista predisponeva accuratamente sfondi ed elementi scenografici, insieme a un rigoroso disegno luci, per astrarre in un “tempo senza tempo” il soggetto fotografato.

LA DIGESTION – musica ascoltata raramente III edizione / Casa Morra, Napoli

LA DIGESTION – musica ascoltata raramente III edizione

23 marzo – 5 maggio 2019

Casa Morra, Napoli

Si svolgerà dal 23 marzo al 4 maggio 2019 la terza edizione de LA DIGESTION – musica ascoltata raramente, festival dedicato alla musica di ricerca e ai nuovi linguaggi dell’arte sonora contemporanea, ideato dall’associazione Phonurgia (fondata dai giovani artisti napoletani Giulio Nocera, Mimmo Napolitano, Renato Grieco e Andrea Bolognino), in collaborazione con l’associazione E-M Arts e la Fondazione Morra.

Il festival, ormai punto di riferimento per la ricerca musicale non solo italiana, anche quest’anno presenta una line up di profilo internazionale e di eccellenza artistica. Si apre con i concerti di David Moss e Tomoko Sauvage, due figure fondamentali della sperimentazione sonora contemporanea, che si esibiranno all’interno di Casa Morra, luogo di sperimentazione e di formazione, da sempre attenta agli eventi interdisciplinari. L’artista giapponese Tomoko Sauvage, residente a Parigi e affascinata dal suono dei fluidi, si servirà di ampolle e speciali microfoni per amplificare la caduta di gocce d’acqua per creare il suo “sintetizzatore naturale”, dando vita a un’atmosfera rarefatta e liturgica. Partendo dall’ascolto di Anayampatti Ganesan, il celebre virtuoso indiano del jal tarang, strumento a percussione costituito da ciotole piene d’acqua, la Sauvage amplifica gocciolii, bolle e onde, e grazie agli idrofoni, crea paesaggi sonori ipnotici e onirici. David Moss, vocalist e compositore tra i più riconosciuti a livello mondiale, collaboratore di Luciano Berio, John Zorn e Frank Zappa, nonché direttore e co-fondatore dell’Institute for Living Voices di Berlino, si esibirà come solista usando la voce in modo istrionico e innovativo, per poi essere accompagnato dal Provokalia Choir, un coro di volontari reclutati in loco e formati dallo stesso Moss attraverso un laboratorio organizzato il giorno prima del concerto. David Moss è un pioniere della forma del concerto da solista per voce e un maestro della poesia sonora. Il potere e la passione della voce umana sono fisici, seducenti e sorprendenti e ogni esibizione del Provokalia Choir è un caleidoscopio di frasi, loop, trame, timbri, canti e danze vocali. Casa Morra diviene ancora una volta luogo di ricerca e sperimentazione, confermandosi spazio poliedrico attento alla conoscenza e alla diffusione delle arti performative e multimediali, dal passato arrivando al presente.

Sempre più piattaforma volta ad approfondire le tematiche e le correnti che hanno attraversato la musica sperimentale contemporanea, il festival LA DIGESTION dedica un’intera giornata alla musique concrète (musica concreta), la pratica compositiva legata all’uso di suoni e rumori concreti, registrati nel quotidiano e trasformarti in mezzi creativi. La possente navata della Chiesa di S. Potito sarà la quinta scenografica dei concerti di François Bonnet, noto come musicista con lo pseudonimo di Kassel Jaeger e direttore dell’INA-GRM di Parigi, spazio nativo della musica concreta; e di Lionel Marchetti e Jérôme Noetinger, tra i più importanti rappresentanti della corrente e creatori del cosidetto cinéma pour l’oreille (cinema per l’orecchie), una modalità sonora che li lega al maestro dell’audiovisione Michel Chion e al collettivo dei Metamkine. I tre artisti faranno della navata della Chiesa di S. Potito un tempio per l’ascolto multicanale, un acusmonium, un’architettura di altoparlanti che darà corpo ad una vera e propria esperienza acustica tridimensionale. I concerti saranno preceduti nel pomeriggio da un incontro di studio, durante il quale i tre musicisti sveleranno i segreti del loro lavoro artistico. Nell’intento di ricostruire la dimensione estetica e approfondire gli aspetti teorici della musica, La Digestion propone gratuitamente un seminario della durata di tre giorni a cura del filosofo Carlo Serra, docente di Teoria dell’immagine e del suono e di Filosofia della Musica all’Università della Calabria. Il seminario sarà una riflessione sul rapporto suono-mondo e sull’ascolto come dimensione conoscitiva e formativa, affrontata con gli strumenti della filosofia e dell’etnomusicografia.

