EMBODIED THOUGHT il progetto online della Galleria Poggiali, condivisione al tempo della pandemia

EMBODIED THOUGHT 19 artisti per un progetto online della Galleria Poggiali raccontano la realtà contemporanea al tempo della pandemia

4 aprile – 9 maggio 2020

Da Enzo Cucchi a Luigi Ghirri, da Goldschmied & Chiari a Manfredi Beninati, da Claudio Parmiggiani a Grazia Toderi e molti altri ancora. Sono 19 gli artisti protagonisti di EMBODIED THOUGHT progetto online che coinvolge il sito web e il profilo Instagram della Galleria Poggiali

Mangredi Beninati
Senza titolo, 2019 
olio su tela
cm 120×90
Courtesy Galleria Poggiali

Un’immagine al giorno per un mese, dal 4 aprile al 9 maggio 2020, per dare forma alla nuova, sospesa realtà del vissuto umano contemporaneo.

Traendo ispirazione dal pensiero del filosofo francese Maurice Merleau – Ponty che considerava il ruolo della percezione fondamentale nella costruzione del linguaggio, della scienza e delle arti, EMBODIED THOUGHT cerca di offrire al pubblico una lettura del nostro “nuovo presente” e della valenza significativa che oggi assumono le nostre percezioni in una condizione di isolamento forzato.

In questo momento di necessaria sospensione delle attività, la Galleria Poggiali non intende fermarsi, e con questo progetto digitale ha voluto proporre al suo pubblico un momento di riflessione e di approfondimento, un percorso tra le immagini degli artisti con i quali, negli anni, ha costruito una relazione fatta di confronto e scambi di esperienze, insegnamenti e crescita reciproca.

EMBODIED THOUGHT offre una occasione di rilettura delle esperienze del passato e una analisi delle vicende del presente, per guardare al futuro con slancio e curiosità.

Gli artisti: Manfredi Beninati, Slater Bradley, Enzo Cucchi, Zhivago Duncan, Marco Fantini, Giovanni Frangi, Luigi Ghirri, Goldschmied & Chiari, J&Peg, John Isaacs, Thomas Kovachevich, Eliseo Mattiacci, Youssef Nabil, Luca Pignatelli, Claudio Parmiggiani, Roberto Barni, Grazia Toderi, Fabio Viale, Gilberto Zorio.

EMBODIED THOUGHT prosegue nella direzione intrapresa dalla Galleria Poggiali di digitalizzazione e implementazione dei propri canali online cominciate con l’apertura della pagina MEDIA sul sito che raccoglie l’archivio di contenuti multimediali relativi alle mostre.

Mario SCHIFANO Qualcos’altro

Mario SCHIFANO
Qualcos’altro

Galleria Giò Marconi, Milano
fino al 23 Marzo, 2020

La mostra Mario Schifano. Qualcos’altro è dedicata ad un nucleo di monocromi compresi tra il 1960 e il 1962, curata da Alberto Salvadori e in collaborazione con l’Archivio Mario Schifano.

L’artista comincia a realizzare questi smalti su carta intelata a partire dal 1959, dopo alcune esperienze informali. Li presenta per la prima volta a Roma, alla galleria la Salita (1960), nella collettiva 5 pittori cui partecipano Giuseppe Uncini, Tano Festa, Francesco Lo Savio e Franco Angeli, e successivamente, in una personale alla Tartaruga (1961).
In anticipo rispetto ad altri protagonisti della scena romana, Schifano intende con i suoi monocromi non solo azzerare la superficie del quadro, anche come risposta all’informale, ma attribuirle un altro punto di vista, “inquadrarla”, proporre un nuovo modo di vedere e di fare pittura.
Il primo a capire che la superficie dei monocromi è semplicemente uno schermo sarà Maurizio Calvesi che così scrive nel catalogo della mostra alla Galleria Odyssia (1963): “Erano quadri originalissimi: verniciati con una sola tinta o due, a coprire l’intero rettangolo della superficie o due rettangoli accostati… Un numero o delle lettere (ma solo talvolta) isolati o marcati simmetricamente; qualche gobba della carta, qualche scolatura: il movimento della pittura era tutto lì.”

Mario Schifano nel suo studio davanti all’opera “Qualcos’altro”, Roma 1962
Courtesy © Archivio Mario Schifano


Comune denominatore di un’intera generazione di artisti da Lucio Fontana a Enrico Castellani, da Piero Manzoni a Yves Klein, il monocromo non è una novità tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta e Schifano ne è perfettamente consapevole.
“Pensavo che dipingere significasse partire da qualcosa di assolutamente primario…”, racconta l’artista, “I primi quadri soltanto gialli con dentro niente, immagini vuote, non volevano dir nulla. Andavano di là, o di qua, di qualsiasi intenzione culturale. Volevano essere loro stessi… Fare un quadro giallo era fare un quadro giallo e basta”.
Azzeramento del gesto e del senso, dunque, un semplice pretesto per fare una pittura che riparta da zero, un incipit a qualcosa di diverso.
La grammatica dei monocromi di Schifano è molto semplice: smalti industriali dall’effetto lucido e coprente; colore “grondante” steso in maniera libera e non uniforme sulla ruvida superficie della carta da pacchi. L’intento è dare l’idea di una pittura da cartellone pubblicitario.
La superficie dei quadri, dai colori accesi e privi di sfumature, alla stregua di una lastra fotografica, prelude all’impressione di nuove immagini: è un nuovo spazio da indagare, un campo di germinazione che si dispone a produrre qualcos’altro. L’emblematico titolo di questa mostra si riferisce a un’opera del 1960 che Schifano realizza appena ventiseienne e a un polittico del 1962 che figura tra le opere esposte. Con efficace sinteticità da messaggio pubblicitario Qualcos’altro sta forse a indicare che ciò che l’artista intendeva dipingere doveva essere diverso da quanto si vedeva in giro; ma è anche un intento programmatico espresso in due parole: il monocromo, inteso come tabula rasa, è già pronto a trasformarsi in luogo di proiezione, campo fotografico in cui si metteranno a fuoco dettagli, particolari, frazioni di immagini.

