Henrik Håkansson. Blinded by the light.

Henrik Håkansson. Blinded by the light.

Galleria Franco Noero, Torino 

fino al 2 Maggio, 2020 

A causa dell’emergenza Covid-19, la mostra potrebbe essere chiusa al pubblico fino a nuovo avviso. Vi invitiamo a CLICCARE QUI e controllare il sito Web degli organizzatori per trovare le informazioni e gli aggiornamenti più recenti sulla situazione attuale.

La Galleria Franco Noero presenta Blinded by the Light, quinta mostra personale di Henrik Håkansson a Torino, all’interno del piano interrato della galleria di Via Mottalciata. La video installazione è stata presentata per la prima volta all’11a Biennale di Taipei Post-Nature — A Museum as an Ecosystem curata da Francesco Manacorda e Mali Wu, conclusasi a marzo 2019.

Blinded By the light è una commissione prodotta in collaborazione con la Low Altitude Experimental Station dell’Istituto di Ricerca sulle Specie Endemiche di Taiwan a Wushinkeng. Il sito è una delle tre stazioni sperimentali, a bassa, media e alta quota, i cui vasti programmi di conservazione cooperativa mirano a preservare tutti gli organismi endemici di Taiwan. Per tutta la durata del 2018, Håkansson ha studiato le falene della regione di Taiwan, che contano circa 4.000 differenti specie attualmente conosciute, tra cui la ‘Falena dell’Atlante’, la più grande al mondo e con un apertura alare che può raggiunge i 30 centimetri. A Wushinkeng, l’artista ha lavorato con l’entomologo Hsu Huan Chih per attrarre questi insetti volanti, prevalentemente notturni, utilizzando una struttura appositamente prodotta e posizionata all’aperto. Attratte dall’uso di luci a base di mercurio, le falene sono riprese su di uno sfondo bianco, come in uno spettacolo di ombre cinesi. Lo spettacolo notturno è accompagnato da un paesaggio sonoro composto da ultrasuoni emessi da pipistrelli che l’artista ha trasformato in frequenze udibili all’orecchio umano. 

Henrik Håkansson (Helsingborg, 1968) vive e lavora tra Falkenberg, Svezia e Berlino, Germania. I suoi lavori sono stati esposti in mostre personali tra cui: ‘Fragmented Realities’, Konsthallen Göteborg, Göteborg, Svezia (2019); ‘A Hundred Pieces of a Tree’ Kode Art Museum – Kode 2, Bergen, Norvegia (2018); ‘The Beetle’, Korjaamo, IHME Conemporry Art Festival, Helsinki, Finlandia (2018); ‘A Tree (Suspended)’, Kunstverein Freiburg, Friburgo, Germania (2016); Institute Suisse, Parigi, Francia (2015); ‘A Forest Divided’, Lunds Konsthall, Lund, Svezia (2011); ‘Henrik Håkansson’, Middlesbrough Institute of Modern Art – MIMA, Middlesbrough, Inghilterra (2009); Henrik Håkansson. Novelas de la selva’, Museo Tamayo Arte Contemporáneo, Cita del Messico, Messico (2008); ‘Aug.26,2003 – Aug.27,2003 (Vespa vulgaris)’, CAG, Vancouver, Canada (2007); ‘Three days of the condor’, Kettles Yard, Cambridge, Inghilterra (2007); ‘A travers bois pour trouver la forêt’, (with Allora-Calzadilla and Sergio Vega), Palais de Tokyo, Parigi, Francia (2006); ‘Henrik Håkansson’, The Dunker Culture Centre, Helsinborg, Svezia (2004); ‘An Introduction to the birds’, De Appel, Amsterdam, Olanda e The Netherlands Moderna Museet, Stoccolma, Svezia (2003); The Blackbird-Song for a New Breed’, Kunstlerhaus Bethanien, Berlino, Germania (2001); ‘Tomorrow and Tonight’, Kunsthalle Basel, Basilea, Svizzera (2001). Tra le mostre collettive internazionali e le biennali ricordiamo: 11a Biennale di Taipei, Taipei, Taiwan (2018); 19a Biennale di Sydney Sydney, Australia (2014); dOCUMENTA (13), Kassel, Germania (2012); Yokohama Triennale, Yokohama, Giappone (2011); 8a Biennale di Sharjah, Sharjah, EAU (2007); Echigo-Tsumari Art Triennial, Niigata, Giappone (2006); 8a Biennale di Lione, Lione, Francia (2005); 26a Biennale di San Paolo, San Paolo, Brasile (2004); 50a Biennale di Venezia, Venezia (2003); 47 Biennale di Venezia, Padiglione Nordico, Venezia (1997); 

Immagini > Henrik Håkansson, ‘BLINDED BY THE LIGHT’, Installation view, Galleria Franco Noero, October 29, 2019 – May 2, 2020

Anthony Corner. Lamentation, Flux and an Empty Bladder

Anthony Corner. Lamentation, Flux and an Empty Bladder

SPARC – Spazio Arte Contemporanea, Venezia

fino al 26 Aprile 2020

A causa dell’emergenza Covid-19, la mostra potrebbe essere chiusa al pubblico fino a nuovo avviso. Vi invitiamo a CLICCARE QUI e controllare il sito Web degli organizzatori per trovare le informazioni e gli aggiornamenti più recenti sulla situazione attuale.

Dopo 3 anni dalla sua prima mostra a Venezia, il pittore inglese Anthony Corner ritorna in città con un nuovo consistente corpo di lavori per la mostra Lamentation, Flux and an Empty Bladder, fino al 26 aprile 2020 presso lo spazio espositivo SPARC*- Spazio Arte Contemporanea. 
Il titolo della mostra sicuramente anticipa al visitatore un certo contesto emotivo e uno specifico modo attraverso cui Corner fa l’esperienza della vita e dell’essere pittore. La scelta di presentare questo recente e nutrito gruppo di nuovi lavori a Venezia non è certo casuale.

Nei suoi dipinti così come in laguna si può passare velocemente dall’oscurità alla luce, dal sordido alla bellezza, in un continuo e perpetuo andirivieni da un estremo all’altro. Nel fango che emerge dai canali, piuttosto che nella fitta nebbia che impedisce di orientarsi o nell’esperienza del camminare lungo le calli buie e strette, Corner ha riconosciuto sensazioni, odori e atmosfere già vissute. Ha sentito con la città una immediata affinità. 


