Il sogno di vita nella realtà magica di Petrit Halilaj

La ricerca artistica di Petrit Halilaj (Nato a Kostërrc, Skenderaj-Kosovo, nel 1986) potrebbe essere considerata parte della corrente artistica e letteraria del realismo magico dove si mescolano realtà e immaginazione, aspetto politico e folklore, memoria personale e collettiva.

Photo by Andrea Rossetti. Courtesy of ChertLüdde, Berlin and Petrit Halilaj

Petrit Halilaj agisce su un passato traumatico che lega il suo vissuto personale alla storia del suo paese d’origine il Kosovo. Nato durante la guerra in ex-Jugoslavia l’artista è successivamente emigrato in Italia dove è cresciuto ed ha intrapreso la sua formazione artistica. La sua pratica consiste nel rielaborare i fatti del passato e la realtà che lo costituisce, trasformandolo in un universo immaginifico per risvegliare la coscienza collettiva e personale. Nel vissuto violento l’esperienza quotidiana è intessuta di simboli che rimandano ossessivamente all’evento traumatico. Questa caratteristica può essere sintetizzata nella frase: “io sono qui a ricordarti che quella volta hai dimenticato qualcosa però sei sopravvissuto” che si ripete ossessivamente fino a rendere invivibile il quotidiano e irreale il presente.

Photo by Andrea Rossetti. Courtesy of ChertLüdde, Berlin and Petrit Halilaj

Nella pratica di Halilaj gli elementi della realtà che appartengono alla storia vengono trasformati entrando a far parte di un dizionario di simboli che comprende uccelli, canarini e galline, il nido, l’ocarina, uno strumento musicale neolitico ritrovato a Runik, la città natale di Halilaj, le falene etc. Questi elementi invece di essere rimossi sono reinseriti in un orizzonte di creazione poetica che torna ad agire sulla realtà modificandola. Shkrepëtima, la mostra presentata alla Fondazione Merz di Torino nel 2019, curata da Leonardo Bigazzi, in occasione dell’assegnazione del premio Mario Merz, è la rappresentazione di un risveglio della coscienza. Shkrepëtima, infatti è un termine albanese che significa ‘lampo’, come in un ‘lampo di genio’, o nelle espressioni “Eureka! Ho trovato, ho capito”. È un’espressione che indica il risveglio della mente, nel senso completo di corpo, anima e intelletto. La mostra era l’evento finale di un progetto diviso in tre parti: il primo composto da uno sforzo performativo in larga scala presentato alla Casa della Cultura di Runik, città di origine dell’artista, il 7 Luglio 2018.

Photo by Andrea Rossetti. Courtesy of ChertLüdde, Berlin and Petrit Halilaj

La performance teatrale era parte dell’evento conclusivo di un intervento reale e diretto dell’artista all’interno dello spazio che era stato lasciato all’incuria e all’abbandono a causa della guerra. Tornato a Runik, Halilaj decise di ‘occupare’ la Casa della Cultura riorganizzandone i suoi spazi e pulendola dalle macerie. Con queste ultime poi ha realizzato delle sculture che hanno dato vita alla scenografia della performance e che poi sono state successivamente installate alla Fondazione Merz.

Photo by Andrea Rossetti. Courtesy of ChertLüdde, Berlin and Petrit Halilaj

L’opera principale di questa scenografia dal titolo Dreaming on, fast asleep, your face came to my mind. When I open my eyes it was nowhere to be found (2018), è un ‘letto-nido’ dal quale si diramano sospesi in aria milioni di frammenti di legno che sembrano essere esplosi. La trama dello spettacolo è la storia di un ragazzo che si addormenta e sogna alcuni personaggi, metà uomo e metà uccello, che gli spiegano come può salvare la Casa della Cultura. In seguito alla performance artistica, che ha coinvolto anche gli abitanti di Runik, lo spazio è stato poi finalmente dichiarato patrimonio culturale e, quindi, meritevole di essere conservato.

Modificare la realtà tramite l’immaginazione è un atto di rifugio e fuga allo stesso tempo. Proprio tramite la creazione di un mondo parallelo possiamo accettare la realtà e quello che è la sua stessa essenza, la solitudine e l’assurdità della vita. Il secondo momento di questo progetto è stata una mostra al Paul Klee Zentrum di Berna, occasione che ha assunto la funzione di punto di collegamento con il suo intervento precedente.