Il network de LA DIGESTION, per la sua terza edizione, accoglie due nuove realtà europee attive nella ricerca e nella promozione dell’arte sonora: In Situ Contemporary Art Foundation di Sokolowsko (Polonia) e N.K. Projekt di Berlino, con le quali genera un nuovo progetto, MUSICA SANAE, teso ad esplorare il legame tra musica e medicina, e più in generale tra arte e cura del sé, attraverso la realizzazione di opere sonore, installazioni e lavori di ricerca ad hoc, affidati ad artisti e ricercatori tra i più rappresentativi della scena internazionale contemporanea. L’approccio alla materia sonora diviene visivo, cinematografico e corporeo, in quanto è il corpo ad offrire l’occasione di essere crocevia di comunicazione, suono e immagini. Location d’eccezione sarà il bellissimo e prestigioso Maschio Angioino, che aprirà i suoi spazi, interni ed esterni, ai suoni, ai gesti e alle parole degli artisti, trasformandosi in una “cittadella della musica”. La porosità degli scavi archeologici incontrerà la struttura austera della Sala dei Baroni in un rimando di riverberi che riecheggeranno per due giorni in tutto il castello. Ad esibirsi all’interno del progetto MUSICA SANAE saranno: Okkyung Lee, Felicia Atkinson, Anthony Pateras Pseudacusis (con C. Mallozzi, R. La Foresta, M. Majkowski, G. Lebik, T. Bertoncini, L. Capece), FIS, C.M. Von Hausswolf, Croatian Amor, Rudolf Eb.er, Erik Bunger, Luciano Chessa, Michal Libera, Barbara KingaMajewska& Tony Di Napoli, Eks, E-cor, InconsolableGhost, lesénérves, SeppoRenvall. Il programma sarà, inoltre, arricchito da una selezione di film a cura di Raffaella Morra e da sedute di massaggio sonoro, che si terranno su prenotazione, a cura del duo francese Phonoscopie.

IL PROGRAMMA

Marzo – Maggio 2019

David Moss [USA/DE] + Tomoko Sauvage [JP/FR]
sabato 23 marzo

Casa Morra, Salita S. Raffaele, 20C

Kassel Jaeger + Lionel Marchetti & Jérôme Nœtinger [FR]
sabato 13 aprile

Chiesa di San Potito, Via Salvatore Tommasi, 65

Seminario a cura del prof. Carlo Serra

da martedì 16 a giovedì 18

Casa Morra, Salita S. Raffaele, 20C

Musica Sanae – festival su musica e medicina [Napoli, Sokolowsko, Berlino]

venerdì 3 e sabato 4 maggio

Maschio Angioino, Via Vittorio Emanuele III

La rivoluzione inglese da Gilbert & George a Damien Hirst in mostra a Napoli

La rivoluzione inglese da Gilbert & George a Damien Hirst in mostra a Napoli

London Shadow. La rivoluzione inglese da Gilbert & George a Damien Hirst

Dal 19 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019.

GALLERIE D’ITALIA – PALAZZO ZEVALLOS STIGLIANO, Napoli

La mostra London Shadow. La rivoluzione inglese da Gilbert & George a Damien Hirst racconta, attraverso ventitré opere, lo spirito di rinnovamento artistico che prende avvio in Gran Bretagna tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta sotto il nome di YBA (Young British Artists). Alla fine del decennio, poco più che ventenni e ancora studenti, questi giovani artisti intravedono finalmente la possibilità di rompere con la “vecchia” generazione e imporre con prepotenza segni, messaggi e codici espressivi davvero nuovi. Leader del movimento è Damien Hirst, personaggio carismatico, irriverente e provocatorio che nel 1988 organizza la prima mostra, Freeze, allestita negli ex uffici portuali dei Docks di Londra.

Damien Hirst

Ispirata al titolo di un’opera di Gilbert & George – il “duo terribile” attivo fin dalla fine degli anni ’60 e precursori di quelle temperature irriverenti che caratterizzeranno la seconda metà degli anni ’80 – la mostra London Shadow riassume facilmente tensioni, ambiguità, vitalismo e contaminazioni della cultura inglese degli ultimi decenni, fino a oggi.

Gilbert & George, London shadow (2009) Courtesy Galleria Alfonso Artiaco, Napoli @Gilbert&George

Esposte a Palazzo Zevallos Stigliano tre opere di Damien Hirst, tra cui Problems, concessa eccezionalmente in prestito dallo stesso artista e proveniente dal suo studio di Londra, nonché le tele di Jason Martin, Ian Davenport, Marc Quinn e Julian Opie, le serie fotografiche di Darren Almond, l’installazione minimalista di Liam Gillick, la scritta Things di Martin Creed, e ancora il riflessivo lavoro di Gillian Wearing, le fotografie cieche di Douglas Gordon, gli interventi di Mat Collishaw e Gavin Turk. A completare il percorso espositivo anche le esperienze delle giovani artiste donne della YBA che esaltano i temi del femminismo sfiorando la cattiveria e la sessualità esplicita. È il caso dei neon di Tracey Emin, delle sculture di Sarah Lucas, dell’installazione video di Sam Taylor-Wood.