Venezia però, illuminata dalla luce opalescente del mattino o del tramonto, vista attraverso i suoi riflessi sulla superficie calma e piatta della laguna, silenziosa in certi momenti magici della giornata, si apre a degli squarci di bellezza imprevedibili e il respiro di chi la vive si fa tranquillo armonizzandosi con tutto quanto c’è intorno. 
Così, per chi conosce il lavoro di questo artista, sa che la sofferenza, l’angoscia, il tormento si sono imposti a lungo quali motori della sua ricerca di senso. In questa mostra però, nella densa stratificazione del colore cupo che oscura tutto, sotto una spessa coltre, hanno trovato largo ampi squarci di luce: intere porzioni di tela lasciate vuote e bianche. Dal fragore linguistico dei quadri precedenti, dove colore, parole, grafismi e materiali si condensano contaminandosi l’uno con l’altro, in uno straziante lamento che emerge dalla tela, in questa serie di ultime opere si incontra uno spazio silenzioso e la pittura diventa un sollievo dal dolore e una pausa dalla battaglia quotidiana. 


Le oltre 100 opere in mostra, tra grandi dipinti e piccoli lavori, creano nello spazio espositivo un vero e proprio ambiente pittorico, in cui lo spazio stesso diventa contenuto insieme all’opera, offrendo al visitatore un’esperienza immersiva e ravvicinata con l’interiorità dell’artista. 
In occasione della mostra verrà anche presentata la pubblicazione Lamentation, Flux and an Empty Bladder, edita da Number Nine Press. 

Antony Corner: 
Anthony Corner si è laureato al Royal College of Art. È stato artista in residenza presso la Royal Opera House Covent Garden e ha progettato per l’opera. Il suo lavoro è stato ampiamente esposto, già a Venezia nel 2017 e l’anno successivo alla Royal Academy di Londra. Le sue opera sono state acquisite da numerose collezioni private. Vive e lavora a Londra e nell’Oxfordshire. 

Immagini > Installation view – Courtesy SPARC – Spazio Arte Contemporanea

AGAINandAGAINandAGAINand

AGAINandAGAINandAGAINand

MAMbo, Sala delle Ciminiere, Bologna

fino al 3 maggio 2020

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Ragnar Kjartansson, Bonjour, 2015. Prima rappresentazione nell’ambito della mostra Seul celui qui connaît le désir presso Palais de Tokyo, Parigi, 21 novembre 2015 – 10 gennaio 2016, ogni giorno per 12 ore
Photo Justine Emard. Courtesy l’artista, Luhring Augustine, New York e i8 Gallery, Reykjavik

AGAINandAGAINandAGAINand è la mostra collettiva che apre la stagione espositiva 2020 del MAMbo. La Sala delle Ciminiere apparirà trasfigurata dalla presenza peculiare dei lavori di sette tra i più noti artisti contemporanei: Ed AtkinsLuca FrancesconiApostolos GeorgiouRagnar KjartanssonSusan PhilipszCally SpoonerApichatpong Weerasethakul.

La mostra, a cura di Lorenzo Balbi con l’assistenza curatoriale di Sabrina Samorì, rimarrà aperta al pubblico dal 23 gennaio al 3 maggio 2020 ed è uno dei main project di ART CITY Bologna 2020, il programma istituzionale di mostre, eventi e iniziative speciali promosso dal Comune di Bologna in collaborazione con BolognaFiere in occasione di Arte Fiera.
AGAINandAGAINandAGAINand è resa possibile grazie al prezioso supporto del main sponsor Gruppo Hera e dello sponsor Gruppo Unipol. L’esposizione si realizza in co-progettazione con LAMINARIE. Sponsor tecnico: Freak Andò.

Il tema della ciclicità e del superamento della rappresentazione lineare del tempo pervade il dibattito scientifico contemporaneo a tal punto da poter essere considerato dai fisici il centro di una rivoluzione del pensiero che ci sta portando a riconsiderare l’idea stessa di tempo attraverso nuove teorie come quella delle stringhe a loop e della gravità quantistica a loop.
AGAINandAGAINandAGAINand 
si pone l’obiettivo di indagare il tema del loop, della ripetizione e della ciclicità nella contemporaneità, analizzandolo da diverse angolazioni attraverso le opere di artisti che hanno posto l’argomento al centro della propria ricerca.
Il progetto espositivo si sviluppa seguendo diversi approcci: uno sociologicoche guarda all’impatto delle nuove tecnologie e dei nuovi sistemi di organizzazione del lavoro sulla vita psicologica e fisica dell’essere umano; uno filosofico e religioso che prende ispirazione da forme di conoscenza e di credenza basate sull’olismo, sulla reincarnazione e sulla ciclicità temporale; fino ad uno ecologico che propone nuovi modelli di produzione e consumo basati su una rinnovata coscienza della cultura rurale.

Gli autori delle opere che saranno allestite negli spazi del MAMbo provengono da differenti parti del mondo e problematizzano il tema, mostrando come nell’arte sia oggi presente una riflessione sul tempo e sulle forme di conoscenza e di potere che da esso scaturiscono.
Spaziando tra i diversi media – performancevideosculturapitturafotografia installazione – il progetto propone un percorso strutturato in ambienti immersivi, caratterizzati da intensità temporali differenti.

AGAINandAGAINandAGAINand sarà corredata da una pubblicazione Edizioni MAMbo, a cura di Caterina Molteni, che includerà un saggio critico del curatore Lorenzo Balbi, schede esplicative delle opere in mostra e una sezione di approfondimento con testi e contributi degli artisti e contenuti inediti sul tema, affidati a teorici contemporanei quali il filosofo Federico Campagna, l’antropologa Elizabeth Povinelli e la stessa Molteni.

I mondi possibili di TOMÀS SARACENO, restando a casa.

Palazzo Strozzi e L’ ARTE A CASA. Un invito ad immaginare i mondi possibili di TOMÀS SARACENO con speciali attività creative per spendere il tempo in famiglia stando a casa.

A Palazzo Strozzi è centrale il coinvolgimento attivo dei nostri pubblici attraverso attività e progetti legati alle opere d’arte esposte. In questo momento particolare dobbiamo però rimanere a casa per proteggere noi stessi e gli altri e non è possibile sfruttare quel rapporto diretto con il lavoro degli artisti presentato in occasione delle mostre. Per questo prende il via L’ ARTE A CASA, una serie di proposte e iniziative per bambini, ragazzi e famiglie attraverso attività originali da svolgere a casa in autonomia, con materiali facili da trovare.

Kit Famiglia mostra Tomás Saraceno (Foto di Giulia Del Vento)

Le mostre di Palazzo Strozzi sono sempre accompagnate da un Kit Famiglie, uno strumento pensato per condividere l’esperienza della visita in mostra in modo divertente e creativo. Per il progetto IN CONTATTO è stata ideata una speciale versione del Kit: un percorso di attività, ispirate alla mostra Tomás Saraceno. Aria, che possono essere svolte a casa da bambini e adulti insieme. Le opere di Saraceno fanno riflettere sul futuro e sulla coesistenza, due concetti ancora più importanti in un momento come questo per ripensare al mondo che ci circonda e al nostro rapporto con gli altri esseri che lo popolano. 