Qualcos’altro ha un sapore quasi profetico, se si pensa che questi “schermi” si riempiranno presto dei nuovi segni della vita moderna. È alla luce di tutto questo che la mostra si concentra sui monocromi, a sessant’anni dalla loro nascita, in quanto tappa cruciale del cammino creativo di Mario Schifano e genesi della sua invenzione pittorica.

Alle opere verrà affiancato un nucleo di lavori su carta degli stessi anni e, per l’occasione, sarà pubblicato un giornale della mostra in formato tabloid con contenuti inediti dell’artista e un contributo di Riccardo Venturi e Alberto Salvadori.

RANKIN FROM PORTRAITURE TO FASHION

RANKIN FROM PORTRAITURE TO FASHION

29 ARTS IN PROGRESS, Milano 
fino al 24/02/2020

Unico nel suo genere – dopo tre anni dalla presentazione di Outside In durante la Fashion Week di Milano del 2016 –, lo show Rankin: From
Portraiture to Fashion rappresenta uno dei progetti più ambiziosi e complessi mai concepiti in collaborazione con una galleria. Rankin: From Portraiture to Fashion vuole essere un vero e proprio tour nell’archivio del fotografo con l’obiettivo di dare visibilità non solo ai suoi lavori più iconici, ma anche alle opere più concettuali, presentando così la contemporaneità dell’artista a una nuova generazione di collezionisti. La proposta espositiva, rivelandosi compiutamente nell’arco di quattro mesi, prevede cambi di opere e di interi allestimenti al fine di celebrare alcuni degli eventi distintivi del calendario milanese come il Vogue Photo Festival, il Fashion Film Festival (entrambi a novembre) e la Milano Fashion Week di febbraio, creando così un’originale occasione di dialogo tra l’autore e le proposte culturali di una delle capitali del design e della moda in Europa.

 Installation View 29 ARTS IN PROGRESS RANKIN, photo Sina Pouyan, Amir farzad


«Non sono una persona che fugge di fronte alle sfide, quindi questa è per me una grande opportunità su innumerevoli fronti: mostrare alcuni tra i miei lavori migliori, partecipare a eventi interessanti e diventare davvero parte del tessuto culturale di questa città.» – RANKIN

Nel 1991 insieme a Jefferson Hack fonda il mensile Dazed & Confused: da allora cura oltre 40 libri e le riviste AnOther, AnOther Man e Hunger,
semestrale di moda, arte, musica, lifestyle con approfondimenti sui contenuti web. I suoi lavori sono pubblicati ovunque, dalle proprie riviste fino a Elle, Vogue, Esquire, GQ, Rolling Stone e Wonderland, ed esposti nelle gallerie di tutto il mondo tra cui il MoMA di New York e il Victoria & Albert Museum di Londra. Vive a Londra con sua moglie Tuuli e i loro cani.

 Installation View 29 ARTS IN PROGRESS RANKIN, photo Sina Pouyan, Amir farzad
 Installation View 29 ARTS IN PROGRESS RANKIN, photo Sina Pouyan, Amir farzad

ELLIOTT ERWITT. FAMILY

ELLIOTT ERWITT. FAMILY

MUDEC, MILANO
fino al 15 marzo 2020

La mostra “Elliott Erwitt. Family” presenta al pubblico 60 scatti che per il grande fotografo americano, dall’alto dei suoi ineffabili 91 anni, meglio hanno descritto nella sua lunghissima carriera e rappresentano fino a oggi tutte le sfaccettature di un concetto così inesprimibile e totalizzante come quello della famiglia.

Elliott Erwitt
Parigi, Francia, 1989
© Elliott Erwitt

La collezione, selezionata per Mudec Photo da Erwitt e da Biba Giacchetti curatrice della mostra, alterna immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate o molto singolari, metafore e finali “aperti”, come la famosissima fotografia del matrimonio di Bratsk. L’esposizione, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura-Gruppo 24 ORE, che ne è anche il produttore, è in collaborazione con SUDEST57 e vede il contributo di Lavazza – main sponsor dello spazio Mudec Photo – di cui sposa in pieno la mission, impegnata nel mondo della fotografia fin dal 1993 attraverso il “Calendario Lavazza”, un progetto che descrive la società globale del nostro tempo con gli occhi dei più grandi maestri contemporanei dell’arte fotografica.
In particolare, per questo nuovo progetto di Mudec Photo, Lavazza diventa parte attiva, portando in mostra una selezione di scatti di Elliott Erwitt tratti dal Calendario Lavazza 2000 “Ritratti intorno a un caffè – Families”, un’edizione speciale che aprì le porte del nuovo millennio, a firma proprio del grande fotografo.
La mostra rimarrà aperta al pubblico dal 16 ottobre 2019 al 15 marzo 2020.