“CARTA BIANCA IMAGINAIRE”: LA MOSTRA CHE RIPENSA IL MUSEO DI CAPODIMONTE

A Capodimonte è in atto un felice esperimento: quello di coniugare le doverose riflessioni sul futuro  del museo con il rispetto dei sedimentati – e purtroppo, in certi casi, veramente imprescindibili – dogmi di tale istituzione, riuscendo ad eludere del tutto sia il rischio di porsi come progetto troppo “eversivo”, sia quello di risultare, al contrario, eccessivamente accademico e, quindi, stantio. Inaugurata lo scorso 12 dicembre e visitabile fino al 17 giugno 2018, la mostra Carta bianca. Capodimonte Imaginaire” – a cura dei direttori Bellenger (Capodimonte) e Viliani (museo Madre) – permette di vedere un museo vivo nella pluralità di prospettive offerte o, più semplicemente, di rivedere Capodimonte per la prima volta. Nel primo piano dell’immenso palazzo napoletano – progettato dal Medrano e ampliato da Ferdinando Fuga, quasi tre secoli fa – sono state riallestite alcune sale, per ospitare le opere della collezione museale scelte da dieci personalità del mondo della cultura, a cui è stato chiesto “semplicemente” di far vedere il museo con i loro occhi.  Nuovi criteri, inclusivi ed emotivi, oltre che didattici, in grado di rendere più stimolante per il pubblico il dibattito relativo alla natura e alla mission di un museo modernamente inteso, che respira. Ad accogliere i visitatori l’opera di Joseph Beuys “Alcune richieste e domande sul Palazzo nella testa umana” (1981), insieme alla documentazione completa della sua mostra personale Palazzo Regale realizzata dall’artista tedesco nel 1985-1986 presso la Sala dei Camuccini al Museo di Capodimonte. Palazzo Regale fu una mostra-testamento, Beuys morì alcune settimane dopo l’inaugurazione, che raccoglieva a parete e in due vetrine di cristallo, come scriverà Michele Bonuomo, oggetti simbolo della ricerca e del pensiero dell’artista: “la sua lunga pelliccia di lince indossata nei giorni dell’occupazione dell’Accademia di Düsseldorf; la testa di ferro di Anacharsis Cloots, il rivoluzionario tedesco nato nel 1755 a Kleve, la stessa città di Beuys, e ghigliottinato a Parigi nel 1794 per ordine di Robespierre. E ancora uno zaino, un cuneo di pietra, dei pezzi di grasso, due bastoni di rame, dei morsetti elettrici. Alle pareti aveva collocato sette grandi teche di ottone specchianti e completamente vuote”. L’introduzione a Carta Bianca, dedicata al concetto di “palazzo regale” rappresenta un incipit etico, estetico e metodologico, uno stimolo al museo affinché si apra in modo sistematico alla relazione con il suo pubblico, chiamato a essere co-autore del progetto museale. Un gesto che diviene omaggio all’assunto fondativo della pratica artistica di Beuys, che Capodimonte ha fatto proprio – come ogni museo, in fondo, dovrebbe fare – : porre al centro della missione istituzionale l’individuo e la forza liberatrice della sua creatività.

Joseph Beuys (Krefeld 1921 – Düsseldorf 1986) Alcune richieste e domande sul Palazzo nella testa umana
1981 sei fogli dattiloscritti e firmati da Beuys, Collezione Teresa e Michele Bonuomo – Milano

 

La visita ha quindi inizio nella sala dei dipinti scelti da Vittorio Sgarbi, che ha voluto privilegiare opere ed artisti cinque e seicenteschi di area adriatica (come il Lotto), emiliana (il ferrarese Ippolito Scarsella in primis, con i suoi paesaggi giorgioneschi, oltre a Parmigianino, Annibale Carracci e Guido Reni)  e lombarda (Giovanni Agostino da Lodi; si segnala anche un “intruso”, fiammingo d’origine ma italiano d’adozione, Michele Desubleo), con l’intento di far riscoprire al grande pubblico pittori meno noti e di inscenare un muto colloquio tra quest’ultimi e i colossi della storia dell’arte tardo rinascimentale e protobarocca. Indovinata l’intuizione di creare una sorta di euritmia nei tre ritratti presenti in sala (quello di “Vincenzo de’ Rossi” del Lotto, il “Galeazzo Sanvitale” del Parmigianino e la “Lucrezia”, sempre del Parmigianino), così come di lasciare isolata la “Madonna con Bambino e devoti” di Giovanni Agostino da Lodi, premiata da una sobria, sublime illuminazione.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Sgarbi, Guido Reni Atalanta e Ippomene, 1620-25 ca. olio su tela, cm 192 x 264 © Foto Luciano Romano

 