Tomas Saraceno ARIA, Palazzo Strozzi, Photography © Ela Bialkowska, OKNO Studio

 Il Kit contiene cinque proposte, da fare tutte d’un fiato o un po’ per volta, magari una per giorno (Scarica il Kit)
In queste settimane anche l’attività delle scuole è cambiata radicalmente e, con questa, le proposte di Palazzo Stozzi per alunni, studenti e insegnanti. Sono state sviluppate quattro attività, pensate inizialmente per le classi, e poi adattate per essere svolte a casa in autonomia o in compagnia della propria famiglia.  I materiali con le indicazioni per svolgerli, sono tuttavia una risorsa anche per quei genitori che vogliono intraprendere, in questo periodo di isolamento, un rapporto attivo di riflessione, divertimento e condivisione con i figli.


Ecco i link per scaricarli: Il filo che lega tutti noi (adatto per bambini 4-8 anni) La forma del futuro (adatto per bambini 9-11 anni) Disegno cosmico (adatto per bambini 12-14 anni) L’oracolo (adatto per bambini dai 15 anni in poi).

Cosa serve: fogli, matite o pennarelli una circonferenza (un compasso, un bicchiere o una pentola) Ricorda che siamo abituati a pensare al nostro modo di vivere con i piedi ben piantati a terra. 


Ma come potrebbe essere vivere sospesi  per aria? L’artista Tomás Saraceno ha ideato alcune opere  proprio immaginando un futuro dove ci sono Giardini volanti e Città nuvola.

Adesso potrete provare anche voi a creare  un nuovo mondo fantastico: può essere  sospeso in aria, sottoterra, in acqua  o dovunque volete.  Immaginate: ci sono alberi?  E animali?  Come ci si sposta?  Che cosa si mangia su questo mondo? 
Provate a descrivere questo pianeta  e a disegnarlo. Per creare una  circonferenza potete utilizzare  un compasso ma va bene anche  un bicchiere, o una pentola se volete  farlo più grande. 


CONDIVIDI I TUOI MONDI POSSIBILI

Quando avrete finito potrete fotografare i mondi che avete creato e condividerli  su Instagram o Facebook usando  #Tomássaraceno #mondipossibili e  taggando l’account @PalazzoStrozzi

Buon Divertimento!

EMBODIED THOUGHT il progetto online della Galleria Poggiali, condivisione al tempo della pandemia

EMBODIED THOUGHT 19 artisti per un progetto online della Galleria Poggiali raccontano la realtà contemporanea al tempo della pandemia

4 aprile – 9 maggio 2020

Da Enzo Cucchi a Luigi Ghirri, da Goldschmied & Chiari a Manfredi Beninati, da Claudio Parmiggiani a Grazia Toderi e molti altri ancora. Sono 19 gli artisti protagonisti di EMBODIED THOUGHT progetto online che coinvolge il sito web e il profilo Instagram della Galleria Poggiali

Mangredi Beninati
Senza titolo, 2019 
olio su tela
cm 120×90
Courtesy Galleria Poggiali

Un’immagine al giorno per un mese, dal 4 aprile al 9 maggio 2020, per dare forma alla nuova, sospesa realtà del vissuto umano contemporaneo.

Traendo ispirazione dal pensiero del filosofo francese Maurice Merleau – Ponty che considerava il ruolo della percezione fondamentale nella costruzione del linguaggio, della scienza e delle arti, EMBODIED THOUGHT cerca di offrire al pubblico una lettura del nostro “nuovo presente” e della valenza significativa che oggi assumono le nostre percezioni in una condizione di isolamento forzato.

In questo momento di necessaria sospensione delle attività, la Galleria Poggiali non intende fermarsi, e con questo progetto digitale ha voluto proporre al suo pubblico un momento di riflessione e di approfondimento, un percorso tra le immagini degli artisti con i quali, negli anni, ha costruito una relazione fatta di confronto e scambi di esperienze, insegnamenti e crescita reciproca.

EMBODIED THOUGHT offre una occasione di rilettura delle esperienze del passato e una analisi delle vicende del presente, per guardare al futuro con slancio e curiosità.

Gli artisti: Manfredi Beninati, Slater Bradley, Enzo Cucchi, Zhivago Duncan, Marco Fantini, Giovanni Frangi, Luigi Ghirri, Goldschmied & Chiari, J&Peg, John Isaacs, Thomas Kovachevich, Eliseo Mattiacci, Youssef Nabil, Luca Pignatelli, Claudio Parmiggiani, Roberto Barni, Grazia Toderi, Fabio Viale, Gilberto Zorio.

EMBODIED THOUGHT prosegue nella direzione intrapresa dalla Galleria Poggiali di digitalizzazione e implementazione dei propri canali online cominciate con l’apertura della pagina MEDIA sul sito che raccoglie l’archivio di contenuti multimediali relativi alle mostre.

Futurism, I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

Futurism, I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

Alla Galleria “Futurismo & Co” di Roma la mostra “I quattro elementi. Visioni futuriste“, a cura di Antonio Saccoccio, propone un dialogo tra i quattro elementi naturali all’interno di quattro visioni futuriste: Incendio nella città di Gerardo Dottori, Paesaggio collinare di Alessandro Bruschetti, Ritmi di rocce e di mare di Benedetta Cappa Marinetti, Dalle paludi alle città di Sibò

di Alice Zucca

Si è scritto tanto e tanto si scrive di futurismo storico insistendo sull’aspetto tecnologico/progressista, ma vi è un altro aspetto importante nella produzione futurista che forse è un po’ trascurato, si tratta del chiaro rimando all’elemento naturale. Di questo, abbiamo finalmente esauriente saggio nel brillante diaologo in scena alla galleria Futurism&CO di Roma nella mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” a cura di Antonio Saccoccio, coordinatore tecnico scientifico dell’Ecomuseo dell’Agro Pontino, che da quest’anno è inoltre nell’Organizzazione Museale della regione Lazio (OMR). Realtà che si collega al sempre vivo interesse di Saccoccio per l’opera del futurista Sibò, le opere che hanno per oggetto l’Agro Pontino, le terre bonificate e le città di fondazione (venedo inoltre lui stesso dalla campagna romana in oggetto).

