Thomas Braida a Pesaro, Aspettando dentro l’anno del gatto

Thomas Braida a Pesaro, Aspettando dentro l’anno del gatto

La piazza è gremita di casupole in legno del mercatino natalizio, sulla facciata del municipio tra gli stendardi si distingue quello della Centro Arti Visive Pescheria. Una donna con un copricapo di pelle viva. Lingue di fuoco, i denti aguzzi della bestia esanime, ai suoi piedi dilaga una pozza densa; le mani sono coperte da una guaina di sangue, una sottile sigaretta che si allunga dalle dita affusolate. La Pantera de Marghera si staglia con una potenza erculea sullo sfondo lagunare, bagliori sinistri e un cielo terso si alimentano delle canne fumarie della città industriale. Atmosfera apocalittica. Si rimane attoniti innanzi alla pittura di Thomas Braida, pennellate pastose ed esuberanti che vibrano sulla tela, romantiche; colori che osano accostarsi creando effetti che sconvolgono e appagano l’occhio. Tinte bituminose e cupecome afferma il critico Davide Ferri, accese da improvvisi filamenti di luce come in Le tentazioni di Sant’Antonio, ove belve di pelliccia, ghigni e zanne, ammassi grotteschi di maschere carnascialesche assediano un corpo riverso su un palco. Un’ambiguità segreta si percepisce nei personaggi e negli spazi saturi, satolli, del nostro cantastorie. Eppure lo sguardo sembra allargarsi orizzontalmente o verticalmente in alcuni frangenti, mentre in altri, i frammenti costipati, sono già carichi di tutte le attese e non danno spazio a nuovi orizzonti. Una fantasia traboccante e coinvolgente che parte dalla narrativa di Salgari cogliendo insoliti umori, sapori orientali che ammiccano all’animazioni di Hayao Miyazaki. In Le atrocità di San Giorgio e compagna un cavaliere con il volto mozzato dall’inquadratura, si muove sul suo destriero in una grotta inondata di luce ed acqua mentre un’asta si conficca nel minuscolo corpino di un drago. Le zampe del cavallo ed il crine sono resi con sfumature verdi muschio e fanno da contrappunto al blu notte del paramento posto sul suo dorso.

La natura rigogliosa, pervasiva nella sua forza espressiva, è minacciata dall’imprudenza e dall’ignoranza dell’uomo: L’ultimo uccello ammonisce sulle imminenti estinzioni e sul cambiamento climatico, problemi all’ordine del giorno ma costantemente sottovalutati. Il manto dell’erba mosso dal vento ed incrinato in onde di giada in Non ci si commuove mai sta per essere lambito dalle fiamme, la visione ravvicinata sembra proiettarci all’interno del bosco, nella concitazione di una fuga disperata.

Così in Madre terra si ripiglia gli animali l’incarnazione della natura, un volto coperto da un leggero velo vedovile, si erge dalla terra come una montagna e chiama a sé i cadaveri di alcuni uccelli esotici, circondati da aloni evanescenti fucsia e turchini: un tucano dal becco ocra, un pennuto smeraldo, un canarino giallo fluorescente. Le cime e le fronde degli alberi sono macchie offuscate dall’ombra o incendiate dalla luce che riverbera calda in un tratto pianeggiante come fosse giunta l’ora del tramonto, eppure il cielo è ancora limpido ed azzurro.

Il curatore Marcello Smarrelli insieme all’artista ha deciso di dividere l’esposizione in due nuclei. Il primo si concentra nella sala a pianta dodecagonale ove sono i dipinti nei quali è presente o viene echeggiata la figura femminile sensuale, guerriera, conturbante. Uno dei quadri più recenti Ti pretendo è una miscela esplosiva: facendo il verso alla canzone di Raf, ragiona su attrazione e mitologia. Una ninfa o diavolessa dagli occhi scarlatti e copricapo felino mostra la schiena nuda allo spettatore; dall’altra parte un individuo bestiale e primitivo dal doppio volto le pone una rosa rossa. Una persiana verde fa da sfondo, mentre in primo piano un tavolo di un blu terso specchia parte del fondoschiena della donna e fa risuonare il brulichio della florida natura morta: un vaso carico di fiori di ogni sorta e un corteo di fatine ed esseri alati daSogno d’una notte di mezza estate.

Clangori ci catapulta in una diversa ambientazione – pensiamo ad imprese belliche rappresentante in pittura come La Battaglia di San Romanodi Paolo Uccello e la perduta Battaglia di Anghiari– riduce lo spessore della presenza umana in un balugìnio bronzeo di scudi ed armi in cui trova spazio persino un essere scheletrico simile alle strane creature proliferanti nelle Stregoneriedi Salvator Rosa. Il secondo nucleo si dipana nella galleria dalle immense vetrate: gioca con tre diverse grandezze dei dipinti e termina a colpo d’occhio nel bacino della fontana, la cui sagoma viene usata come maschera e come superficie curvilinea per proiettare in un gioco di forme altre opere di Braida. Aspettando dentro l’anno del gatto, omaggio alla canzone di Al Stewart, è barocca e romantica, ironica, ricca di spunti e citazioni che non fanno altro che alimentare la nostra curiosità: quali saranno le prossime sorprese che ci riserverà Thomas Braida, giovane artista da anni legato alla prolifica attività della galleria romana Monitor?