Dopo Sgarbi, è il turno dello storico francese Marc Fumaroli, innamorato del napoletano Bernardo Cavallino, di cui ripropone, tra le altre, due delicatissime e vibranti versioni dello stesso soggetto iconografico, la Santa Cecilia. Ma prima di Cavallino, all’ingresso della sala di Fumaroli lo sguardo è attirato dalla tragica “Strage degli Innocenti” dipinta da un altro artista partenopeo, Massimo Stanzione, opera questa carica di dissimulata, bruna ferocia, che sa distinguersi, pur tra indubbie affinità, dalla cruenta irruenza pittorica del più cupo Ribera (suo il S. Sebastiano presente in mostra) così caro al popolo napoletano.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Fumaroli, Bernardo Cavallino, La cantatrice, 1650 ca. olio su tela, cm 75 x 63 © Foto Luciano Romano

 

La sala successiva immette nel “giardino di boschi” idealmente ricostruito da Paolo Pejrone che, da bravo architetto e paesaggista, sceglie come fil rouge per il suo spazio espositivo – di un riposante e austero verde scuro – l’intima frescura garantita da alberi e panorami lussureggianti. «La scelta è il risultato di una giornata di passeggio, di raccolta di elementi a Capodimonte. Era luglio e c’era un caldo fortissimo […]. Ed è per questo che proprio nel mezzo di luglio, ho scelto di raccontare con i quadri l’ombra, l’ombra e il fresco». Pragmatico e lapalissiano. I dipinti in sala offrono in alcuni casi uno spaccato della Napoli del passato (“Veduta di Napoli da Capodimonte” e “Veduta di Napoli da Portici”, entrambe del Dunouy) e in altri si fanno invece olimpica evasione neoclassica (“Paesaggio con la ninfa Egeria” di Lorrain, “Festa di Flora” e “Festa di Bacco” di Boguet) o natura intesa come luogo di religioso raccoglimento (Annibale Carracci con la sua “Visione di S. Eustachio” e “Gesù servito dagli angeli”, opera di Lanfranco). Pejrone si serve inoltre della finestra della sala, con vista sul Real Bosco, per offrire al visitatore un’esperienza di tipo “metateatrale”: da questa sala del museo infatti, piena di boschi dipinti, si può ammirare il vero bosco di Capodimonte, incorniciato dalla finestra che lo trasforma in veduta, e quindi in opera d’arte.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Pejrone, Ph. Francesco Squeglia

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Pejrone, Ph. Francesco Squeglia

 

Si arriva alla sala di Gianfranco D’Amato, imprenditore rinomato nel settore dell’imballaggio per gelati, che nel suo allestimento ha giocato su rimandi e associazioni tematiche, così da creare un accattivante pot-pourri con dipinti e oggetti d’arte vari, in cui le diverse epoche dialogano sincronicamente tra loro: il cinquecentesco “Ritratto di Luca Pacioli” dipinto da Jacopo de’ Barbari è accostato all’ottaedro in alluminio di Carlo Alfano (l’opera s’intitola “Camera” ed è del 1987), mentre l’Apollo e Marsia di Ribera – la cui drammaticità si riverbera nella celebre “Giuditta e Oloferne” della Gentileschi – ha il suo alter ego nei “Transiti. Opera 14” di Mimmo Jodice, primi piani fotografici sull’inaudita sofferenza umana, tutta fisica; deliziosa anche la “Madonna con Bambino” di Stanzione, quieta, trasognata e credibilissima nella sua umana qualità, popolana ed elegante a un tempo. «Ognuna delle opere che ho messo insieme sintetizza alcuni dei valori e delle sfere emozionali della vita: l’amore materno, la conoscenza e la cultura […], le tragedie e i dolori della vita, l’amore scelto con cui accompagnarsi […]», queste le parole di D’Amato che, nella sua sala un po’ “pop” (a due ingressi tra l’altro), eclettica e seducente dalle tinte amarena, ha plasmato una escalation di emozioni da vendere ad un pubblico vasto e compiacente.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala D’Amato, Ph. Francesco Squeglia

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala D’Amato, Mimmo Jodice Transiti, Opera 14 (particolare), 2008 True Black Fine-Art Giclèe su Photo-Rag 100% cotone © Courtesy Mimmo Jodice per il Museo e il Real Bosco di Capodimonte

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala D’Amato, Ph. Piero Patanè

 

Si arriva poi al dialogo tra arte e medicina: la settima sala è quella della neuroscienziata Laura Bossi Régnier, che vuole introdurre il visitatore al tema del rapporto uomo-scimmia, chiedendosi “Come definire l’uomo rispetto all’animale?”. E lo fa attraverso opere sia pittoriche (splendido l’olio su tela di Filippo Palizzi del 1863, intitolato “Dopo il diluvio”) che scultoree (come la pregevolissima scimmia maiolicata incantatrice di serpenti, di manifattura urbinate e ascrivibile alla fine del XVI secolo) e con le pagine del trattato di Fisiognomica di Giovan Battista Della Porta, la cui pubblicazione (in latino nel 1586 e in volgare nel 1598) non fu affatto facile, vista l’ostilità della Chiesa verso quel tipo di studi sullo zoomorfismo, considerati nient’altro che chimere. L’affinità tra la scimmia e l’uomo o, più nello specifico, l’artista, è però un tema caro alla storia dell’arte, specialmente da Watteau in poi: l’artista che tenta di riprodurre la perfezione della natura è come la scimmia che fa di tutto per imitare l’uomo. La Régnier ci ricorda infine che gli esseri umani condividono il 98% del materiale genetico “codante” con il loro predecessore biologico, dato scientifico che invita ancora oggi a riflettere sulla vera natura dell’uomo.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Bossi Régnier, Ph. Francesco Squeglia