Francesca Carpi Direttore della galleria Futurism&Co posa davanti all’opera “Dalle Paludi alle città” di Sibò, con la figlia dell’artista Simona Bossi

Futurism&Co e Saccoccio fanno a questo proposito qui dialogare due mondi che sono quello della letteratura e quello della pittura. “I futuristi – dovrebbe essere chiaro ormai – non negarono o rinnegarono gli elementi e le forze naturali, ma rifiutarono il modo in cui l’energia contenuta in quegli elementi era stata ingabbiata e sterilizzata dalla civiltà e dalla cultura che consideravano passatiste. L’energia degli elementi è apprezzata dai futuristi per come si può presentare in natura e per il modo in cui può essere sfruttata dall’uomo. In realtà in natura solo il fuoco mostra di essere un elemento pienamente futurista. Altri elementi, come l’acqua e l’aria, sono apprezzati a seconda dell’energia dinamica che manifestano” – fa notare il curatore. 

L’inaugurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” /
Sibò, Dalle paludi alle città, 1936-37

Il futurismo nasce essenzialmente da Marinetti che è un poeta e partendo da questo presupposto possiamo già vedere emergere alcune cose interessanti in merito, quale una citazione fondamentale, nel sesto punto del manifesto di fondazione del movimento. E’ qui presente l’esaltazione dell’entusiastico fervore degli elementi primordiali, rimando in posizione fondamentale, risulta negli undici punti del manifesto in primis, quindi è chiaro il risalto e importanza dato a questo aspetto, non si tratta di una nota a margine nella parte narrativa dell’enunciato, ma si trova proprio nella parte programmatica, nel punto centrale del manifesto. Spesso ci si ferma su espressioni molto più altisonanti, dall’automobile da corsa, alla distruzione dei musei e delle biblioteche, l’esaltazione dell’elemento anti-passatista ed il lato naturale non è dunque facilmente catalogabile ma fa parte di quella complessità del movimento futurista che crea tanti problemi anche di decifrazione, come in passato e ancora oggi, ma è d’altra parte vero e proprio motivo di interesse nel movimento. 

L’inaugurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste

I futuristi non si opposero agli elementi ed alle forze naturali ma rifiutarono il modo in cui l’energia contenuta in quegli elementi era stata ingabbiata e sterilizzata dalla cultura e da una società considerata per l’appunto, passatista. Il problema essenziale è sempre quello di questa dicotomia presente all’interno del pensiero futurista, loro partono sempre da questa contrapposizione tra l’elemento e la cultura che loro definiscono passatista e la loro, appunto futurista. Tutto quello che, anche per quanto riguarda gli elementi naturali, rappresenta la stasi, la lentezza, e di conseguenza un aspetto della cultura che loro definiscono morto son tutti elementi negativi, quindi da combattere. Dall’altra parte c’è l’elemento dinamico, di velocità che porta invece alla vita. Sin dall’inizio per loro, la natura non è affatto l’elemento che potrebbe sembrare – a un approccio un po’ superficiale . L’elemento naturale rappresenta per loro una fonte d’energia e l’energia è vita e quindi è futurista, non è vero affatto che se in idea i futuristi sono per la tecnica e per l’elemento artificiale, sono contro quello naturale. Nel momento in cui l’elemento naturale – e può capitare – rappresenta un momento di stasi, di morte, è lì che allora diventa un elemento negativo per il movimento. Saccoccio fa l’esempio calzante dell’acqua, elemento empirico che quando è in movimento – e pensiamo ad esempio al mare aperto – c’è ricambio, è un elemento vivo, quando invece ristagna è una palude non produce niente e quindi rimanda all’elemento mortuario e di stasi, come si è visto, in loro, quanto di meno futurista esista. Marinetti per esempio, attacca Venezia dicendo che è piena di canali puzzolenti. 

Sibò, Dalle paludi alle città, 1936-37

Chiaramente la palude nell’agro pontino, è la terra redenta, il riscatto che attraverso l’operazione delle macchine riesce ad essere produttiva e quindi vitale, la palude mortifera, la malattia che ne consegue, si riscatta e diventa produttiva. Il mare aperto invece, l’acqua in movimento, è un elemento profondamente futurista, di rinascita.

Benedetta Cappa Marinetti
RITMI DI ROCCE E MARE, 1929 ca.

Tra gli elementi in dialogo in questa mostra, quello più futurista di tutti è il fuoco senza ombra di dubbio. Elemento di distruzione e purificazione, quindi rinascita. Elemento fondamentale nella coscienza futurista poiché in loro era sempre vivida la necessità di purificare tutta quella cultura passatista e rinascere.

Umberto Boccioni, La città che sale, 1910-1911

Ecco che tutte le prime opere, e questo fa parte in un certo senso anche della parte nascosta della mostra, ma che tutti conoscono (basti pensare alla prima parte del futurismo) dalla città che sale di Boccioni, alla rivolta di Russolo ai Funerali dell’anarchico Galli di Carrà sono tutte opere dominate dall’elemento del fuoco. Il rosso. Sembra quasi che queste forme, edifici, cavalli, questa rivolta abbia un elemento di movimento che ricorda propriamente la fiamma. Anche gli uomini, come torce umane. I futuristi d’altronde andavano definendosi “allegri incendiari”, confermando l’importanza dell’elemento dell’incendio, della purificazione, distruzione ma anche rigenerazione come si evince anche dai ritratti di Marinetti, sempre rosso infuocato. Dalla passione che brucia dentro, elemento naturale che diventa emblema del futurismo stesso.

Gerardo Dottori
INCENDIO SULLA CITTà, 1930 ca.

Per gli altri elementi ci son sempre da fare delle distinzioni. L’energia, è anche nella terra che è un elemento statico. L’opera di Benedetta, che non ha lo stesso carattere di Marinetti ma è più pacata e riflessiva, è capace comunque di far scaturire volume ed energia, per i colori compatti e definiti che concretizzano visivamente una solidità infinita che Marinetti stesso definirà quale Purezza Primitiva. Pura è la forza che animava Benedetta. Siamo in presenza di un’energia più condensata, meno distruttiva, un flusso energetico più che una forza incendiaria. 

gurazione della mostra “I Quattro Elementi, Visioni Futuriste” /
Alessandro Bruschetti PAESAGGIO COLLINARE, 1935

Da fine anni 20 ed inizio anni 30, queste opere, ci danno la misura di come il futurismo si sia trasformato diventando sul finire un movimento meno anarchico e meno distruttivo ma più riflessivo. Assente quell’elemento di rivoluzione tanto tipico, lascia spazio ad un movimento più pacato, specchio di un periodo storico opposto rispetto agli inizi, c’è da considerare che a fine anni 10 ma già metà, l’aspetto avanguardista rivoluzionario assume le forme del movimento DADA, che riprendendo il futurismo lo esaspera all’ennesima potenza e poi c’era il motivo politico del ritorno all’ordine, elementi che hanno portato non ad un’inversione di marcia ma sicuramente ad un cambiamento nel movimento. Marinetti inizialmente punta anche ad una rivoluzione politica, successivamente se ne farà carico solo a livello artistico.