Giorgia Basili

Centro Arti Visive Pescheria

Pesaro 17 novembre 2018 13 gennaio 2019

Apre la galleria Barattolo. Nel cuore di Imperia la mostra “Rianimare l’inanimato”

Apre la galleria Barattolo. Nel cuore di Imperia la mostra “Rianimare l’inanimato”

Angelo Maisto / Massimo Sirelli. Rianimare l’inanimato

1-31 ottobre 2018

Barattolo galleria d’arte contemporanea

Apre BarattoloNel cuore di Imperia, questa piccola galleria, sceglie di insediarsi lontano dalle rotte artistiche principali. Una mossa coraggiosa o insospettabilmente astuta, giocata d’anticipo da Vincenzo Bordoni, direttore artistico e fondatore di Barattolo, vlogger, stand up comedian ed ultimo ma non per importanza art-addicted. Nonostante questi inglesismi potrebbero sembrare piuttosto respingenti quello che non possiamo non lodare è la propensione al coinvolgimento del sostrato sociale e dei media che Vincenzo vorrebbe coniugare con la nuova impresa curatoriale. Un modo di pensare l’arte che si appella agli instagrammiani, al popolo virtuale, facebook, youtube, telegraph per scegliere insieme su cosa puntare gli occhi. Cosa cerca questo piccolo spazio per l’arte contemporanea in Liguria?

Racchiudere la bellezza e la meraviglia in uno scrigno. Un barattolo, una White Cube, che vorrebbe far risuonare le proprie biglie per diventare il fiore all’occhiello di Imperia. Nella città si può visitatore il museo Maci di Villa Faravelli, una collezione ricca di notevoli pezzi d’arte astratta, messa in piedi dall’architetto Lino Invernizzi, il cui allestimento potrebbe definirsi anti-modello, esempio in negativo di come valorizzare una raccolta di opere eterogenee. Fontana, Dorazio, Albers, Max Bill, Campigli, Sonia e Robert Delaunay per fare alcuni nomi. In questo contesto, che può apparire scevro e lontano dai canali contemporanei del mercato d’arte, a soli settanta chilometri, un’ora di macchina, da Monte Carlo, Vincenzo Bordoni ha deciso di aprire la galleria considerando la vicinanza alla Francia e l’essenza della città portuale, meta di turisti e di potenziali collezionisti.

Barattolo esordisce con la mostra Rianimare l’inanimato, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, direttore della rivista di settore Exibart. Due artisti, il napoletano Angelo Maisto e il calabrese Massimo Sirelli, si incontrano per la prima volta in occasione del vernissage eppure le loro poetiche e i loro lavori hanno diversi punti in comune. Massimo Sirelli, legato al mondo della street art e dei graffiti agli esordi, ha dato vita alla prima casa adozioni di robot da compagnia del mondo adottaunrobot.com dove un catalogo di esserini di latta, metalli e bulloni alloggiano aspettando di conoscere la propria famiglia. Questi robottini sono assemblati utilizzando materiali di scarto, non objects trouvésma composizioni di un bottino da robivecchi e cenciaioli.

Legato al ricordo della nonna che non voleva buttare vecchi oggetti e cianfrusaglie, Sirelli ha deciso di reinvestire l’affetto per un’idea di accumulo e preservazione decidendo di mettere insieme chiavi, bottoni, vecchie lenti ottiche, scatole di biscotti o da conserva. Nei numerosi viaggi in giro per il mondo cerca materiali destinati alle discariche o elementi curiosi e dal segreto fascino estetico, come contenitori di peperoncini messicani, assortimenti di the inglesi da Harrods, oggettistica rudimentale nei mercatini delle pulci parigini, portoghesi, catalani. Sono così nati Bob Gum, Surya, Beth e Nerone Gattobianco.

«I pezzi con cui è costruito Nerone, sono tutti scarti e ferramenta di recupero, scovati da Massimo tra mercati, officine e magazzini. Si possono notare dadi di ferrovia, lame di rasoio, molle di bicicletta e componenti». L’antropologo Levi-Strauss nel Pensiero Selvaggio concepisce il bricolage come un universo chiuso ove i materiali contingenti, in quanto risultato di una precedente costruzione e de-costruzione, sono occasione di immaginazione e si appellano ad un bagaglio di concetti, icone e mitologie, condivisi dagli occidentali e da popoli primitivi, indigeni, lontani dalla società ingegneristica-industriale.