 

Più essenziale e fuori dagli schemi è invece lo spazio allestito dall’artista genovese Giulio Paolini, che porta a Capodimonte la sua “Contemplator enim”, opera del 1992 in un certo senso interattiva, su cui i visitatori si soffermano per leggere la dichiarazione d’intenti lasciata dall’artista sopra il leggio di un tavolo da gioco del XIX secolo, in mogano e bronzo dorato, parte integrante dell’istallazione. Paolini, con ossequioso rispetto, sceglie di non confrontarsi in maniera diretta con le opere di Capodimonte (« Ho osservato una sofferta rinuncia alla messa in scena di quel “museo personale” che mi era stato consentito di realizzare») e preferisce buttarla sul concettuale, per «formulare una sintesi assoluta, ancorché infondata e insostenibile di un’idea dell’arte». Al di là della qualità estetica dell’opera, resta aperta la questione sul significato intrinseco dell’arte: «Ma che cos’è, cosa sarà mai quell’immagine miracolosa capace di manifestarsi pur rimanendo segreta e di abbagliare lo sguardo innocente e indifeso dell’osservatore?», si chiede Paolini.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Paolini, Ph. Lorenza Zampa

 

Con Giuliana Bruno, docente di arti visive ad Harvard, il percorso museale viene rivitalizzato e reinventato secondo una nuova categoria estetica che rilegge in chiave contemporanea e “cinematografica” gli oggetti dimenticati dei depositi di Capodimonte – dal vasellame maiolicato alle cornici impolverate di un oro offuscato –  e li dispone nella sala in modo da ambientare una vera e propria narrazione storica, più che una natura morta composita. La Bruno ha voluto porre l’accento sul legame di questi oggetti con il loro territorio di ritrovamento, quella Napoli ipertrofica dove tutto ha uno spazio, e se non ce l’ha se lo prende con la forza. Interessante il paravento metallico su cui la docente ha scelto di appendere le cornici senza quadri e quella piccola cesta di vimini posta a terra dello stesso, che fa tornare in mente le parole della Serao ne “Il ventre di Napoli”: «Questo popolo […] che mette un pomodoro sopra un sacco di farina, per ottenere un effetto pittorico».

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Bruno, Ph. Francesco Squeglia

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Bruno, Ph. Francesco Squeglia

 

Dopo, di lei, è la volta della sala con le opere scelte dall’antropologa Mariella Pandolfi: ci sono Luca Giordano, Matteo di Giovanni, Annibale Carracci e il maestoso arazzo della Battaglia di Pavia della collezione d’Avalos di Capodimonte, tutti a riflettere in maniera dirompente sull’idea di storia come equilibrio e disequilibrio di forze e sul ruolo che il tempo gioca in questa eterna lotta per la supremazia. Nella sala si viene accolti da due voci registrate (una delle quali della Pandolfi stessa) che leggono le didascalie-citazioni sulle pareti, una di Eraclito («Il tempo è un bambino che gioca muovendo i suoi pezzi e a lui appartiene il potere sovrano»), l’altra di Nietzsche («Ogni interpretazione è determinata dal senso di un fenomeno. Il senso consiste precisamente in un rapporto di forze in cui certe agiscono e altre reagiscono in un insieme complesso e gerarchizzato»). Si spiegano così i dipinti che evocano il conflitto, lo scontro brutale e selvaggio di forze avverse – dalla “Strage degli Innocenti” di Matteo di Giovanni al “Perseo e Medusa” di Luca Giordano – e quell’armatura scomposta e ingabbiata che si innalza, tetra e leggera, al centro della sala. Solo “Rinaldo e Armida”, l’olio su tela datato 1601 del Carracci, si salvano da questo vortice di  violenza (anche se la loro vicenda rimane travagliata e imprevedibile fino all’ultimo, come del resto lasciano intendere i due cavalieri assiepati sulla sinistra, dietro ai due amanti): il momento scelto da Annibale è di maliziosa, languida tenerezza e lei, pur nella posa scomposta e dalle gambe attorcigliate, sa essere bellissima.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Pandolfi, Ph. Francesco Squeglia

 