Alessandro Bruschetti
PAESAGGIO COLLINARE, 1935

Bruschetti che appartiene a questa seconda parte del futurismo e del particolare futurismo umbro è molto legato all’elemento della natura, moltissime sono aeropitture e qui arriviamo all’ultimo elemento di questo dialogo: l’aria. Questo elemento in Sibò e Bruschetti è fondamentale, l’aereo che interviene nell’aria come forza. Ma in una differenza di forze in Sibò e Bruschetti, se in Sibò domina la forza ed il contrasto geometrico delle linee forza, in Bruschetti domina l’armonia, dei vortici, l’andamento vorticoso delle scie degli aeroplani che riprende quello delle colline e delle strade sulle colline, è la stessa spirale praticamente. Una differenza di movimento che indica l’assenza dello scontro, in Bruschetti una forza che deriva dall’armonia della linea naturale, mentre nella palude di Sibò abbiamo proprio il segno dell’uomo che deve dominare la natura quindi ci sono città di fondazione che crescono con delle linee molto rette, il predominio dell’uomo sulla natura. Lo scontro dell’agro pontino, tra la natura selvaggia ed indomabile contro tutti i tentativi di bonifica e poi le macchine, il progresso e la “città che sale”, le città costruite con una velocità incredibile. Saccoccio sottolinea: “l’idea che, come dice Marinetti in un articolo pubblicato nel ’32, Ritmo eroico, “sono le macchine che dominano la natura”. 

Alice Zucca

La galleria è attualmente chiusa fino a data da destinarsi per via della situazione riguardante COVID-19, alla riapertura, la mostra sarà visitabile fino a metà maggio.

André Derain Sperimentatore controcorrente

André Derain Sperimentatore controcorrente

Museo d’arte Mendrisio

26 aprile – 12 luglio 2020

A cura di: Simone Soldini, Francesco Poli, Barbara Paltenghi Malacrida

André Derain è una delle grandi figure della rivoluzione artistica dell’inizio del XX secolo, sia pittorica sia scultorea, un’icona dell’arte del Novecento, amico di Picasso, Matisse, Braque, Giacometti

L’Estaque, 1906
olio su tela, 38 x 55 cm
Musée des beaux-arts, La Chaux-de-Fonds, Collection René et Madeleine Junod, inv. 1303.06
© 2020, ProLitteris, Zurich

Derain ha formato con Henri Matisse e Pablo Picasso la triade di artisti che ha completamente cambiato a livello mondiale l’arte del Novecento. Derain è stato a capo e ispiratore di molte delle maggiori correnti della pittura moderna e contemporanea. È stato l’erede dell’Impressionismo, l’iniziatore della pittura Fauve e uno dei padri del Cubismo, nonché il precursore del Ritorno al Classicismo.

Nei primissimi anni del Novecento, una manciata di artisti cambiò completamente il modo di vedere l’arte. Tra i massimi innovatori ci furono Derain e Matisse, che trascorsero vari anni a dipingere insieme i paesaggi di mare a Collioure, nel Sud della Francia.  I due diedero vita tra il 1905 e il 1910 a un movimento per il quale si coniò il termine Fauve, cioè il gruppo dei “Selvaggi”, a causa dei vivacissimi, infuocati colori che caratterizzavano le loro opere.

Geneviève à la pomme, 1936-37 o 1937-38
olio su tela, 92 x 73 cm
Collezione Geneviève Taillade
© 2020, ProLitteris, Zurich

Anche Picasso nutrì grande ammirazione e stima per Derain, soprattutto all’inizio del secolo scorso. A partire dal 1910, per diversi anni, Derain e Picasso collaborarono tra di loro e si studiarono reciprocamente. Si frequentarono molto e la loro amicizia durò fino agli anni Trenta. Fu Derain a introdurre Picasso nel mondo dell’arte africana e con Derain Picasso fece i primi passi verso il Cubismo. Entrambi furono amanti della mondanità, uomini di grande successo, celebrità delle arti del XX secolo. Ma se la fortuna di Picasso crebbe per tutto il secolo, quella di Derain ebbe un brusco, momentaneo declino dopo la seconda guerra mondiale, complice il mondo delle gallerie d’arte e del mercato.

Il Cubismo, grande tendenza di cambiamento all’inizio del ‘900, ebbe origine da Georges Braque, oltre che da Derain e Picasso. Braque e Derain strinsero amicizia proprio verso il 1909 e per vari anni vissero l’uno vicino all’altro. Nel periodo in cui dipinsero insieme nel quartiere parigino della Ruche, Braque apprezzò molto il Primitivismo di Derain e quest’ultimo guardò molto al moderno classicismo di Braque. Dei suoi vecchi amici, Braque fu l’unico ad aiutare Derain nei momenti di difficoltà, subito dopo la seconda Guerra Mondiale.

Chi amò particolarmente l’opera di Derain fu Alberto Giacometti. Al grande artista svizzero piaceva in particolar modo la capacità di Derain di cambiare stile rifacendosi alla tradizione dell’arte antica. Derain rimase sempre legato alla pittura figurativail ritratto, il paesaggio, le nature morte – e trovò ispirazione dall’arte greca e romana, su su fino ai grandi maestri dell’Ottocento. Giacometti dedicò un lungo articolo alla sua straordinaria capacità di raccogliere idee da tutta la storia dell’arte, trasformandola in qualcosa di personale. Alla morte del maestro, fu Giacometti ad aiutare i famigliari a salvare decine di sculture di Derain.

Grazie alla collaborazione degli Archivi André Derain e ai prestiti di alcuni prestigiosi musei francesi, il Museo d’arte Mendrisio organizza una retrospettiva di ampio respiro sull’opera di Derain: 70 dipinti, 30 opere su carta, 20 sculture, 25 progetti per costumi e scene teatrali, illustrazioni di libri e alcune ceramiche ripercorrono la creatività vulcanica e l’attività poliedrica di questo massimo protagonista dell’arte moderna.

Portrait de Geneviève en bleu, 1938
olio su tela, 35×28 cm
Collezione privata
© 2020, ProLitteris, Zurich

Già a partire dalla metà degli anni Dieci, perseguendo una sua personale attitudine teorica e culturale, Derain sceglie una direzione di ricerca decisamente in controtendenza rispetto allo spirito avanguardistico che aveva caratterizzato la sua prima fase

Negli anni Venti e Trenta raggiunge un grande successo internazionale, ma a causa di questo cambiamento di rotta, pur mantenendo una posizione di primissimo piano sulla scena artistica parigina, viene criticato dall’ambiente dell’avanguardia. André Breton, che era suo grande ammiratore, lo accusa (al pari di Giorgio de Chirico) di aver esaurito la sua autentica vena creativa e di essersi rifugiato in una dimensione nostalgica della tradizione, inaridendo il suo incontestabile talento.