La perizia manuale insieme al desiderio di inventare storie e narrazioni visive, non semplici illustrazioni bensì apparati espressivi fantastici – come avviene nelle boxes di un artista naïf come Joseph Cornell, il cacciatore di immagini(Charles Simic) per eccellenza – tornano nell’indirizzo pop di Massimo Sirelli che orchestra una Coney Island di personaggi cibernetici da lucidare e salvare dalla ruggine. Quasi animali da compagnia, ognuno con la propria bio e il proprio pedigree, con esigenze e preferenze da soddisfare. La stessa peculiarità compositiva si ritrova nell’opera di Angelo Maisto, acquerellista che riversa sulla carta un mondo bizzarro di esseri microscopici, fiori e piante giganti che sembrano uscite fuori dagli erbari rinascimentali. Dai suoi acquerelli di una consistenza satura e opaca, caratteristica di alcune illustrazioni botaniche, parte per riprodurre “in carne ed ossa”, a livello scultoreo-tridimensionale creature che popolano un sottobosco alla Alice in Wonderland. Superando il concetto dei libri pop-up le figure si emancipano dalla pagina.

Diversi riferimenti potrebbero saltare all’occhio: Bosch, i bestiari medievali, il popolo minuto celtico, il Manual de zoología fantástica (1957) di Borges, Foppiani. Con l’intento di «Salvare gli oggetti dalla loro insignificanza o dal loro uso duramente strumentale» Maisto realizza sculture come Tapimbuto, Ranamobile, Fringuello Zafferano o delle bacheche abitate da queste singolari creature, rimandando a quella cultura popolare di “collezionisti del quotidiano” che è stata protagonista dell’interessante progetto-mostraVetrinettea cura del fotografo Paolo Riolzi presso il Museion di Bolzano. Esposto per l’occasione di Rianimare l’inanimato, Camaleonte-bipeterivela la propria silhouette e le parti del corpo che lo compongono come nelle istruzioni per il montaggio di modellini e miniature. In Uccellatori  (2017, cm 56×62) due figurine dotate di occhi-spille ingaggiano battaglia contro un innocuo ed indifferente pennuto, agitando sciabole grandi come stuzzicadenti. La bellezza di questi lavori è nell’asciugatura dei dettagli, una meditata enfatizzazione dei punti nodali che “snellisce” le forme, alleggerendole nell’essenzialità di una struttura organica pur nutrendosi di un gusto raffinato vicino alle arti decorative, come testimonia il titolo di una precedente mostra, Diakosmesisin greco ornamento, disposizione.

Giorgia Basili

’68 Materiali per un museo progressivo

’68 MATERIALI PER UN MUSEO PROGRESSIVO

Palazzo di città, Cagliari

fino al 30 novembre 2018

’68 MATERIALI PER UN MUSEO PROGRESSIVO, è un progetto dei Musei Civici di Cagliari, nell’ambito del festival CagliariPaesaggio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Cagliari, realizzata in collaborazione con la Fondazione di Sardegna. La mostra, a cura di Paola Mura e Ugo Ugo, fa rivivere oggi, a cinquant’anni di distanza, il paesaggio artistico e culturale della Città, riproponendo al pubblico le innovative esperienze che, fra gli anni ’60 e ’70, resero possibile costituire a Cagliari una tra le più complete collezioni d’arte contemporanea in Italia.

Si celebra così, a 50 anni dal “Maggio Francese”, un movimento che innovò profondamente la società e i cui effetti nel campo dell’arte, della cultura e nella politica, influenzarono profondamente l’ultima parte del Novecento. L’esposizione, con oltre 50 opere fra pitture, grafica, sculture, installazioni raccolte a partire dal 1968, evidenzia il valore di sperimentazione e ricerca condotto in quegli anni dai Musei Civici, completando il meticoloso progetto di ricerca sulla collezione d’arte Contemporanea, allestita presso la Galleria Comunale nella sala Ugo Ugo, dall’estate 2017. La collezione, raccolta con l’obiettivo di creare un ponte tra la Sardegna e le esperienze più avanzate di quegli anni, vanta artisti quali Paolini, Uncini, Agnetti, Adami, Castellani, Giò Pomodoro, Gilardi, Griffa, Bonalumi, Nespolo – per citarne alcuni – selezionati dall’allora direttore e da un team di critici tra i più noti dell’epoca, che dialogano con i colleghi isolani come Casula, Rossi, Panzino, Leinardi e Pantoli, questi ultimi due, sardi per scelta.

L’allestimento al Palazzo di Città si ispira a quello proposto da Ugo nel 1975, all’inaugurazione dell’allora mostra “Materiali per un centro pubblico d’arte contemporanea”. Le sale sono arricchite da un apparato didascalico, “la fascia didattica” che, senza intrusioni visive con le opere, offre una lettura “doppia”: quella del momento dell’acquisizione della collezione e quella attuale. Per permettere al visitatore di immergersi nello spirito dei movimenti collettivi del ’68, che integravano arte e politica, la mostra è arricchita da documenti che testimoniano il processo di costituzione della collezione, testimoniato dai carteggi intercorsi tra il direttore e gli artisti nel momento dell’acquisizione delle opere, da cui si evince l’adesione entusiastica al progetto rivoluzionario.

A completamento dell’esposizione, il materiale fotografico e la rassegna stampa dell’epoca, che evidenziano il dibattito e l’ attenzione che l’esperienza innovativa di Cagliari, sede apparentemente periferica, suscitò a livello nazionale, tanto da essere considerata una fra le più interessanti e complete collezioni d’Italia.