Con la sala successiva, Capodimonte ha fatto veramente centro, perché la scelta di Riccardo Muti di allestire lo spazio in funzione di una sola opera, la “Crocifissione di Masaccio”, oltre a ricordare al visitatore di prendere fiato e di non lasciar guizzare sempre l’occhio da un quadro ad un altro con famelica frenesia e voracità distratta, immerge un capolavoro quattrocentesco in una riflessione profonda, lo svincola da ogni intrusione esterna e, mettendolo in una stanza dove dominano solo lui, il buio e un divano “a sombrero” su cui sedersi per ammirare l’opera, ne valorizza la portata rivoluzionaria sul piano anatomico, non meno che cromatico ed espressivo, e lo presenta al pubblico come sì qualcosa di sacrale ma fortunatamente alla portata di tutti. La Crocifissione si fa ancora più dura e commovente qui, e Muti compone in maniera eloquente uno spazio di silenziosa, concentrata interiorizzazione e di epifanica quiete.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Muti, Ph. Piero Patanè

 

Si viene infine accolti nelle ultime due sale dalle opere scelte dall’artista bresciano Francesco Vezzoli: il primo spazio è una sorta di anticamera, che dà pieno risalto all’inquietante “Apollo e Marsia” di Luca Giordano (c’è anche un pregevole gesso del Canova che ha per soggetto la madre di Napoleone, Letizia Ramolino), mentre il secondo fa venire in mente Lynch e la sua Red Room, per quei tendaggi rossi che rendono il passaggio indubbiamente scenografico. Su alti piedistalli bianchi e disposte a coppie, le teste di dame, sovrani, allegorie e fanciulli in terracotta, marmo e bronzo si susseguono e si parlano con gli occhi: è una folla che pensa e che ci mostra la strada con compìta compostezza. Suggestioni peripatetiche che culminano nella scultura di Vezzoli con Apollo e Marsia, dove l’artista si ritrae come Apollo e rende omaggio all’Apollo del Belvedere conservato nei Musei Vaticani.

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Vezzoli, Ph. Francesco Squeglia

CARTA BIANCA IMAGINAIRE

CARTA BIANCA IMAGINAIRE – Sala Vezzoli, Ph. Francesco Squeglia

 

Il percorso finisce qui, anche se manca ancora una sala: è quella che accoglierà le opere scelte dall’undicesimo curatore, ovverosia il visitatore stesso che, partecipando al contest #LamiaCartaBianca, ha la possibilità di dare un contributo attivo alla bellezza, assistendo alla concretizzazione della sua personale idea di museo. La mostra, merita sicuramente una visita, se non altro per l’idea di museo che sa proporre, assolutamente in linea con quelli che Carlos Basualdo, curatore e docente di fama internazionale, definisce i «modelli fluidi di identità istituzionale», con ciò intendendo la necessità di ripensare i musei e gli allestimenti secondo un’ottica sì critica ed oggettiva ma pur sempre ampia e che non riduca tutto ad un concetto troppo tradizionale di “identità”. Se infine, come dice Alain de Botton, «cultura è il termine che abbiamo assegnato alla forza che ci assiste nell’identificare su quale delle nostre molteplici sensazioni dobbiamo concentrarci e a quali attribuire valore», allora Carta Bianca riesce realmente a fare del museo un luogo di incontro tra l’interiore e l’esteriore, aprendosi al confronto con il cangiantismo degli accadimenti e degli studi odierni.

Lorenza Zampa

Il secondo anno di Casa Morra / I giganti dell’Arte dal Teatro BECK, NITSCH, SHIMAMOTO e BEUYS

Casa Morra, lo spazio museale creato da Giuseppe Morra, inizia il suo secondo anno di attività. Nei suggestivi ambienti di Palazzo Cassano Ayerbo D’Aragona, il complesso di 4.200 mq che gradualmente la Fondazione Morra sta ristrutturando per accogliere l’ampia Collezione di oltre 2000 opere, si delinea progressivamente una realtà partecipativa che trascende la sola funzione archivistico-espositiva per assumere i connotati di un laboratorio di sperimentazione, riflessione e ricerca in relazione alla società e la sua evoluzione. Uno spazio, nel quale Giuseppe Morra – storico gallerista e lungimirante mecenate tra i primi in Italia a proporre gli artisti dell’azionismo viennese e della body art –  ha già pianificato 100 anni di mostre. Casa morra ha difatti una programmazione definita sino al 2116, legata all’esposizione della considerevole collezione che spazia da artisti come Duchamp, Marina Abramovic, Julian Beck, George Brecht, John Cage, Giulio Paolini, Luca Maria Patella, Vettor Pisani ad altri e tanti nomi fondamentali tra passato e futuro. Quasi tutti “compagni di strada” di Giuseppe Morra che seguita instancabile nella sua ricerca nel mondo dell’arte con curiosità, partecipazione e progettualità, sfidando addirittura i limiti del tempo con una programmazione che tende all’infinito. Cent’anni – dice Morra – sono solo una cifra tonda, lo spirito è che il tutto sia destinato a ripetersi perpetuamente con lo scopo di promuovere la ricerca ed il dibattito artistico, un confronto dinamico tra passato e futuro in quello che può essere definito uno spazio vivo ed in continua evoluzione, un vero e proprio “laboratorio di idee”.