Elliott Erwitt
New York City, USA, 1955
© Elliott Erwitt

LA MOSTRA
Niente è più assoluto e relativo, mutevole, universale e altrettanto particolare come il tema della famiglia. La famiglia ha a che fare con la genetica, il sociale, il diritto, la sicurezza, la protezione e l’abuso; la felicità e l’infelicità.
Mai come oggi la famiglia è tutto e il suo contrario; e niente è capace di scaldare di più gli animi, accendere polemiche, unire e dividere come il senso da attribuire alla parola “famiglia”: solida, eppure così delicata.
Neanche il pur allenato dizionario Treccani riesce a esprimerne il concetto in poche righe. Impossibile. Là dove la parola si ferma o si espande a dismisura, può intervenire a tentare di interpretarla lo sguardo della fotografia, da sempre assai legata a questo tema. Il diffondersi infatti di questo “mezzo di documentazione” nelle classi sociali della media borghesia accompagnava il desiderio di un racconto privato e personale degli eventi che ne segnavano le tappe: i ritratti degli avi, le nascite, i matrimoni, le ricorrenze, tutto condensato in quei volumi che nelle prime decadi dello scorso secolo arredavano il “salotto buono”: gli album di famiglia.
La curatrice della mostra Biba Giacchetti ha chiesto a uno dei più importanti maestri della fotografia di creare un album personale e pubblico, storico e contemporaneo, serissimo e ironico e di dedicarlo in un’anteprima assoluta allo spazio Mudec Photo. È nata così la mostra “Elliott Erwitt. Family”.
Attraverso i 60 scatti da lui selezionati, che raccontano trasversalmente settant’anni di storia della famiglia e delle sue infinite sfaccettature intime e sociali nel mondo intero, Elliott Erwitt offre all’osservatore sia istanti di vita dei potenti della terra (come Jackie al funerale di JFK) sia scene privatissime (come la celebre foto della bambina neonata sul letto, che poi è Ellen, la sua primogenita).
La consueta cifra di Erwitt – col suo ritmo divertente e al tempo stesso con la sua profonda sensibilità umana – si esprime anche su un tema che certamente ha avuto un’importanza determinante nella sua vita personale, con quattro matrimoni, sei figli e un numero di nipoti e pronipoti in divenire.
Come sempre Elliott Erwitt “conduce il suo racconto per immagini senza tesi, in totale sospensione di giudizio”, spiega Biba Giacchetti. “Ci racconta i grandi eventi che hanno fatto la Storia e i piccoli accidenti della quotidianità, ci ricorda che possiamo essere la famiglia che scegliamo: quella americana, ingessata e rigida che posa sul sofà negli anni Sessanta, o quella che infrange la barriera della solitudine eleggendo a membro l’animale prediletto. Famiglie diverse, in cui riconoscersi, o da cui prendere le distanze con un sorriso.”
Un tema universale, che riguarda l’umanità, interpretato da Elliott Erwitt con il suo stile unico, potente e leggero, romantico o gentilmente ironico: una cifra che ha reso questo autore uno dei fotografi più amati e seguiti di sempre.

Elliott Erwitt
New Hampshire, USA, 1958
© Elliott Erwitt

LA FAMIGLIA, NUOVI DATI IN MOSTRA
Era il 1999 quando Lavazza commissionava – in occasione della presentazione dell’edizione del Calendario Lavazza 2000 a firma di Elliott Erwitt, intitolato “Ritratti intorno a un caffè – Families” – una ricerca dedicata alle “nuove famiglie” d’Europa, per documentare i loro modi di vita, gli atteggiamenti e i momenti domestici che avrebbero potuto costituire segnali, spie di una nuova antropologia.
Da questa indagine svolta da Lavazza, e a vent’anni di distanza, Mudec Photo riparte nel segno della continuità, commissionando una nuova indagine i cui risultati verranno resi pubblici in mostra con un vero e proprio focus, presentando così l’evoluzione della famiglia europea dal 2000 a oggi, in dialogo costante con il concetto di famiglia espresso da Erwitt attraverso i suoi scatti.
Non solo: il Mudec proporrà un “censimento per immagini”, mappando le famiglie residenti a Milano attraverso una campagna fotografica scattata per le strade della città nelle settimane a ridosso dell’apertura della mostra, in cui questa volta saranno i cittadini a raccontare la loro personalissima visione della famiglia, ovviamente qualunque essa sia.

CHI È ELLIOTT ERWITT
Elliott Erwitt nasce a Parigi nel 1928, da genitori russi emigrati. Trascorre i primi anni di vita a Milano. All’età di dieci anni la sua famiglia si trasferisce di nuovo a Parigi, l’anno successivo a New York, per poi stabilirsi a Los Angeles nel 1941. Mentre frequenta la Hollywood High School, Elliott lavora in un laboratorio di fotografia sviluppando stampe “firmate” per gli appassionati delle stelle del cinema. Nel 1948 incontra Edward Steichen, Robert Capa e Roy Stryker, i quali apprezzano a tal punto le sue fotografie da diventare suoi mentori. L’anno successivo torna in Europa, viaggia e fotografa in Italia e in Francia, iniziando di fatto la sua carriera professionale. Chiamato dall’esercito degli Stati Uniti nel 1951, continua a lavorare sia per varie pubblicazioni sia per l’esercito stesso, mentre staziona nel New Jersey, in Germania e in Francia. Nel 1953, appena congedato dall’esercito, Erwitt viene invitato a diventare membro di Magnum Photos; l’invito giunge direttamente dal fondatore, Robert Capa. Nel 1968 diventa presidente della prestigiosa agenzia e ricopre tale carica per tre nomine. Ancor oggi è una delle figure di spicco nel competitivo mondo della fotografia. I suoi saggi giornalistici, illustrazioni e pubblicità sono apparsi in pubblicazioni di tutto il mondo per oltre mezzo secolo. Mentre lavora attivamente per riviste, clienti industriali e pubblicitari, Erwitt dedica tutto il tempo libero alla creazione di libri e mostre del suo lavoro. Fino a oggi ha pubblicato circa trenta libri fotografici.