Il progetto del collettivo DUSKMANN sorprende Palermo in occasione di Manifesta12

Dal 15 giugno al 4 novembre 2018

Chiesa della Madonna della Mazza, via Maqueda n° 387

In una delle vie più frequentate della città, via Maqueda, adiacente a Palazzo Mazzarino, tra i luoghi di maggior richiamo di Manifesta, il collettivo DUSKMANN presenta la sua opera nella Chiesa della Madonna del Soccorso, detta anche “della Mazza”, studiando appositamente un’installazione per questo spazio rimasto chiuso al pubblico per quattro decenni e riscoperto eccezionalmente per la biennale. La Chiesa diventa così luogo in cui la città si avvicina e si fonde con l’arte contemporanea.

DUSKMANN
DUSKMANN, grazie al patrocinio del Comune di Palermo, di Palermo Città della Cultura e della Curia, riesce a creare una particolare armonia tra la storia e l’espressione artistica più moderna ed attuale sprigionata dall’installazione Prelude. L’interazione tra il pubblico e l’opera ha un carattere intimo e silenzioso. All’ingresso del vestibolo, un grande pannello nero blocca l’entrata e impedisce l’accesso alla chiesa. Tre piccole aperture ottagonali poste a diverse altezze danno possibilità di osservarne l’interno, che si trova al buio: solo attraverso una gettoniera, inserendo una moneta, tutto si illumina per pochi secondi. Ad attendere lo spettatore, un’esplosione di luce rivela una nuova ed inedita composizione di Prelude. Questa volta infatti la grande gemma di DUSKMANN, un diaspro rosso dalle sembianze di un cuore, è circondata da 6 opere nella versione in bianco delle 41 che compongono l’intera serie. Una scelta dettata dal voler armonizzare le geometrie infinite dei quadri con l’ambiente circostante, facendo così risaltare tutta l’imponente potenza della pietra centrale. Il progetto fa leva da un lato sulla curiosità dei passanti nel vedere aperto un luogo chiuso da anni, dall’altro è un modo per chiudere il cerchio sul processo creativo di Prelude, che ha origine proprio in queste terre e che ora ha la possibilità di restituirgli energia nuova.

DUSKMANN

“Abbiamo voluto approfittare di un’importante occasione come Manifesta per riportare Prelude in questa terra dove la stessa installazione è stata concepita. È stato per noi un onore riaprire alla città questa chiesa, un luogo chiuso ormai da decenni, e far interagire i cittadini con la nostra arte”.

DUSKMANN

PRELUDE nasce durante un viaggio in Sicilia. Gli artisti si lasciano affascinare dalla bellezza dei marmi siciliani e dai grafismi che essi nascondono. Li fotografano, incorniciano e installano, con un riguardo particolare per la geometria e con un caratteristico gusto minimal post-atomico, in bilico tra l’arte più pura e un’attenta ricercatezza di forma. Trovano un grande diaspro rosso, scolpito dalla natura stessa a forma di cuore. Lo lucidano e lo fanno diventare il centro dell’opera. Questo diaspro è l’anima pulsante, punto focale da cui parte la prospettiva sui quadri circostanti. La serie Prelude è composta da 41 opere nere e 41 bianche. Sono fotografie selezionate da oltre 2000 marmi scattati a seguito di un’ossessiva ricerca; sul retro di ogni opera c’è una porzione di diaspro a forma ottagonale che rende unica ogni immagine e che le ricollega idealmente tutte al cuore centrale come fossero conseguenza di una metaforica esplosione. La dicotomia è continua, il potere è degli opposti, la sintesi delle complessità contemporanee è linfa vitale di DUSKMANN, non a caso è da qui che ne nasce il nome: un’anima crepuscolare che sa stare in bilico sulle contraddizioni del proprio tempo.

Il ricavato ottenuto sarà finalizzato a sviluppare, durante la seconda parte di Manifesta, un progetto artistico mirato a sensibilizzare i bambini all’arte e alla fotografia.

Matèria / DIALOGUE #1 negli spazi di Studio Frontiera a Palermo

Dal 18 giugno al 19 luglio 2018 Matèria, galleria di base a Roma fondata da Niccolò Fano nel 2015, arriva a Palermo negli spazi di Studio Frontiera, in Via Alloro. In occasione della biennale nomade Manifesta 12, Matèria presenta Dialogues #1, mostra che porta nel capoluogo siciliano una selezione di lavori degli artisti rappresentati: Fabio Barile, Giulia Marchi, Mario Cresci, Xiaoyi Chen, Giuseppe De Mattia, Marta Mancini e Stefano Canto. I 110 metri quadri di Studio Frontiera ospitano il dialogo tra le diverse espressioni legate alla ricerca artistica contemporanea rintracciate nelle opere degli artisti in mostra, tutti accomunati da una forte tendenza alla sperimentazione nello specifico campo in cui operano.

Marta Mancini

 

Mario Cresci

 

Fabio Barile

 

Dialogue #1 è parte di OUTER CIRCLE un progetto speciale che vede la galleria al fianco di D.O.O.R., Gibellina PhotoRoad, Cesura, a r c h i p e l a g o e Studio Frontiera e che proseguirà con un vasto programma di mostre, talk e workshop fino alla fine di ottobre.