Casa Morra / Giuseppe Morra

 

Le esposizioni sono scandite nel tempo attraverso il meccanismo del gioco dell’oca “fatto di rimandi, attraversamenti e ritorni. Cicli espositivi regolati dall’alchimia dei numeri 3 e 7 che coincidono di volta in volta con il numero di artisti presentati o la quantità di opere e sequenze di mostre”. Una realtà che aggiunge un tassello al progetto de “Il Quartiere dell’Arte” ideato per la riqualificazione e valorizzazione di un’intera area a ridosso del centro storico di Napoli (il quartiere Avvocata) attraverso l’arte e la cultura – all’interno del quale è già attivo dal 2oo8 il Museo Archivio Laboratorio per le Arti contemporanee Hermann Nitsch. L’evento di quest’anno “I giganti dell’Arte dal Teatro”, mostra come l’arte sia una conoscenza intuitiva che, tramite l’esperienza creativa, è in grado di trasformare profondamente l’esistenza di chi la fa propria. Avvia un dialogo tra quattro grandi artisti che hanno fatto dell’arte la loro vita – Julian Beck, Hermann Nitsch, Shozo Shimamoto, Joseph Beuys – e che attraverso la pittura sono approdati al teatro ed all’azione performativa, mossi dall’aspirazione ad una visione totalizzante dell’arte come contaminazione ed unione suprema e simultanea di diversi linguaggi artistici. Casa Morra, ha riaperto al pubblico l’8 ottobre 2017 evidenziando la componente esperienziale, cui il Maestro Hermann Nitsch ha reso omaggio mettendo in scena una lehraktion, azione teorica sui fondamenti del suo teatro sensoriale ed estatico nel quale convergono teatro, musica, pittura in un crescendo che arriva a toccare tutte le possibili forme di esperienza vivibile e visibile. È seguita l’inaugurazione dell’Archivio Living Theater con Garrick Beck e Tom Walker e la proiezione di un’antologia di film e documentari sull’attività della galleria Morra dagli Archivi Mario Franco. Casa Morra ha difatti anche una sezione dedicata al cinema con gli Archivi Mario Franco, una raccolta di libri, cataloghi, film in pellicola, in DVD e in vari formati sia analogici che digitali, che attraversano diverse correnti artistiche, dalle prima avanguardie fino ai giorni nostri, prodotti e collezionati in circa 50 anni di attività di Mario Franco, regista e storico del cinema. Presso la sede di Casa Morra dal 14 ottobre al 23 novembre 2017, si svolgerà inoltre la prima rassegna cinematografica degli Archivi Mario Franco SOGNI INCUBI E DELIRI a cura di Mario Franco nell’ambito del Progetto XXI della Fondazione Donnaregina per le Arti contemporanee. In occasione dell’apertura, il racconto espositivo di Casa Morra si estende e aggiunge l’opera 3_Lucifero_archeologia (albero) di Gian Maria Tosatti, una delle “Sette Stagioni dello Spirito”, progetto site-specific che l’artista ha realizzato a Napoli, disseminando sette installazioni ambientali nei tre anni di residenza presso la Fondazione Morra.

 

Hermann Nitsch

Massimo esponente del Wiener Aktionismus (Azionismo Viennese) si accosta all’idea di Gesamtkunstwerk (opera d’arte totale) nell’Orgien Mysterien Theater (Teatro delle Orge e dei Misteri),  legandola al concetto psicanalitico di Abreaktion, ovvero la scarica emozionale che consente ad un soggetto di rimuovere gli effetti di accadimenti drammatici. L’esecuzione di atti orgiastici e onanistici insieme con la messinscena di riti sacrificali (con memorie di misteri pagani e di Passione cristiana) deve consentire la liberazione catartica da tabù religiosi, moralistici, sessuali. Una forma di teatro sinestetico che penetra gli abissi dell’inconscio per innescare una reazione catartica. Giuseppe Morra, amico ed editore degli scritti di Nitsch ha inoltre dedicato alla figura dell’artista un museo nel centro storico di Napoli,  il Museo Archivio Laboratorio per le Arti contemporanee Hermann Nitsch, uno spazio multifunzionale unico nel suo genere volto alla documentazione ed approfondimento delle tematiche filosofiche, poetiche e visive sviluppate dal maestro viennese in oltre trent’anni d’attività.

casa morra

Casa Morra / Sala Nitsch

casa morra

Casa Morra / Sala Nitsch

Casa Morra

Casa Morra / Sala Nitsch

 