LETIZIA BATTAGLIA. STORIE DI STRADA

LETIZIA BATTAGLIA. STORIE DI STRADA

A PALAZZO REALE UNA GRANDE RETROSPETTIVA DEDICATA A LETIZIA BATTAGLIA TESTIMONIA QUARANT’ANNI DI VITA E SOCIETÀ ITALIANA

Palazzo Reale, Milano

Dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020

La mostra anticipa il palinsesto “I talenti delle donne”, promosso e coordinato daComune di Milano|Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari dedicate all’universo femminile. Negli spazi espositivi di Palazzo Reale a Milano, sarà aperta al pubblico la grande mostra “Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di Letizia Battaglia. Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei,“I talenti delle donne” dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze– dedicate alle donne protagoniste nella cultura e nel pensiero creativo. Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per ilvalore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Letizia Battaglia, Courtesy Palazzo Reale

Nel corso della sua vita Letizia Battaglia ha raccontato anche i volti dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. Letizia Battaglia ‘tratta’ il suo lavorocome un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnicadirettamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’. I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna. Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il piùrecente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il filmShooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Anna Maria Maiolino Aqui e Agora

Anna Maria Maiolino Aqui e Agora

Galleria Raffaella Cortese, Milano

3 dicembre 2019 – 8 febbraio 2020

Anna Maria Maiolino Sou um em Oito (I am One in Eight) – (white), 2012 Ceramic piece in cement base on metal table Base: 62,5 x 38,5 x 23 cm Element: 58 (l) x 28 (w) x 27,5 (h) cm Metal table: 54,6 x 33,6 x 76,6 cm Ed. 8 Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milan

Aqui e Agora, terza mostra personale di Anna Maria Maiolino, che celebra il decimo anno di collaborazione con la galleria. La mostra, che occupa due degli spazi in via Stradella, comprende lavori fotografici, scultorei e video, testimonianze di decenni della pratica poliedrica dell’artista italo-brasiliana. Questa personale propone un’indagine attraverso strutture di significanti poetici, che tessono fili attraverso il linguaggio visivo, inconfondibile, di Maiolino.

Aqui e Agora, “qui e ora”, determina un punto nel tempo, un presente, in cui la pratica decennale dell’artista compone un vocabolario agile, denso e distintivo. Attraverso l’interpretazione personalissima di un immaginario femminile e in risposta alla dittatura e alla censura del Brasile degli anni ’70 e ’80, il lavoro di Maiolino crea una commistione di gesti poetici temperati con azioni urgenti e intrise di significato politico: la libertà di espressione conquistata attraverso la varietà di media le ha permesso di sviluppare linguaggi visivi simultanei e ugualmente potenti.

Nella sede di via Stradella 7, Maiolino mette in mostra opere storiche e recenti, in un forte dualismo di bianco e nero, politica ed estetica. Al centro della sala, una coppia di sculture in ceramica installate su tavoli di metallo nero; l’artista gioca sulla loro distanza cromatica e sulla vicinanza delle loro forme organiche. Alle pareti, le fotografie della celebre serie Fotopoemaçao che dialogano tra loro. I quattro scatti di Aos Poucos (Little by Little), 1976, sono testimonianza delle azioni politiche di Maiolino in opposizione al regime dittatoriale e militare brasiliano, una resistenza che spesso impiega la sua fisicità.

La parete posteriore della galleria è occupata dalla serie più recente Corpo/Paisagem (Body/Landscape), 2018, che segna un passaggio dall’uso dichiaratamente politico del proprio corpo ad uno più intimo e riservato:
i lineamenti del viso dell’artista diventano così un paesaggio e ogni dettaglio è un elemento geografico da esplorare. Ad accompagnare le immagini dei corpi, Um Tempo (uma vez), [One Time, (once)], 2009/2012, un video raramente esposto narrato in portoghese da Maiolino, si propone una nuova declinazione della relazione dell’artista con il paesaggio.

Nella sede di via Stradella 1, due vetrine racchiudono un indice enciclopedico dell’opera fotografica e filmica di Maiolino: fotografie e fotogrammi compongono due collage digitali che offrono un’opportunità unica di viaggiare attraverso anni e dialoghi. Il linguaggio, più nello specifico, la parola scritta, sono evocate da due sculture installate lungo le pareti della galleria, rispettivamente realizzate in ceramica raku e metallo, materiali fondamentali usati dall’artista nel corso della sua carriera. Le forme semplici degli elementi della scultura si leggono come segni di punteggiatura scritti su un foglio di carta bianco.

La voce di Maiolino risuona nello spazio mentre i visitatori interpretano il linguaggio visivo delle sculture, delle fotografie e dei fotogrammi dell’artista. Nel video Sotto Voce, 2016, l’artista legge una poesia in portoghese e al tempo stesso le parole della traduzione inglese attraversano lo schermo. Questioni di appartenenza e migrazione sono intrecciate con riferimenti all’esperienza personale di Maiolino e alla condizione femminile, tematiche centrali della pratica dell’artista. Anna Maria Maiolino, in cinquant’anni d’intenso lavoro, ha creato un universo personale di segni e significati, lasciati all’interpretazione dei visitatori, ma che allo stesso tempo formano un vocabolario intimo e inconfondibile. Anna Maria Maiolino ha presentato la sua prima, grande retrospettiva italiana al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea nell’estate 2019. La mostra è correntemente alla Whitechapel Gallery, Londra, ed è aperta al pubblico fino al 12 Gennaio 2020.