Dialogue #1

Opening 18 giugno 2018 h 19:00

Dal 19 giugno al 19 luglio 2018

Studio Frontiera, Via Alloro 36, Palermo

Stan Brakhage al Palazzo Pretorio di Cittadella (PD)

Il 12 maggio 2018 alle ore 18.00 la sala conferenze di Palazzo Pretorio di Cittadella (PD) ospiterà le proiezioni Songs e Mothlight di Stan Brakhage, provenienti dall’Associazione Home Movies, Archivio Nazionale del Film di Famiglia, Bologna e Massimo Bacigalupo. L’evento si inserisce nella ricca rassegna di proiezioni di film sperimentali e d’artista, nell’ambito della mostra “Sirio Luginbühl: film sperimentali”. La rassegna è a cura di Guido Bartorelli e Lisa Parolo che presentano le proiezioni con la collaborazione di Mirco Santi e Federica Stevanin.

Stan Brakhage

Stan Brakhage – Mothlight, courtesy Associazione Home Movies, Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, Bologna e di Massimo Bacigalupo

 

STAN BRAKHAGE: SONGS 1-4, 6-11 e MOTHLIGHT

L’artista americano Stan Brakhage, probabilmente il più noto e influente tra tutti i registi “sperimentali” o “d’avanguardia”, ha iniziato a girare nel 1952 fino al 2003, anno nel quale è morto. Nel corso della sua produzione cinematografica ha realizzato quasi 400 film, una quantità monumentale soprattutto se si pensa che i suoi film sono lavori intrisi di una ricerca estetica assoluta, dove il virtuosismo tecnico lascia il posto alla purezza dei soggetti, dove forme e colori diventano trame complesse e uniche per ricercare l’essenzialità visuale. Quasi tutti i suoi film sono muti, o “silenziosi”, cioè non si avvalgono di suoni aggiunti come colonna sonora a se stante, ma vedono nella composizione visiva stessa la musica, come se il suono uscisse direttamente dallo schermo. Quello che colpisce chi guarda per la prima volta i film di Brakhage è la difficoltà di inquadrare narrativamente quello che vede. L’artista si rivolge allo spettatore come individuo e l’enfasi è ottenuta organizzando i film intorno a cambiamenti imprevedibili di composizione, materia e ritmo: ogni piccolo schema che un film mette in scena sembra svanire proprio nel momento in cui si pensa di averlo finalmente afferrato.

Stan Brakhage – Mothlight, courtesy Associazione Home Movies, Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, Bologna e di Massimo Bacigalupo

 

«At some point in the future, when authoritative histories of twentieth century art begin to be written with the wise judgment that only distance from the present time can confer, I believe that Stan Brakhage will loom not only as one of the very greatest of filmmakers but as one of the major figures in all the arts» [Ad un certo punto del futuro, quando le storie autorevoli dell’arte del XX secolo inizieranno ad essere scritte con il giudizio saggio che solo una distanza dal tempo presente può conferire, credo che Stan Brakhage non solo si presenterà come uno dei più grandi registi si sempre, ma anche come una delle figure principali in tutte le arti.]

Fred Camper

Stan Brakhage – Mothlight, courtesy Associazione Home Movies, Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, Bologna e di Massimo Bacigalupo

 

Songs è un ciclo di film in 8mm silenziosi, a colori, prodotto dal 1964 al 1969. Da considerare come uno dei più significativi lavori di Brakhage, i Songs comprendono 23rd Psalm Branchun, lungometraggio fra i capolavori del regista. A Palazzo Pretorio sarà possibile vedere le copie dei primi 11 film della serie; le immagini sono state scansionate dall’Associazione Home Movies, Archivio Nazionale del Film di Famiglia, Bologna, si tratta di copie di distribuzione in 8mm che  Massimo Bacigalupo conservava e che aveva avuto direttamente dalle mani di Brakhage, il quale le aveva messe a disposizione del traduttore di Metaphors on Vision, suo celebre testo del 1963, per metterle in distribuzione nell’ambito della Cooperativa del Cinema Indipendente di Roma.

Stan Brakhage – Songs, courtesy Associazione Home Movies, Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, Bologna e di Massimo Bacigalupo

 

Il film Mothligh, invece, aggiunto in coda ai Songs 6-11, è stato creato su un supporto trasparente in 16mm, quindi duplicato e ristampato in copie 16mm. In questo caso si tratta di una copia “ridotta” in 8mm. E’ un film in cui il supporto cinematografico serve da ausilio agli elementi naturali, quali ali di farfalle e insetti vari, foglie, fiori e piccoli inserti prelevati in natura e intrappolati dal nastro adesivo sulla pellicola trasparente. Abbiamo così il calco di arabeschi naturali, visibili in trasparenza. Grazie alla luce che attraversa i corpi cheratinosi e le forme geometriche delle cellule delle foglie, è possibile osservare i tenui colori della natura diventare una trama sensuale di forme uniche e irripetibili.