Anche se nel 1925 dichiara «Che ingenuità o che debolezza parlare di inquietudine della pittura moderna», Derain non può sfuggire alla sua condizione di artista moderno e la direzione “inattuale” della sua impronta stilistica non annulla affatto la dimensione esistenziale ed estetica di quell’inquietudine (e neanche la sua originalità) ma la trasferisce su un piano operativo differente, in modo affascinante e paradossale. 

La sua ricerca è caratterizzata dalla singolare raffinatezza intellettuale dei suoi continui scarti stilistici e da un’ossessiva volontà di spingere la pratica pittorica sull’orlo dell’abisso del nulla, nell’ostinata e impossibile intenzione di arrivare a cogliere «il segreto delle cose» attraverso quella che lui definisce «archipeinture». Chi ha forse compreso meglio di tutti il senso autentico della sua arte è Alberto Giacometti, che diventa suo grande amico, dal 1936 in poi. 

Nell’ultima fase della sua vita Derain si isola sempre di più, e non basta una mostra postuma al Musée National d’Art Moderne di Parigi nel 1954 (anno della sua scomparsa) per riportare l’attenzione della critica dominante sulla sua opera, di cui è apprezzato solo   il primo periodo avanguardista.

Per l’avvio di una vera rivalutazione dell’artista in chiave più attuale bisogna aspettare fino a quando la sua complessa e apparentemente contraddittoria avventura artistica viene riletta da una prospettiva critica postmoderna e non più soltanto all’interno di una visione evolutiva dell’arte scandita dal succedersi delle tendenze moderniste. Importante in questo senso è stata, in particolare, la grande retrospettiva al Musée d’Art Moderne de la Ville de Paris (1994-95) intitolata significativamente Le peintre du trouble moderne. Da allora, fortunatamente, il ritorno d’interesse per quest’affascinante e controversa figura maggiore dell’arte del Novecento va progressivamente crescendo.

Nature morte au pichet et verre de vin, 1938
olio su tela, 43.5×55 cm
Collezione privata
© 2020, ProLitteris, Zurich

La mostra organizzata dal Museo d’arte Mendrisio, nell’ambito della sua attività espositiva dedicata ai grandi maestri moderni, intende esplorare tutti i principali aspetti della ricerca di Derain, e in particolare contribuire a rimettere a fuoco e rivalorizzare le peculiari qualità della sua complessa e articolata produzione fra le due guerre e fino alla sua morte.

Per ciò che concerne la pittura viene analizzata in particolare l’evoluzione e le sperimentazioni stilistiche e tematiche, oltre ai numerosi riferimenti impliciti o espliciti dei più diversi territori dell’arte di tutte le epoche. E questo nei vari generi: il paesaggio, la natura morta, il ritratto, il nudo femminile, le composizioni più articolate. Altrettanto significativa, anche se più ridotta è la produzione scultorea, che viene documentata con un gruppo molto interessante di lavori. 

La clairière, ou le déjeuner sur l’herbe, 1938
olio su tela, 138 x 250 cm
Association des Amis du Petit Palais, Genève
© 2020, ProLitteris, Zurich

Appassionato di teatro, l’artista collabora a molte importanti messe in scene di spettacoli e balletti. Una sezione mette in luce questo aspetto meno noto ma molto rilevante dell’attività dell’artista attraverso una selezione di disegni, bozzetti e documenti fotografici. 

Un catalogo di circa 230 pagine, edito dal Museo d’arte Mendrisio, documenta con fotografie storiche e schede tutte le opere in mostra, introdotte dai contributi di studiosi e curatori e seguite dai consueti apparati riportanti una bibliografia scelta e una selezione delle esposizioni. Vengono inoltre pubblicati alcuni testi teorici esemplari dell’artista, tradotti per la prima volta in italiano. 


Edoardo Dionea Cicconi contribuisce all’apertura del MEC Palermo, il nuovo museo legato alla tecnologia.

Edoardo Dionea Cicconi contribuisce all’apertura del MEC Palermo, il nuovo museo legato alla tecnologia.

by Giulia Pollicita

Ospitato al piano nobile di Palazzo Castrone, a pochi passi dalla Cattedrale, apre il MEC, nuovo polo culturale situato nel cuore della città di Palermo ideato da Giuseppe Forello.

Il progetto, costituito dalla collezione di cimeli tecnologici creata da Forello a partire dalla fine degli anni Novanta, racconta la storia del colosso dell’informatica Apple e del suo creatore, Steve Jobs, all’interno di un tracciato espositivo che si snoda tra le stanze del Museo. Il tragitto dei visitatori si conclude nella sala del Tempio, con una sezione dedicata all’arte contemporanea e alla fotografia vintage d’autore: un’installazione di Edoardo Dionea Cicconi e intorno alle pareti una selezione di fotografie di Jean Pigozzi e Diana Walker. Il progetto di Cicconi, composto da due sculture, assume immediatamente respiro ambientale innescando un dialogo serrato tra la scultura posta al centro della sala e il dispositivo inserito nella nicchia situata in alto sulle pareti, ingaggiando lo spettatore in un gioco di rimandi.

Qui l’artista da forma ad un lavoro incentrato sul tema dell’illusione e della distorsione ottica, attraverso la rifrazione e la stratificazione dei materiali, in una riflessione più vasta sulla concetto di memoria.
Così accade nel Monolite nero in vetro stratificato che si staglia al centro della sala. Qui la scultura si offre allo sguardo del visitatore in maniera differente, a seconda del punto di vista: lateralmente gli strati in vetro lasciano trapelare la loro trasparenza, creando un gioco di rifrazioni luministiche. Frontalmente invece, gli stessi strati negano la loro trasparenza bloccando la visione e restituendo alla vista una superficie nera, compatta e quasi impenetrabile.

Tale addensamento, osservato da vicino, rivela una serie di geometrie impresse sulla superficie: come mappe spaziali o ingrandimenti al microscopio, tali iscrizioni pongono in relazione la macro dimensione a quella micro. Simboleggiano una black-box, ovvero una “scatola nera” di memoria, costituita dall’assembramento di tutte le schede madri dei primi computer ideati da Steve Jobs. Tale successione di livelli in vetro impresso tramanda la sequenza dei chip delle prime creazione della Apple. Schede madri, circuiti, chip diventano un elemento che rappresenta la memoria della tecnologia Apple, e ci proietta anche nel suo futuro.