Anna Maria Maiolino
BIOGRAFIA
Nata a Scalea, Italia, 1942. Vive e lavora a San Paolo, Brasile. Traendo ispirazione dall’immaginario quotidiano femminile e dall’esperienza di una dittatura oppressiva e censoria – quella del Brasile negli anni Settanta e Ottanta – Maiolino realizza opere ricche di energia vitale, che fondono uno stile inimitabile la creatività italiana e la sperimentazione delle avanguardie brasiliane, tra media come scultura, video, fotografia, installazione e disegno. Maiolino prende parte al movimento della Nuova Figurazione brasiliana degli anni ’60: le sue stampe e disegni di questo periodo sono atti di resistenza al regime militare nazionale, alle crescenti disuguaglianze urbane e ad un patriarcato culturalmente radicato. Sviluppa in seguito un interesse per la ricerca spaziale ed esistenziale, con tendenze verso il Minimalismo e il Concettualismo, creando installazioni che persuadono ad un’interazione tra lo spettatore e l’oggetto. Alla fine degli anni ’80, Maiolino intraprende il lavoro con l’argilla, realizzando installazioni che mettono in primo piano la manipolazione della materia, creando continui riferimenti a gesti inconsci e ricorrenti della vita quotidiana. I lavori di Maiolino si basano su processi di creazione e distruzione necessariamente intersecate, su un dialogo tra categorie opposte e complementari, dicotomie tra interno ed esterno, vuoto e materia, antico e contemporaneo, senza abbandonare mai una sottesa riflessione sull’identità personale e universalmente umana.

Mostre personali di Maiolino sono state ospitate da numerose istituzioni internazionali, tra cui: Whitechapel Gallery, Londra (2019); PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano (2019); MOCA, Los Angeles (2017); Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive (2014); Malmo Kunsthalle (2011); Centro Galego de Arte Contemporânea, Santiago de Compostela (2011); Fundació Antoní Tàpies, Barcellona (2010); Camden Arts Centre, Londra (2010): Pharos Centre for Contemporary art, Cipro (2007). Tra le mostre collettive più recenti:Radical Women: Latin American Art 1960-1985, Hammer Museum, Los Angeles (2017); Delirious: Art at the Limits of Reason, The Met Breuer, New York (2017); Acervo em Transformação and Histórias da Infáncia,MASP, San Paolo (2016); La Grande Madre, Palazzo Reale, Milano (2015); The World Goes Pop, Tate Modern, Londra (2015). Maiolino è stata invitata a prendere parte a diverse Biennali internazionali, come La Biennale de Lyon (2017), 10th Gwangju Biennale, Gwangju (2014) and Documenta 13, Kassel (2012).

Paolo Scirpa in mostra al Gaggenau Hub di Milano

Paolo Scirpa in mostra al Gaggenau Hub di Milano

Mostra di Paolo Scirpa a cura di Sabino Maria Frassà
promossa da Gaggenau & Cramum

Fino al 31 gennaio 2020 è possibile visitare a Milano da Gaggenau Hub la mostra ‘Sconfinamento’ del Maestro Paolo Scirpa a cura di Sabino Maria Frassà. La mostra riporta a Milano dopo anni di assenzala magia dei neon di uno degli artisti italiani viventi più stimati al Mondo, acquisito da collezioni istituzionali e Musei importanti quali il MART di Rovereto, il Museo del Novecento e le Gallerie d’Italia. ‘Sconfinamento’ raccoglie 15 opere tra sculture, dipinti e fotografie, accomunate dal fatto di essere “porte” verso l’infinito. Come ricorda il curatore Frassà “Forte è la componente spirituale nel lavoro di Paolo Scirpa, che porta l’infinito in uno spazio finito. Le sue opere danno la possibilità allo spettatore di conoscere, provare e vivere lui stesso l’infinito, elevarsi al di la della propria corporeità ed elevarsi. Sono quindi opere “interattive” che vanno vissute e viste da vicino: solo con gli occhi a pochi centimetri dall’opera si disvela “un mondo parallelo, l’infinito nel finito“.

Ludoscopio di Paolo Scirpa in mostra da Gaggenau Hub a Milano @francescapiovesan

La mostra – visitabile fino al 31 gennaio 2020 – chiude il ciclo di mostre ‘IN-MATERIAL, quando la materia si fa pensiero’, ideato dallo stesso Frassà e promosso dal noto brand tedesco insieme al progetto non profit Cramum per tutto il 2019. Attraverso le sue opere, Paolo Scirpa indaga perciò l’infinito quale dimensione a cui l’uomo tende, senza pretesa o presunzione di rappresentarlo. Eternità e infinito sembrano però essere solo il movente, l’inizio del viaggio. “Quanto tempo è per sempre?” chiedeva Alice al Bianconiglio. Guidandoci nel suo Mondo anche Paolo Scirpa, come il Bianconiglio, sembra risponderci: “A volte, solo un istante”.  Per l’artista, obiettivo dell’arte è sconfinare, ovvero indurre un percorso di libertà mentale e fisica: senza non c’è progresso né evoluzione. I suoi Ludoscopi sono opere tridimensionali che propongono la percezione di profondità fittizie, veri iperspazi-luce in cui è abolito il limite tra il reale e l’illusorio, che mirano a liberare e elevare l’essere umano, ad approcciare e percepire l’infinito anche solo per un secondo. Sabino Maria Frassà spiega che “le opere di Scirpa sprigionano una vertigine di gioia, una possibilità di riassaporare quello stupore e quella meraviglia propria dei bambini, ancora incoscienti e non pienamente consapevoli di sé e dei propri limiti. La mostra “Sconfinamento” riesce a  far provare tutte queste emozioni: a ogni angolo i ludoscopi site-speicifc incantano e ipnotizzano chi li guarda, mentre i Progetti Urbanistici (fotografie) ingannano l’occhio mostrando una Milano come se fosse stata sviluppata da architetti futuristi. Terminata questa esperienza immersiva, ognuno di noi penserà come Alice a conclusione del suo viaggio che nulla è impossibile e che basta un secondo per capire che l’infinito è solo l’inizio”.