Stan Brakhage – Mothlight, courtesy Associazione Home Movies, Archivio Nazionale dei Film di Famiglia, Bologna e di Massimo Bacigalugo

 

«Il processo di visualizzazione di un film di Brakhage diventa parte del soggetto del film; in risposta alla passività incoraggiata da un film narrativo, commerciale, mainstream, Brakhage richiede una partecipazione attiva. Rilassare le proprie percezioni quando le luci si attenuano, come molti spettatori del cinema sono abituati a fare, non funzionerà qui: bisogna imparare a vedere più velocemente, più precisamente e più profondamente»  Fred Camper

Ingresso gratuito

12 maggio 2018 ore 18.00 

sala conferenze di Palazzo Pretorio di Cittadella (PD) 

Francesca Grilli “Gold” / Performance a cura di Angel Moya Garcia

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17MAR19:30Francesca Grilli "Gold" / Performance a cura di Angel Moya GarciaLUCCA 17/03/2018Tenuta dello Scompiglio, via di Vorno 67/B 55012 Vorno, Capannori (LU)

La performance “Gold” di Francesca Grilli è una riflessione sul tema della rivoluzione in cui convergono dimensione performativa e canto. L’appuntamento è presentato come conclusione del workshop sviluppato da Francesca Grilli con Angel Moya Garcia e destinato a studenti delle Accademie di Belle Arti, università umanistiche e a soggetti interessati alla performance e al canto che sono stati selezionati tramite open call. Il workshop parte dalla rivisitazione di un’opera performativa del 2011 che indagava sul tema della rivoluzione e della trasformazione, attraverso la scelta e l’interpretazione canora di alcuni brani storici italiani. Nello stesso spazio tre falconi volavano liberi. Nel 2018, l’artista sente l’esigenza di continuare ad elaborare la performance, spinta da una domanda: quale può essere oggi un repertorio canoro contemporaneo che rappresenti il sentimento di rivoluzione? Il workshop proposto dall’Associazione Culturale Dello Scompiglio ha voluto cercare di dare una risposta a questa domanda, spostando l’attenzione dal classico repertorio musicale rivoluzionario, per concentrarsi sull’elaborazione di notizie di attualità, testate giornalistiche e informazioni online che possano suscitare riflessioni sul tema proposto. L’interpretazione canora è il risultato di una lettura-cantata del materiale scelto dai partecipanti al workshop come risposta alla richiesta di individuare una rappresentazione contemporanea della rivoluzione.

Francesca Grilli si è occupata di condurre i partecipanti nella dimensione performativa, attraverso una riflessione approfondita sul tema scelto, con esercizi fisici sulla spazialità e dialoghi sul proprio concetto personale di rivoluzione. Con l’aiuto di Gloria Dardari sono state raccolte informazioni su quotidiani, giornali online, televisione e, per i primi tre giorni di workshop, è stato fatto un editing di informazioni da parte dei partecipanti al laboratorio. La restituzione canora è stata formalizzata con l’aiuto di Alessandra Bordiga, attraverso un lavoro con la voce, la parola e il suono. L’ultimo giorno di workshop è stato dedicato al rapporto con il rapace, Lara Flisi ha aiutato i partecipanti a stabilire un contatto con i falchi coinvolti nella performance. La performance finale è costituita quindi dall’esibizione vocale delle persone che hanno partecipato al workshop, mentre il repertorio si prefigge di diventare la risposta alla domanda “che cosa rappresenta oggi il sentimento di rivoluzione?” attraverso il materiale selezionato nella settimana di lavoro. Il sentimento di spaesamento che ogni rivoluzione provoca è enfatizzato dal volo libero di due falchi, mentre il pubblico all’interno della stessa stanza potrà entrare e uscire dallo spazio a propria discrezione.

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I polittici astratti di Hans Hartung alla Galleria Nazionale dell’Umbria / Perugia

Hans Hartung,  figura di spicco dell’astrattismo lirico, è considerato soprattutto un pittore del dopoguerra. La sua carriera inizia nel 1922, quando all’età di soli diciotto anni, malgrado non conoscesse ancora Kandinsky, produsse una serie di acquarelli astratti che colpiscono per la loro intensità espressiva. È l’inizio di una lunga carriera. Gli anni sessanta segnano una svolta decisiva; nel 1960 vince il premio per la pittura alla Biennale di Venezia, raggiungendo il vertice del riconoscimento internazionale.

Hans Hartung nel suo atelier – 1975 / Ph. François Walch

 

Per celebrare la grandezza di Hans Hartung la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia presenta quaranta lavori su carta e sedici dipinti di grandi dimensioni mai esposti prima. La rassegna è curata da Marco Pierini, direttore della Galleria Nazionale dell’Umbria, organizzata in collaborazione con la Fondation Hartung-Bergman di Antibe. I primi polittici di Hans Hartung appaiono nel 1961 e già nei primi si distinguono i suoi principali metodi di elaborazione: la prima tipologia attiene alla continuità, infatti Hartung decide di riunire diversi pannelli per farne un unico insieme, ma questi sono stati elaborati in maniera autonoma, cosicché non vi è alcuna coincidenza dei bordi dei dipinti. È questo il caso, per esempio dei dittici T 1961-H8/H9 oppure T 1988-K31/K32.