Julian Beck / ARCHIVIO LIVING THEATER 

Dall’onda dell’espressionismo astratto di New York giunge al teatro di vita, fondando nel 1947 la compagnia del Living Theatre, con la sua compagna ed allieva del famoso regista teatrale Erwin Piscator, Judith Malina. Con la Malina realizzò eventi teatrali di carattere costantemente sperimentale con una forte componente gestuale e corporea volta all’eliminazione dei confini tra arte e vita e, di conseguenza, tra attori e pubblico. E’ dall’amicizia di Giuseppe Morra con Judith Malina e Hanon Reznikov che nasce L’Archivio Living Theatre che contiene testi, documenti, appunti e corrispondenze, scritti personali di Judith Malina, fotografie e diapositive, manifesti, inviti, giornali, libri, riviste e registrazioni video, tutti relativi agli anni 1969-2015, oltre ad un’ampia sezione dedicata a costumi e oggetti di scena. L’archivio napoletano, per la cospicua e dettagliata mole di documenti (come ad esempio le decine di faldoni che raccolgono anno per anno i documenti originali dell’attività del gruppo) è un centro di documentazione di rilevanza assoluta a livello internazionale. Fanno parte della collezione anche un centinaio di quadri realizzati da Julian Beck tra la fine degli anni quaranta e i primi anni cinquanta, quando faceva parte del gruppo di giovani “espressionisti astratti” che ruotavano attorno al circolo di Peggy Guggenheim. Inediti fondamentali per approfondire un aspetto del lavoro di Beck fino ad oggi del tutto trascurato.

Casa Morra / Julian Beck

Casa Morra / Julian Beck

Julian Beck – Icarus

Casa Morra / Sala Archivio Living

casa morra

Casa Morra / Sala Archivio Living

Casa Morra / Sala Archivio Living

 

Shozo Shimamoto 

Fondatore e membro del gruppo Gutai, insieme a Jiro Yoshihara, movimento artistico di forte sperimentazione, sviluppatosi sul finire degli anni Cinquanta in giappone con lo scopo di rivisitare e contaminare la tradizione artistica giapponese. Che, con analogia al contemporaneo movimento Informale ed all’action painting fa della gestualità la parte fondamentale del processo creativo. L’azione è l’opera stessa ed il colore materia che determina lo spazio dell’azione. Una pittura-azione dettata non più dal pennello ma dalla gestualità dall’artista. In Italia e Giappone, Giuseppe Morra, insieme a Rosanna Chiessi e Laura Montanari, fonda nel 2007  l’Associazione Shozo Shimamoto, con lo scopo si supportare e promuovere la ricerca dell’artista con la pubblicazione di video, cataloghi e documentari ma sopratutto con l’organizzazione di performance, alcune delle quali hanno reso Shimamoto famoso in tutto il mondo.

Casa Morra / Sala Shimamoto

Casa Morra / Sala Shimamoto

Shozo Shimamoto, Buddha, performance Napoli 2008, acrilico su scultura in gesso, 160x113x22 cm

 

Joseph Beuys

Figura cardine della neoavanguardia concettuale della seconda metà del Novecento. Beuys, identifica indissolubilmente la sua esistenza con il suo essere artista. Nella sua opera, fatta soprattutto di azioni concettuali e di happening , emerge con evidenza la sua sincera convinzione di sostenitore della fusione arte-vita, tra ricerca artistica ed impegno politico, per concepire una scultura sociale sul principio secondo cui “ogni uomo è artista” nel più alto senso di libera espressione di ogni sua capacità e solidale cooperazione per il raggiungimento di un obiettivo che si realizzi come bene comune. Durante la seconda guerra mondiale Beuys presta servizio come aviere dell’aviazione tedesca, nel 1943 il suo aereo viene abbattuto in Crimea durante una tormenta di neve. Verrà salvato da un gruppo di Tartari che ne evitarono il congelamento ricorrendo ad antichi metodi. Tale esperienza è stata determinante per il percorso creativo dell’artista, segnato dalla ricerca di un’armonia superiore basata sul rapporto costante e profondo tra uomo e natura, in un percorso di redenzione ispirato allo “sciamanesimo”. Animato dai suoi studi nel campo dell’arte, della cultura, dal suo impegno nell’ecologia, mai si limitò ad una ricerca strettamente settoriale. Approfondì i temi del pensiero teosofico di Steiner, fondamentale per la sua concezione dell’uomo in relazione alla natura ed al mondo spirituale. Casa Morra dedica una sezione permanente a Beuys con opere, documenti, testimonianze del suo periodo italiano. Periodo, legato indissolubilmente alle figure della Baronessa Lucrezia De Dominizio e suo marito Giuseppe Buby Durini, dalla cui collezione proviene il materiale presente nella sala di Casa Morra e dei quali Beuys fu amico fraterno ed ospite a Bolognano (Pescara) quando eseguì la celebre performance “Difesa della Natura”.

LUCREZIA De Domizio nella casa di BEUYS a Dusseldorf 1982 Foto Buby Durini – Courtesy Archivio De Domizio Durini

Casa Morra / Sala Beuys

BEUYS VOICE Kassel 1977

A.


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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