Gaggenau DesignElementi Hub – Corso Magenta 2 – Milano
Accesso gratuito dal 21 novembre al 31 gennaio 2020, da lunedì a venerdì, 10:00-19:00 | Lo spazio rimarrà chiuso dal 20 dicembre (compreso) al 6 gennaio 2020 (compreso).

ANTONELLO DA MESSINA a Palazzo Reale, Milano

ANTONELLO DA MESSINA

Milano, Palazzo Reale
21 febbraio – 2 giugno 2019

Di Antonello da Messina (1430-1479), al pari di altri immensi artisti, restano purtroppo poche straordinarie opere, scampate a tragici avvenimenti naturali come alluvioni, terremoti, maremoti e all’incuria e ignoranza degli uomini; quelle rimaste sono disperse in varie raccolte e musei fra Tirreno e Adriatico, oltre la Manica, al di là dell’Atlantico; molte hanno subito in più occasioni pesanti restauri che hanno alterato per sempre la stesura originaria, altre sono arrivate sino a noi miracolosamente intatte. La mostra, aperta dal 21 febbraio al 2 giugno 2019 a Palazzo Reale di Milano – frutto della collaborazione fra la Regione Siciliana e il Comune di Milano-Cultura con la produzione di Palazzo Reale e MondoMostre Skira, curata da Giovanni Carlo Federico Villa – è da considerarsi come uno degli eventi culturali più rilevanti, all’interno del panorama nazionale e internazionale, per l’anno 2019. Una occasione unica e speciale per entrare nel mondo di un artista eccelso e inconfondibile, considerato il più grande ritrattista del Quattrocento, autore di una traccia indelebile nella storia della pittura italiana.

Antonello da Messina Annunciata (1475-1476) tempera e olio su tavola; 45 x 34,5 cm Palermo , Galleria Regionale di Palazzo Abatellis (inv. 47)

“Questa mostra storica, la cui realizzazione è stata possibile grazie alla collaborazionecon molte diverse istituzioni, italiane e internazionali, vede riuniti per la prima volta a Milano ben diciannove opere di Antonello da Messina, proponendo al pubblico il racconto affascinante di un artista innovatore dei suoi tempi, il cui carisma è giunto intatto sino a noi”, dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno. Sono esposte diciannove opere del grande Maestro, su 35 che ne conta la sua autografia: a cominciare dall’Annunciata (1475 circa), autentica icona, sintesi dell’arte di Antonello, con lo sguardo e il gesto della Vergine rivolti alla presenza misteriosa che si è manifestata, uno dei più alti capolavori del Quattrocento italiano in grado di sollecitare in ogni spettatore emozioni e sentimenti; e le eleganti figure di Sant’Agostino (1472-1473), San Girolamo (1472-1473) e San Gregorio Magno (1470-1475) forse appartenenti al Polittico dei Dottori della Chiesa, tutti provenienti da Palazzo Abatellis di Palermo; ma anche il celeberrimo Ritratto d’uomo (1465-1476) dall’enigmatico sorriso proveniente dalla Fondazione Culturale Mandralisca di Cefalù, utilizzato originariamente come sportello di un mobiletto da farmacia, oggetto di vari restauri e conosciuto nella tradizione locale come “ignoto marinaio”.

Antonello da Messina Madonna col Bambino (Madonna Benson) (1475 circa) olio e tempera su tavola trasportata su compensato; 58,1 x 43,2 cm Washington, National Gallery of Art (inv. 1937.1.30)

Dalla National Gallery di Londra giunge a Milano un altro capolavoro, il San Girolamo nello studio (1474- 1475) in cui si armonizzano ispirazioni classiche e dettagli fiamminghi, ma ricordiamo anche la Crocifissione(1460 circa) proveniente dal Museo nazionale Brukenthal di Sibiu in Romania e attribuita ad Antonello, prima da Karl Voll nel 1902 e successivamente da Bernard Berenson nel 1932; il Ritratto di giovane (1474) dal Philadelphia Museum of Art, l’incantevole Madonna col Bambino (1475 circa) dalla National Gallery di Washington, Ritratto di giovane uomo (1478) dal Museo statale di Berlino.

Antonello da Messina San Girolamo nello studio (1475 circa) olio su tavola di tiglio; 45,7 x 36,2 cm London, The National Gallery (inv. 1418)

Dagli Uffizi arriva l’importantissimo trittico con la Madonna con Bambino, il San Giovanni Battista – acquistati nel 1996 dal Ministero dei Beni Culturali – e il San Benedetto di straordinaria qualità pittorica; dalla Pinacoteca Malaspina di Pavia giunge il ritratto di giovane gentiluomo (Ritratto d’uomo 1468-1470, a lungo considerato il vero volto dell’artista), già pienamente antonelliano per inquadramento, sfondo, postura e soprattutto attitudine leggermente ironica del personaggio: trafugato dal museo nella notte fra il 10 e l’11 maggio 1970 fu recuperato sette anni dopo dal nucleo di Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri; dal Collegio degli Alberoni di Piacenza il celebre Ecce Homo (Cristo alla colonna) (1473-76). E ancora il Ritratto d’uomo (Michele Vianello?) (1475-1476) dalla Galleria Borghese di Roma, il poetico Cristo in pietà sorretto da tre angeli (1474-1476 circa) dal Museo Correr di Venezia, Ritratto d’uomo (anche detto Ritratto Trivulzio (1476) dal Museo Civico d’Arte Antica, Palazzo Madama di Torino.