Hans Hartung / Polittici alla Galleria Nazionale dell’Umbria / Perugia Credits > Giulia Venturini / La critica A parte

Hans Hartung / Polittici alla Galleria Nazionale dell’Umbria / Perugia Credits > Giulia Venturini / La critica A parte

 

È proprio Hartung, al momento di catalogare le proprie opere, a indicare esplicitamente nelle schede descrittive che si tratta di un polittico. Hartung adotta un’altra tecnica, che potremmo definire una tecnica di superficie continua: dispone, facendole combaciare, più tele e le attraversa dipingendo con un unico gesto come del caso delle opere T 1974-R 13/R 14 oppure T 1980- E 34/E 35. È ben visibile all’estremità di un bordo la fine di un tratto o di una zona colorata che riprende all’estremità del bordo contiguo. Questo tipo di configurazione è divenuta possibile soltanto a partire dal 1973, quando l’artista disponeva di un grande atelier, poiché le tavole possono superare anche i sei metri di lunghezza. Occorre ricordare che l’artista, arruolato durante la seconda guerra mondiale, fu ferito al fronte e gli fu amputata una gamba, quindi in un primo momento fu obbligato a lavorare su tavole dal formato limitato.

Hans Hartung / Polittici alla Galleria Nazionale dell’Umbria / Perugia Credits > Giulia Venturini / La critica A parte

 

Dopo questo evento ha sicuramente trovato nel polittico e nella giustapposizione dei pannelli in un unico insieme inscindibile, una risposta alla sua frustrazione; infatti queste opere incarnano la collera e la rivolta dell’artista. Lungo il percorso espositivo si possono ammirare moltissimi lavori su carta, il supporto più utilizzato sarà un cartone baritato, la cui superficie liscia e lucida riesce a enfatizzare gli accorgimenti tecnici messi in campo dall’artista. Lo sperimentalismo di Hartung non arretra di fronte alle ridotte dimensioni e alle maggiori fragilità della carta; i cartoni diventano così il terreno nel quale i segni del colore aggrediscono il bianco del fondo. Il foglio è sempre suddiviso in spazi uguali da un nastro da pacchi marrone, il quale privo di ogni decorazione e preziosità entra a far parte della composizione; altre volte invece il nastro viene rimosso una volta compiuta l’opera generando così lacune nel tracciato del segno. Luci e ombra, pieni e vuoti si alternano con ritmi diversi e sincopati. Il percorso espositivo è ricco di suggestioni, poiché i polittici di Hartung dialogano con opere di Gentile da Fabriano, Piero della Francesca e Perugino, facendo entrare lo spettatore in un luogo magico nel quale è possibile riavvolgere il tempo.

Giulia Venturini

ArtePadova giunge alla sua 28esima edizione.

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artepadova 2017

ArtePadova 2017 / Credits > Alice Ioffrida / la critica A parte

ArtePadova 2017 / Credits > Alice Ioffrida / la critica A parte

Nata nel 1990 contava solo 47 espositori, oggi ArtePadova è giunta ad ospitarne quasi 300 grazie al suo direttore artistico e fondatore Nicola Rossi. La fiera si conferma tra gli eventi irrinunciabili per gli appassionati di mercato dell’arte, in Italia e in Europa. Difatti, conclusasi il 13 novembre ha registrato, in soli quattro giorni di esposizione, un’affluenza di oltre 25.000 visitatori con un incremento dei collezionisti provenienti da paesi esteri. Le 130 gallerie invitate ad esporre hanno proposto una ricca e diversificata offerta di opere d’arte, spaziando dalle correnti artistiche storicizzate, come il Futurismo o l’Informale, passando per la Pop Art, l’Arte Concettuale e l’Arte Povera, arrivando a comprendere anche uno stand in cui il fumetto è protagonista. Le tele firmate da Fabio Civitelli, presentano uno dei più conosciuti fumetti italiani di sempre, Tex Willer, confermando la volontà di coinvolgere ogni tipo di collezionista che in fiera ha avuto la possibilità di visionare le foto di Nobuyoshi Araki, l’arte cinetica di Alberto Biasi, ma anche le opere di design di Nanda Vigo. Il concept dell’evento si muove all’interno di una “rinnovata tradizione”, come la definisce il suo fondatore, difatti non sono mancati i grandi maestri, quali: Giuseppe Capogrossi, Afro, Enrico Castellani, Michelangelo Pistoletto ma anche Alberto Burri, Mario Sironi, Giorgio De Chirico, Piero Manzoni, fino ad arrivare ai mostri sacri dell’arte moderna: Picasso, Matisse, Chagall, Léger. ArtePadova da 28 anni garantisce ai collezionisti un investimento sicuro e quest’anno con oltre 15.000 opere il bilancio è stato positivo, come faceva ben sperare l’apertura del 2017 con un incremento del 5,3% nel mercato delle aste. All’interno dei quattro padiglioni di Padova Fiere, che ricoprono una superficie di 28.000 mq, molte le iniziative svolte come i consueti talk o le conferenze dei padiglioni 1 e 2. Tra queste, l’edizione da poco conclusa, ha ospitato l’intervento “L’arte di investire” della Banca Mediolanum, che si è fatta promotrice di un premio in denaro per gli artisti emergenti. Danilo Corsetti è il vincitore della prima edizione del Premio Mediolanum e la sua opera, dal titolo “3X”, sarà esposta negli Spazi dedicati all’Arte all’interno della Banca Mediolanum di Padova. L’evento si contraddistingue da anni per la capacità dei suoi curatori di individuare le nuove tendenze del mercato contemporaneo, come quanto fatto ad esempio con il gruppo giapponese Gutai. A conferma di ciò arriva alla sua settima edizione il premio Contemporary Art Talent Show che dal 2011 premia le migliori proposte di artisti emergenti dal valore inferiore ai 5000 euro. I partecipanti nel tempo hanno avuto una grande visibilità che gli ha permesso di intraprendere collaborazioni con alcune delle gallerie più importanti d’Italia, che ogni anno occupano gli stand dei padiglioni 7 e 8. Il nuovo vincitore è Antonio Gandossi con l’opera dal titolo “Puoi leggere, leggere, leggere” che si è aggiudicato un riconoscimento economico.

