Intervista a Vincent Fournier. Viaggiatore in un tempo futuro passato.

Vincent Fournier è intervistato dal Direttore Alice Zucca

È facile oltrepassare il confine tra finzione e realtà, immergendosi nell’immaginario di Vincent Fournier, e non solo a causa dell’atmosfera sospesa e la rappresentazione insolita di spazi e figure umane. Egli esplora la frontiera  concettuale tra concretezza e immaginazione, tra passato e futuro, e in questa realtà parallela intermedia individua un non-spazio, scenario ideale per documentare le possibili forme di un futuro possibile. Instancabile narratore, costruisce le sue storie attraverso elementi che, sì, poggiano su un terreno concretamente tangibile e familiare, ma al contempo etereo e impalpabile, proponendo una messa in scena solennemente cinematografica, che come tale prolunga un incanto  percepibile e non, fatto di universi fantastici, storie epiche e utopie futuristiche che suscitano in noi un sentimento di sconcerto ed estraniamento ma al contempo una sensazione di familiarità che prolungando il sogno, lo rende in un certo qual modo eventualmente possibile, includendolo nella sfera delle cose che pur non essendo mai state, riecheggiano nella nostra memoria come un dejavù. Quello di Fournier è difatti un mondo di intuizioni in cui si può ricordare ciò che non è ancora avvenuto, in procinto eventualmente di avvenire in un domani che però già riecheggia nel momento presente. 

Space Project, Mars Desert Research Station #9 [MDRS], Mars Society, San Rafael Swell, Utah, USA, 2008
Space Project, Mars Desert Research Station #11 [MDRS], Mars Society, San Rafael S 64 well, Utah, USA, 2008

L’artista spazia tra i temi più accattivanti e le utopie più significative del XX e XXI secolo: tra robot antropomorfi, architettura futuristica, esplorazione spaziale, intelligenza artificiale, oscillando ambiguamente tra documentario e fiction, natura e artficio, innescando così la riflessione sul modo in cui viviamo, il tempo percepito e lo spazio, l’evoluzione degli stessi.  Fournier, sembra evocare set cinematografici capaci di portare alla memoria una dimensione temporale inedita, una sorta di futuro dissolto nei meandri di un passato/presente. Cosa sta per accadere? Quali le variabili del futuro possibile?  Un immaginario che mostra la nostalgia di un tempo immaginato che non appartiene propriamente a questa epoca ma a tratti, fossilizzato in un limbo utopistico che non ha avuto ancora luogo, riecheggia quale traccia nel presente. La fotografia fornisce così nuove decodificazioni e modalità alternative di descrizione della realtà, pur irreale, contribuendo alla generazione di uno spazio simulato all’interno del, già a sua volta “costruito”, spazio contemporaneo. Non c’è presente, d’altronde, che non si costituisca senza il rinvio ad un altro tempo, un altro “presente”. Il presente traccia, che è tracciante e tracciato, sosteneva Derrida. Che sta ad indicare quello scarto temporale, con l’elemento presente di non contemporaneità, che è a tutti gli effetti uno spazio di libertà,  poichè interpretabile. Tutto sta nel comprendere se l’essere umano è in grado di sostare in questo spazio di “inquietudine”, se è all’altezza di un pensiero della traccia. Ecco, mi pare che Vincent Fournier lo sia. 

Space Project, Robonaut 2, NASA’s Johnson Space Center [JSC], 

Alice Zucca:  Quale il percorso che ti ha portato a questo tipo di riflessione decostruttivo/recostruttiva della realtà? Da dove nasce lo spunto per lo sviluppo della narrazione?

Vincent Fournier: Le mie fotografie, così come le altre opere, sono allegorie di sogni d’infanzia in cui la realtà si fonde con la finzione. Sono storie in cui il significato fluttua fra temi opposti: il serio e il giocoso, senso e non senso, realtà e finzione, biologico e artificiale… come in un incontro con Jules Verne e Jacques Tati

Penso che questo sentimento sia legato al mondo dell’infanzia, quando il significato delle cose è offuscato, quando le cose possono avere un significato diverso. 