Antonello da Messina Ritratto d’uomo (anche detto Ritratto Trivulzio) (1476) olio su tavola di pioppo; 37,4 x 29,5 cm Torino, Museo Civico d’Arte Antica, Palazzo Madama (inv. 437/D, già 353)

Chiude la parte relativa al grande Maestro, la dolcissima Madonna con il Bambino (1480) dall’Accademia Carrara di Bergamo, opera del figlio Jacobello di Antonello, eseguita l’anno seguente la morte del padre: nella inusuale firma indica, come struggente offerta di devozione filiale, di essere il figlio di “pittore non umano” quindi divino. Jacobello faceva parte della bottega del padre e si fece carico di completare quanto la morte aveva impedito di terminare. Viene poi dedicata una sezione a ricostruire le vicende della pala di San Cassiano, testo capitale per la storia dell’arte italiana. Mentre consacrata al mito di Antonello nell’Ottocento viene esposta la tela diRoberto Venturi Giovanni Bellini apprende i segreti della pittura a olio spiando Antonello (1870) dalla Pinacoteca di Brera: la tela, conservata al tribunale di Milano, è stata restaurata in onore dell’esposizione.

Antonello da Messina Ritratto di giovane (1474) olio su tavola di noce; 31,5 x 26,7 cm Philadelphia, Philadelphia Museum of Art, The John G. Johnson Collection (inv. 159)

Una mostra che ha una guida d’eccezione: Giovan Battista Cavalcaselle. E’ il grande storico dell’arte, attraverso i suoi taccuini e disegni, a condurre il visitatore alla scoperta di Antonello da Messina. Così che ciascuno possa, passo passo, comprendere appieno i meriti di questa eccezionale figura, uno dei padri della storia dell’arte occidentale, e insieme a lui capire come Antonello, da mito, è divenuto realtà. Grazie alla straordinaria collaborazione attivata negli anni con la Biblioteca Marciana di Venezia sono dunque presentati in mostra 19 meravigliosi disegni di cui 7 taccuini e 12 fogli, dei quali alcuni su doppia pagina, di Giovan Battista Cavalcaselle con la sua amorevole ricostruzione del primo catalogo di Antonello.


Antonello da Messina Ritratto di giovane (1478) olio su tavola di noce; 20,4 x 14,5 cm Berlin, Staatliche Museen zu Berlin (inv. 18)

Un focus della mostra è dedicato al rapporto dell’artista con la sua città natale e ai pochi referti rimasti sulla sua vita, a causa dei numerosi tragici eventi naturali, in particolare i terremoti, che ne hanno causato in gran parte la sparizione e distruzione, referti che ci consentono di conoscere aspetti della vita del grande pittore siciliano. Cavalcaselle seguì un formidabile erudito messinese, Gaetano La Corte Cailler, che trovò e trascrisse documenti notarili che testimoniavano gli eventi minuti della famiglia del pittore: il testamento della nonna, il ritorno in brigantino dalla Calabria della famigliola del pittore, la dote della figlia; il testamento infine di Antonello, datato febbraio 1479. Altro di lui non c’era: un’alluvione aveva disperso le ossa in un antico cimitero, più terremoti avevano distrutto prove documentarie a Noto e in altri paesi siciliani. L’antica Messina era già stata distrutta e poi ricostruita nel 1783. Fu definitivamente distrutta alle ore 5,21 del lunedì 28 dicembre 1908: un terremoto del 10° e ultimo grado Mercalli, poi il maremoto, una catastrofe sulla città siciliana. Una mostra così speciale e importante richiede come corredo editoriale un libro altrettanto unico: Skira pubblica il catalogo della mostra con tutte le immagini delle opere esistenti e riconosciute di Antonello da Messina; una Sezione storico artistica con i saggi di Giovanni Carlo Federico Villa, Renzo Villa, Gioacchino Barbera e cinque testi letterari rispettivamente di Roberto Alajmo, Nicola Gardini, Jumpa Lahiri, Giorgio Montefoschi e Elisabetta Rasy. Concludono il volume gli Apparati con Biografia e Bibliografia Ragionata. Una mostra dunque affascinante e davvero unica, dove apprezzare la fine introspezione psicologia dei volti degli uomini e delle donne profondamente italiani dipinti dal grande artista e la maestria tecnica fatta di misture e infinite stesure dei colori che Antonello prese dai contemporanei fiamminghi e rielaborò, mescolandola alle influenze venete, nella sua maniera mediterranea, inconfondibile e di assoluta bellezza.

DAN GRAHAM, FASHION AND ARCHITECTURE / Francesca Minini, Milano

DAN GRAHAM, FASHION AND ARCHITECTURE

Francesca Minini, Milano
fino al 4 maggio 2019
Da una fascinazione per la moda e l’architettura, di cui Milano è capitale riconosciuta a livello internazionale, nasce il progetto espositivo di Dan Graham, che per la seconda mostra da Francesca Minini mette in dialogo opere video, testi e disegni affiancati dai suoi over-sized model pavilion.

DAN GRAHAM Installation view at Francesca Minini, Milan

Pioniere dell’arte concettuale, Dan Graham esordisce negli anni Sessanta con atti performativi, accompagnati da opere site-specific, film e video installazioni. La sua ricerca da sempre è affiancata da un’intensa pratica di scrittura, iniziata con le prime opere concettuali pubblicate su numerose riviste, fino ad arrivare ai testi di analisi sociale e culturale caratterizzati da un particolare interesse per la musica e la cultura pop.