Petrit Halilaj
Poisoned by men in need of some love (Falco Peregrinus, Falco berigora), 2013/2020
iron, cow excrement, soil, glue, brass
57 × 253 × 201 cm (22 ½ × 99 ⅝ × 79 ⅛ inches)

The sculptures of the series Poisoned by men in need of some love are hand-sculpted copies of many of the taxidermy animals once displayed in the former Natural History Museum of Kosovo.
Funded in 1951, the museum existed until 2001, when an official decree ordered that the museum’s entire animal collection would be removed and stored in a rather unsafe way, behind hidden doors in various cellar-like storage facilities. The artist discovered the the lost museum collection and its destroyed animals between 2011 and 2013. The video July 14th documents step by step their rediscovery.
The sculptures are made from a mix of earth and animal excrement, partly from the artist’s native Kosovo, and based on the found photographs portraying the state of the animals before they were removed. Copies from photographic copies of already dead originals, they convey a sense of absurdity, levity, but also incredible tenderness.
Halilaj’s project attempts to give the museum and its specimens another life and a renewed political resonance.


In mostra sono state esposte, insieme alle sculture realizzate a Runik, il video, The city roofs were so near that even a sleepwalking cat could pass over Runik without ever touching the ground, (2017), dove è raccontata la storia dei reperti archeologici del periodo neolitico ritrovati nella stessa regione; tra questi anche un’ocarina, strumento musicale il cui suono può essere usato per imitare il canto degli uccelli, e che ricorda il timbro di un flauto. Nell’esposizione erano presenti anche alcune installazioni della mostra RU presentata nel 2017 al New Museum di New York. Tra queste particolarmente degna di nota è l’opera Big Wall (2017), un muro costruito da un assembramento di rami da cui emergono delle piccole sculture, riproduzione fedele dei reperti archeologici ritrovati a Runik, a cui l’artista ha aggiunto delle sottili gambe da uccello, creando creature mutanti metà oggetto e metà volatile, impigliate in enormi nidi giganti.

Petrit Halilaj
I don't have a Room, I don't have a Mind. 
Nevermind!, 2014
Canary costume
Dimensions variable

Nella mostra al Centro Paul Klee sono stati presentati anche una serie di disegni di uccelli e le stesse creature fantastiche, ibridi oggetto/uccello, questa volta realizzati sui documenti e i conti del Teatro. Gli uccelli sono qualcosa che può sembrare apparentemente innocente e che può dare l’impressione di poter venire dominato e controllato per tutta la vita, chiusi in una gabbia, magari dorata. Che all’improvviso si svegliano, e ci svegliano, con il loro canto e la loro voce.

Qualcosa che allo stesso tempo ci accoglie e ci respinge. Ci guarda dall’altro, ci osserva sempre. Non importa cosa facciamo, ci appaiono continuamente davanti come intrusi nella nostra vita cittadina. La fase conclusiva del progetto Shkrepëtima è invece l’installazione alla Fondazione Merzprecedentemente nominata, che riproduce lo spazio della Casa della Cultura di Runik e dove sono state trasferite le sculture e le installazioni che erano servite per le scenografie. In mostra sono stati presentati anche i costumi da ‘uomo-uccello’, utilizzati dagli attori e realizzati personalmente dall’artista, quella figura, a metà tra il mondo umano e il mondo naturale, dotata di poteri divinatori e soprannaturali. Questi personaggi oltrepassano i confini tra sogno e realtà e come gli uccelli comunicano e non conoscono barriere né confini.

Petrit Halilaj, Alvaro at Night (13.01.2020), 2020
Wood, metal, fabric, speakers, mp3 player, sound, Variable dimension
40 × 23 × 43 cm (15 ¾ × 9 × 16 ⅞ inches) 10 min. 48 sec. loop

Alvaro at Night (13.01.2020) is a sound installation by Petrit Halilaj. In this work, Halilaj built a birdhouse and placed in it a recording of his partner and occasional collaborator, Alvaro Urbano, while sleeping on January 13 2020. 
Embracing the symbol of the nest as a shelter and a protective structure, the work provides a glimpse into the private sphere. Both charming and effacing, Alvaro at Night invites reflection upon the balance of love, the sometimes disruptive consequences of sharing a life as complementary parts of human nature.
The work is an ongoing series continued individually by both artists. Alvaro Urbano’s series Petrit at Night is a series of birdhouses with sound recordings of Halilaj sleeping. Each birdhouse contains a recording from a different night, and has a unique shape.
The two groups of works, which refer to each other, constitute the notion of a continuously developing portrait of a partner.