Alice Ioffrida

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ArtePadova 2017 Francesca Pasquali, Colossi Arte contemporanea, Credits > Alice Ioffrida / la critica A parte

Nino Longobardi APPARENZE / Castel del Monte

A Castel del Monte, Nino Longobardi rende omaggio a Federico II distribuendo le sue sculture nel castello medievale; le sale del maniero federiciano sono interamente occupate con sacrali e minacciose presenze. Non è un caso che la mostra si chiami Apparenze, interamente curata da Achille Bonito Oliva e coordinata da Dafna Napoli in collaborazione con Nuova Apulia.

nino longobardi

Nino Longobardi Castel del Monte ph. Fulvio Ambrosio

 

La mostra si sviluppa in tutte le sale del castello in interni ed esterni. Partendo dal cortile troviamo un Cristo deposto che sovrasta in bellezza e monumentalità il perimetro ottagonale del castello; la resina del corpo del Cristo cede il posto alla potente armatura che la sostiene, sviluppando nello spazio giochi concentrici di ferro e dondolando a ogni soffio di vento. Qui è nascosta la chiave di tutto il percorso espositivo: il gioco tra pieno e vuoto, luci e ombre, morte e vita con le presenze di teschi e crani, bicchieri, imbuti e strumenti musicali, ma anche il tema della metamorfosi ed il superamento dei limiti spaziali, il tutto in un’atmosfera comica e tragica.

nino longobardi

Nino Longobardi, Castel del Monte, ph. Fulvio Ambrosio

Nino Longobardi, Castel del Monte, ph. Fulvio Ambrosio

 

Molti sono gli omaggi alla storia dell’arte, in particolare a Magritte e Van Gogh: il primo lo troviamo nei piedi recisi fino alla caviglia pronti per indossare immacolati calzini bianchi ed il secondo nelle teste che oscillano in sedie bucate. Percorrendo le sale del castello si notano opere come Hoplà in cui in uno scuro e ridente teschio è inserito un bicchiere, la Tromba di Eustachio, una tromba inserita nell’orecchio di una piccola testa, Parafulmine in cui uno scheletro inginocchiato sostiene un corpo umano nudo e infine il calco di un corpo umano che rimanda al monaco pisano Fibonacci e ai suoi studi sui numeri e sulle sequenze matematiche.

Fibonacci 2017, 210x90cm, resina e ferro ph Fulvio Ambrosio.

Profeta 2016, dimensioni naturali, resina e stoffa. Courtesy of Galleria Il Ponte, Roma.

Testa di Poeta 2014, dimensioni naturali, alluminio e pittura ad olio. Courtesy of Galleria Il Ponte, Roma.

Tromba di Eustachio 2016, dimensioni naturali, alluminio e ottone.

 

Sempre in tema di evocazione nell’ultima stanza l’artista rende nuovamente omaggio a Federico con Gute Shlafen Federico, un’augurale buonanotte con un letto che poggia su cumuli di detriti umani, ossa e teschi. Una particolare attenzione è rivolta allo spazio espositivo che è talmente magnifico ed evocativo che crea un perfetto connubio tra architettura del passato e arte contemporanea. L’esperienza che si prova visitando questa mostra è mistica, poiché rianima ricordi, sollecita qualche paura ancestrale, ma soprattutto ricorda che la vita come la morte coabitano. Una volta chiusa la mostra e spente le luci, nel silenzio della notte andriese, sembra che il padrone di casa si materializzi chiamando a sé tutti i lacerti di ossa e teschi per danzare alla vita e beffarsi della morte. Un teatrino, questo, ipotizzato dallo stesso Achille Bonito Oliva: “la morte torna in vita attraverso una rappresentazione che sdrammatizza il referto definitivo della scomparsa e ipotizza invece un suo riscatto mediante la sorpresa d’innesti sorprendenti e carichi d’ironia”.

Giulia Venturini


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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