DAN GRAHAM Installation view at Francesca Minini, Milan

Negli anni Settanta il lavoro dell’artista evolve verso un’indagine delle interazioni sociali e dei confini tra lo spazio pubblico e quello privato, attraverso padiglioni e progetti architettonici che raggiungono fama internazionale. Partendo dal concetto di intersoggettività, i padiglioni di Dan Graham creano degli spazi dialettici in cui il fruitore è contemporaneamente attore e spettatore, in un continuo gioco di riflessi e trasparenze. In questa dinamica di immagini che si sovrappongono, emerge l’esigenza di volgere lo sguardo oltre, di proiettarsi verso l’esterno, sia che si tratti di un paesaggio naturale, urbano o di uno spazio espositivo.

DAN GRAHAM Installation view at Francesca Minini, Milan

Concepiti come opere scultoree, gli over-sized model pavilion dialogano con i disegni, i collage e gli scritti pensati per il progetto della boutique londinese di Liza Bruce.

DAN GRAHAM Installation view at Francesca Minini, Milan

Ulteriore importante legame con il mondo della moda è il padiglione realizzato per la sfilata di Céline a Parigi durante la settimana della moda del 2017. In mostra, il video del défilé evidenzia come il corpo in movimento delle modelle segua la sinuosità dei suoi vetri semi-specchianti e delle pareti traforate.
Nell’ultima sala della galleria, il video Don’t Trust Anyone Over 30. Il lavoro, originariamente presentato come un vero concerto rock’n’roll di marionette, è ambientato negli anni Settanta, quando il movimento hippie si spostò dalle campagne per andare a popolare le città. Per Dan Graham quest’opera rappresenta lo strumento di condivisione per tutti i nonni e i padri dell’epoca hippie che desiderano trasmettere ai loro nipoti e figli i ricordi del fermento culturale di quegli anni.

DAN GRAHAM Installation view at Francesca Minini, Milan

Waking Dream, la collettiva che indaga sulle dimensioni del sogno a cura di Maria Abramenko

Waking Dream

5-9 aprile (Miart 2019)
308 Nulla è perduto, Milano

a cura di Maria Abramenko

Passiamo buona parte della nostra vita a sognare, soprattutto quando siamo svegli.
Carlos Ruiz Zafón, Il gioco dell’angelo

Waking Dream è una mostra sperimentale a cura di Maria Abramenko che avrà luogo durante la settimana di MiArt a Milano dal 5 al 9 Aprile presso 308 Nulla è perduto (via Sartirana 3).

TADAO CERN

Waking Dream riunisce 7 artisti e 2 collettivi con talenti altamente individualistici sotto il tema del sogno lucido: i meme subconsci, i simboli e le figure antropomorfe presenti nel nostro paesaggio onirico, e il loro impatto sulla mente al risveglio. L’ispirazione per questo tema è tratto dagli scritti di Carl Gustav Jung e dalla sua convinzione che la creatività della mente nello stato di veglia è una sintesi di pensieri che turbinano attraverso l’inconscio durante le ore di sonno.

JONATHAN VIVACQUA

Questa mostra, partendo dalla dimensione onirica del soggetto come un’eclissi totale dei cinque sensi, si interroga sui dualismi esperienza-percezione. La veglia e il sonno sono due stati di coscienza opposti. Il collegamento tra questi due mondi è the Waking. Durante il sonno il sistema neuronale inibisce la vividezza dei ricordi evocati dall’inconscio. In contrasto con il mondo contemporaneo, dove ogni giorno sperimentiamo i nostri avatar, degli alter ego più o meno consapevoli, di linguaggi algoritmici e una realtà parallela creata da bit con questa mostra il sogno torna ad essere la facoltà più umana di simbolizzazione, una delle ultime vie organiche e spirituali che apre a infinite strade.

GRAPHIC SURGERY (Gysbert Zijlstra/Erris Huigens)

I sette artisti e due collettivi interpretano Waking Dream attraverso diverse sfaccettature che vanno a toccare tutti e cinque i sensi. La mostra porta lo spettatore a riflettere su come la vita subconscia influenzi il suo rapporto di percezione dell’opera d’arte.

Matteo Castiglioni presenta un’installazione audiovisiva che offre una riflessione esperienziale sulla realtà digitale.

Tadao Cern valicando la barriera tra opera, ambiente e spettatore esplora giocosamente il sogno lucido attraverso la leggerezza e la pesantezza, l’attrazione e la repulsione, la corporeità e l’immaterialità dei suoi Black Baloons.

Il collettivo DUSKMANN si ripresenta dopo l’installazione Preludio, tenutasi perManifesta12. In questa occasione il gruppo artistico, dall’animo minimal post-atomico porterà una serie di sculture le cui geometrie infinite esprimono la potente energia espressiva del sogno come simbolo.

Ignazio Mortellaro decifra con il suo lavoro il sogno come orizzonte dell’intelletto, un luogo interiorizzato di libertà.

Scerbo indaga il rapporto tra l’essere umano e la sua esistenza attraverso il medium della luce e della trasparenza.

Con la sua opera Veronica Smirnoff mostra all’osservatore la delicatezza della dimensione onirica rappresentata tramite l’utilizzo delle tecniche dei maestri antichi.

Il collettivo olandese Graphic Surgery (Gysbert Zijlstra e Erris Huigens) scardina la percezione dell’ambiente attraverso il rigore geometrico di un intervento site-specif.

Le opere di Jonathan Vivacqua distorce e deforma lo spazio fisico, tramutandolo in uno spazio del subconscio.

Infine, Giulio Alvigini, creatore di Make Italian Art Great Again, con le sue opere randomicamente disposte, propone un’ironica oggettivazione del sistema dell’arte contemporanea italiana.

DUSKMANN

Il 6 aprile alle 8:30 Waking Dream presenta un’audio performance di Edoardo Dionea Cicconi, le quali vibrazioni sonore trasporteranno il pubblico in un momento lisergico a percepire l’esperienza di un sogno lucido.


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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