L’uomo uccello dal cappello piumato permette a tutti di tornare a sognare, ma non per chiudere il mondo al di fuori e nemmeno per chiudersi all’interno di esso, ma per sprofondare nell’abisso dell’immaginazione, trasformando il mondo in possibilità quando anche realtà. Il medium tessile è continuamente presente nella pratica artistica di Halilaj, ne abbiamo un esempio rilevante nell’opera Do you realize there is a rainbow even if it’s night? presentata alla Biennale di Venezia del 2017 e alla mostra all’Hummer Projects del 2018. L’artista ha realizzato a mano con l’aiuto di sua madre una serie di costumi a forma di falena, questi sono poi stati indossati dall’artista per interagire con i visitatori della mostra. Il costume e la maschera sono perciò il mezzo che permette ad Halilaj di comunicare ciò che non è immediatamente dicibile, ciò che infatti viene espresso solo attraverso il linguaggio del corpo, ciò che serve a trovare la forza che permette di manifestare la propria natura senza avere paura di mostrare fragilità. Come le falene, che si trasformano e si evolvono in vari stadi e in varie direzioni.

Dal 2014 Petrit Halilaj ha iniziato un percorso creativo insieme con l’artista madrileno Alvaro Urbano. I due, parallelamente alla pratica individuale, hanno sviluppato una ricerca che riflette le possibilità di una convivenza in un orizzonte umanizzato di elementi ancora naturali.

Quasi all’inizio della loro convivenza, Halilaj e Urbano hanno deciso di ospitare dei canarini nel loro studio e di prendersene cura. Ma invece di chiuderli in una gabbia li hanno lasciati liberi, o meglio in una condizione di semilibertà. Iniziando così un processo che somiglia molto a quello utilizzato dai falconieri e che in gergo tecnico nell’allevamento di uccelli da caccia è chiamato ‘condizionamento’.

Photo by Andrea Rossetti Courtesy of ChertLüdde, Berlin and Petrit Halilaj

For the birds” è il lavoro nato dopo un anno di residenza in Villa Romana a Firenze e presentato successivamente nel group show “Trouble in Paradise” alla Bundeskunsthalle di Bonn. L’installazione consisteva in un percorso atto a far volare i canarini dall’appartamento dove vivevano gli artisti fino al loro studio, una struttura tubolare fatta da una rete da recinzione per galline e fil di ferro che seguiva le evoluzioni di volo degli uccelli.

Il condizionamento degli uccelli è un arte molto antica. I rapaci in particolare, non potevano e non dovevano mai essere completamente addomesticati poiché altrimenti avrebbero perso l’istinto di caccia. Nei manuali del ‘600 questa convivenza senza sottomissione basata sul rispetto reciproco si ottiene attraverso la pazienza, la mitezza e l’amore. E ancora in Mongolia, nelle regioni al confine tra la Russia il Kazakistan e in Corea, esistono delle tribù nomadi che vivono insieme con le Aquile Reali. Aquile che non sono limitate da gabbie ma che condividono gli stessi spazi degli esseri umani, dormendo e mangiando con loro, così come i canarini di Halilaj e Urbano.

La ricerca di Halilaj riassume e si espande all’interno di un orizzonte che va da Surrealismo al’Arte Povera per raccogliere poi l’eredità performativa più recente che va da Joseph Beuys a Felix Gonzales Torres. L’arte di Petrit Halilaj ha a che vedere con la cura, con il rimedio, anche quando questo comporta fatica e dolore. L’immaginazione qui ha un ruolo importante e può essere intesa in molti modi. Nella pratica di Halilaj infatti sembra raccogliere la potenza di un meccanismo di difesa, una barriera tra sé stessi e il mondo che ci circonda, che ci protegge quando questo non ci va bene o non ci piace. Ma è anche, allo stesso tempo, rimedio dal dolore quando non trova le parole per essere raccontato. La fantasia si scolla dalla realtà e lascia spazio all’intervento di diversi simboli che ci ricordano il potere della vita. Questi simboli portano insieme con loro quello che ci ha sconvolto e come ci siamo salvati. Ci ricordano come siamo sopravvissuti e quello che ci ha minacciato, acquistando il potere di sovvertire e modificare la realtà. È come se resuscitassero un ramo d’albero, una memoria d’infanzia, un pezzo di paglia, e trasformandolo in qualcosa di vivo, come un nido.

Elda Oreto