Lo specchio inserito all’interno della nicchia sulla parete allo stesso modo trae in inganno ottico lo sguardo dello spettatore: la loro superficie infatti, sottoposta ad un movimento, flette l’immagine e distorce il riflesso, ritornando poi allo stato iniziale. Se nell’arte cinetica l’opera interagisce con lo spettatore grazie al movimento di quest’ultimo, in questo caso è l’opera stessa a muoversi cogliendo in fallo lo spettatore. Il gioco che si innesca è un gioco di rimandi, cristallizzato nell’impossibilità per lo spettatore di vedere se stesso in un’immagine fedele alla realtà.
Ma il concetto di distorsione fa qui riferimento anche alla definizione coniata nel 1981 per descrivere il carisma del leader dell’azienda, Steve Jobs. L’ RDF – Reality Distorsion Field e’ la sua capacità di credere e far credere nell’impossibile avrebbe reso possibile l’impossibile.

Ci si immagina così che all’origine di una mente geniale vi sia una forma di distorsione della normalità, necessaria per dar vita a qualcosa che prima non c’era.

Edoardo Dionea Cicconi (Roma,1985) vive e lavora tra Firenze e Palermo. E’ membro del collettivo artistico DUSKMANN, co-fondato nel 2015.
Il lavoro di Edoardo Dionea Cicconi affronta tematiche universali. Installazioni, sculture, audio e altri media portano lo spettatore in una dimensione senza tempo. Predilgendo l’uso del vetro, l’artista sperimenta nuove tecniche formali. Interessandosi alla percezione della luce, gli elementi nello spazio e alla geometria, Cicconi indaga le forze che governano la realtà. La sua ricerca, sempre tesa ad interagire con lo spettatore, indaga senza soluzione di continuità il trapasso dal macro e micro. Tra le recenti mostre personali: FRAGMENTS, special project of Operativa Arte Contemporanea, Palermo, 2019; HEAT, on the occasion of the 58th Venice Biennale, Italy, 2019; Pandora’s Syndrome, Daforma Gallery, Rome, 2018; Prelude, DUSKMANN, Chiesa della Madonna della Mazza, Palermo, 2018; MONOLITH Capturing Spaces #1, Villa dell’Ombrellino, Firenze, 2018;Prelude, DUSKMANN, K29 institute center, Vilnius, Lithuania, 2016; Layers, Giacomo Guidi Contemporary Art, Rome, 2015. Tra le recenti mostre collettive: Waking Dream, Milano, 2019; Epiphany, Chiesa S. Andrea degli Aromatari, Palermo, 2018; Prelude, DUSKMANN, Master and Emerging artistsn with (…) Sol Lewitt / Boetti / Kounellis / De Dominicis / Schifano (…), Ex Dogana, Roma, 2016; Alchemy Room, with Per Barclay / Jan Van Der Ploeg / Fund Photos in Detroit, Giacomo Guidi Contemporary Art, Rome, 2015; group show, L’A Project, Museo delle Palme, Palermo, 2015.

Enigma Pinocchio. Da Giacometti a LaChapelle

Enigma Pinocchio. Da Giacometti a LaChapelle

Villa Bardini, Firenze

fino al 22 marzo 2020

Jim Dine, White Gloves, 4 Wheels, 2007. Smalto a base olio e carboncino su legno, 207x148x61 cm. The Artist, courtesy of Richard Gray Gallery. Jim Dine © Jim Dine by SIAE 2019 

A Firenze una mostra interamente dedicata alla creatura di Collodi, la marionetta di legno, simbolo universalmente noto dell’Italia e della Toscana: Pinocchio. Protagonista dell’universo immaginario di grandi artisti del Novecento, la sua figura, il mito e l’enigma nascosto in una delle immagini più conosciute al grande pubblico e l’importante ruolo che ha avuto all’interno del panorama artistico del secolo appena trascorso in mostra a Firenze nella splendida cornice di Villa Bardini.

Pinocchio, le cui avventure e la cui storia sono tra i racconti più conosciuti e tradotti al mondo – reso interprete delle inquietudini della contemporaneità dalle migliori penne di questo Novecento, è al centro di una mostra a Villa Bardini di Firenze che – dal 22 ottobre 2019 al 22 marzo 2020 – vuole dare conto del ruolo e dell’importante passaggio che questa figura ha avuto nell’arte del secolo appena trascorso. 
Da Giacometti a LaChapelle, da Munari a Paladino, da Calder a Ontani, da McCarthy a Venturino Venturi, la marionetta di legno con le gambe e le braccia snodate, l’abito rosso e il cappellino bianco, ha segnato non solo l’immaginario collettivo ma anche l’arte a tutto tondo, che di questa mostra è protagonista. 

Con il patrocinio del Comune di Firenze, ENIGMA PINOCCHIO. Da Giacometti a LaChapelle è una mostra prodotta e organizzata da Generali Valore Cultura, Fondazione CR Firenze e Fondazione Parchi Monumentali Bardini e Peyron con il coordinamento del Gruppo Arthemisia, in collaborazione con Unicoop Firenze. Curata da Lucia Fiaschi, da un’idea di Lucia Fiaschi e Ambra Nepi, nella splendida cornice di Villa Bardini, arriva la mostra che racconta le mille sfaccettature dell’enigmatica creatura – ancora una volta più contemporanea – che si allontana sempre di più dalle sole pagina dei libri ma che gli artisti, hanno spesso eletto a protagonista del loro universo immaginario. 

GIO PONTI. AMARE L’ARCHITETTURA

GIO PONTI. Amare l’architettura

MAXXI, Roma

fino al 13 Aprile 2020

a cura di Maristella Casciato, Fulvio Irace con Margherita Guccione, Salvatore Licitra, Francesca Zanella

A quarant’anni dalla sua scomparsa, il MAXXI gli dedica una grande retrospettiva che ne studia e comunica la poliedrica attività, a partire proprio dal racconto della sua architettura.

Architetto, designer, art director, scrittore, poeta, critico, artista integrale a 360 gradi, Gio Ponti è stato oggetto di una letteratura storico-critica e di una produzione espositiva difficili da eguagliare. Dal disegno di oggetti d’uso quotidiano all’invenzione di soluzioni spaziali per la casa moderna, alla realizzazione di progetti complessi calati nel contesto urbano, come i grattacielo Pirelli a Milano o la cattedrale di Taranto, la progettualità di Ponti si caratterizza proprio per il passaggio disinvolto di scala in scala. In mostra, materiali archivistici, modelli, fotografie, libri, riviste, e oggetti che permettono di scoprire un protagonista eccellente della produzione italiana di architettura, il cui lavoro ha lasciato tracce importanti in diversi continenti.

VERSO LA CASA ESATTA

Centrale nella produzione di Ponti è il processo di ricerca compiuto nella definizione della casa esatta, o ancora meglio adatta alla vita di chi la abita, la vita moderna dell’uomo moderno. Una ricerca che parte dalle Domus tipiche milanesi, ossia dalle origini della tradizione domestica, viene portata avanti sulle pagine delle riviste dirette da Ponti “Domus” e “Stile”, per trovare un punto di arrivo nell’appartamento Ponti in via Dezza – connotato da spazi fluidi e ambienti in relazione visiva tra loro – e infine suggerire una declinazione del prototipo in più tipi applicabili ad alloggi standardizzati, a basso costo, ma sempre in grado di adattarsi alle esigenze dei propri abitanti, all’interno di edifici sviluppati in altezza come i modelli studiati per FEAL.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

ABITARE LA NATURA

Al centro dell’invenzione progettuale la Natura instaura una relazione biunivoca e osmotica con l’architettura. È evidente nel momento in cui Ponti usa portici, terrazze, pergole e verande, logge e balconi come elementi architettonici che proiettano l’architettura fuori, e al tempo stesso portano la natura dentro. La Natura per eccellenza si manifesta per Ponti lungo le coste del Mediterraneo, culla dell’architettura antica ma anche di quella moderna, di cui sono espressione i progetti studiati con Bernard Rudofsky tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40. Il rapporto tra architettura e natura negli anni ’70 e ’60 si fa più concettuale e prende forma in progetti più organici e quasi intimi come la casa detta lo Scarabeo sotto la foglia e la villa per Daniel Koo in California.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

CLASSICISMI

Una stagione, quella degli anni Trenta, che offre a Ponti l’occasione per cimentarsi con grandi progetti, per lo più su committenza pubblica, connotati da una visione multiscalare, capace di integrare la dimensione urbana con quella del dettaglio. Nel progetto di concorso per il Palazzo dell’Acqua e della Luce all’E’42 e poi nelle sedi universitarie di Liviano e Palazzo del Bo a Padova e della Scuola di Matematica nella Città Universitaria di Roma, oltre a instaurare un dialogo tra architettura e arte, Ponti parte dalla scala monumentale per approdare al disegno degli spazi interni e degli arredi. Un simile orientamento lo guida nel disegno del milanese Primo Palazzo Montecatini, indiscutibilmente un monumento al lavoro, replicato e ribadito venti anni più tardi dal secondo Palazzo.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

ARCHITETTURA DELLA SUPERFICIE

Progetti come l’Istituto italiano di Cultura di Stoccolma o l’Istituto di fisica nucleare a San Paolo del Brasile rappresentano l’espressione compiuta di un pensiero progettuale che ragiona per piani piuttosto che volumi. La facciata diventa superficie bidimensionale da bucare e piegare come un foglio di carta. Nelle ville realizzate a Caracas e a Teheran, anche forte di una committenza illuminata e facoltosa, Ponti alleggerisce l’involucro che si stacca da terra e dispiega tutta la sua abilità nel gestire piante articolate in cui gli spazi domestici si susseguono e si fondono, con soluzioni di arredo e interventi artistici integrati nell’architettura. Questi lavori inoltre attestano la dimensione internazionale raggiunta dall’opera di Ponti negli anni Cinquanta.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

FACCIATE LEGGERE

La storia dell’umanità, sosteneva Ponti, avanza dal pesante al leggero, dal grosso al sottile: la profezia della “leggerezza” auspicava l’avvento di “uno stile leggero e trasparente, semplice, collegato ad un costume sociale semplificato”. La leggerezza per Ponti non è dunque una metafora letteraria, ma la risposta ai modi di costruire del XX secolo, tanto da attribuirle un valore etico prima ancora che formale. Le facciate degli edifici sono pertanto “superfici intatte, sono come il foglio di carta bianca” su cui le finestre avviano il “gioco arcano dell’Architettura” che si smaterializza come nell’esito finale della Con-cattedrale di Taranto, dove il cemento diventa aria e luce. Anche negli studi sulla prefabbricazione, nei palazzi per uffici Ina e Savoia a Milano o negli edifici governativi a Islamabad, il gioco delle facciate traforate sconfigge la pigra ripetitività dei prospetti.

Foto © Musacchio, Ianniello & Pasqualini

APPARIZIONI DI GRATTACIELI

L’aspirazione alla leggerezza si traduce in aspirazione alla verticalità nel momento cui viene applicata a edifici da inserire in un contesto urbano consolidato. Lo sviluppo verticale consente infatti un’occupazione limitata di suolo e permette a Ponti di preconizzare l’apparizione di grattacieli nello skyline delle città moderne. Nella sua progettazione di edifici alti la pianta rimane però una forma finita, chiusa e del tutto inedita. Negli studi dei grattacieli a pianta triangolare l’impianto è funzionale a un moltiplicarsi di visuali continue, un simile trattamento di facciate leggere lega i progetti per le torri a Montreal e per il Cento italo-brasiliano a San Paolo, ma il grattacielo pontiano per eccellenza è il milanese Pirelli, sintesi di molti temi progettuali presenti nella mostra.

LO SPETTACOLO DELLE CITTÀ

A livello urbanistico Ponti mette a punto un’idea di città che è intimamente legate allo sviluppo verticale dell’architettura. Ne dà prova sin dal 1937 nel progetto di sistemazione dell’ex scalo Sempione dove si batte per scardinare il concetto di quartiere giardino orizzontale in favore di una composizione organica di grandi ensemble disposti intorno a un largo viale alberato, che, dieci anni più tardi (quando riprende in mano il progetto insieme a Mazzocchi e Minoletti) diventa il “Fiume verde”, una spina dorsale con impianti sportivi e alti edifici collettivi. Anche alla piccola scala del paese montano di Chiavenna, la sua proposta di una “città scolastica” riflette la visione organica di un quartiere dell’educazione integrato all’edilizia del centro storico.

SGUARDI CONTEMPORANEI

Ragionando sulle potenzialità di una saldatura tra passato e presente, la mostra si arricchisce di un progetto di committenza fotografica che ha dato vita a una serie di sguardi contemporanei su otto opere pontiane, messe in cortocircuito emozionale e intellettuale con forme attuali di creatività. In mostra, foto di: Stefano Graziani, Allegra Martin, Michele Nastasi, Filippo Romano, Paolo Rosselli, Giovanni Silva, Delfino Sisto Legnani.


PUBLICATION LISTED IN THE ITALIAN PRESS REGISTER BY THE SASSARI COURT OF LAW WITH REGISTRATION NUMBER 447/2017.
EDITOR IN CHIEF: ALICE ZUCCA

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