Le mie storie sono alimentate da diverse mitologie del futuro: l’esplorazione dello spazio, robot umanoidi, la trasformazione degli esseri viventi attraverso la tecnologia o l’architettura utopica. Può essere un futuro del passato o il futuro che immaginiamo nel domani. La visione del futuro è il mio parco giochi preferito. 

Quindi il punto di partenza è spesso una situazione familiare, confortevole ed estetica, in cui presento un agente di disturbo… alla fine mi piace che le mie immagini siano in qualche modo come gli UFO! Cercando la tensione tra i punti di supporto e i punti di rottura tra un documentario e una finzione.

Credo che questa “ossessione” sia figlia della mia infanzia e di molte visite con mia nonna al Palais de la Découverte a Parigi. Tutte queste evocazioni della “meraviglia della scienza” e dei misteri dell’Universo hanno alimentato la mia immaginazione e stimolato la mia curiosità per le utopie e per il campo delle possibilità. Poi sono cresciuto negli anni ‘70 e ‘80 quando c’erano molte rappresentazioni del futuro, sia nella fiction ma anche frutto dello sviluppo della tecnologia, dell’esplorazione dello spazio, di internet, della robotica e dell’architettura… Ho ancora una visione romantica di quel futuro e forse lo percepisco in maniera abbastanza nostalgica! So che appare come completamente obsoleto, ma penso che dobbiamo alimentare la nostra immaginazione con immagini del futuro che siano sia credibili che in qualche modo attraenti. Questo ci fornisce una prospettiva e un obiettivo, soprattutto in un momento in cui si parla solo di un presente eterno, come se l’urgenza avesse ovunque ripudiato la promessa del futuro. Ad esempio, l’avventura spaziale propone una prospettiva e un nuovo punto di vista per scorgere e comprendere meglio la nostra Terra vista da fuori

Penso che la mia principale fonte d’ispirazione sempre provenga dai ricordi della mia infanzia: la prima immagine che mi colpì molto quando avevo dieci anni fu una riproduzione di “The Hunters in the Snow” di Pieter Bruegel il vecchio. È una coincidenza divertente perché si può vedere questo dipinto nel film “Solaris” di Andreï Tarkovski che è stato anche un altro riferimento importante per me. Da bambino sono stato molto appassionato di fantascienza, di fumetti, di serie e romanzi… Ricordo che con alcuni amici abbiamo noleggiato il film “2001: Odissea nello spazio” di S. Kubrick. È stata una rivelazione: l’estetica, le idee, la narrazione… ma non per i miei amici che se ne sono andati tutti prima della fine… Ascolto anche molti podcast su scienza, storia, filosofia, arte… e serie TV come tutti noi! Sono stato anche profondamente influenzato da composizioni “razionaliste”, come le strutture utilizzate da architetti o grafici.

Self Portrait Vincent Fournier ©

Space projectè una collezione di strani paesaggi terrestri con cui Vincent Fournier stimola la nostra immaginazione tra realtà e sogno. Sono fotografie visionarie sull’esplorazione dello spazio, che propongono visioni fantascientifiche di missili, astronauti, stazioni di ricerca e scenari spettrali. Fournier ha potuto creare tali stupende immagini, perché ha collaborato con i maggiori enti spaziali come la NASA,  l’ESA e l’agenzia spaziale russa, nonché i maggiori osservatori astronomici del mondo. Egli ha perciò avuto accesso ad informazioni sui primi programmi Sputnik e Apollo, sulla futura missione su Marte e su progetti riservati come il razzo SLA della NASA,  che ha trasfigurato e sublimato in base alla sua peculiare visione artistica dell’esplorazione dello spazio.  L’intento di  Fournier è quello di indurci a mettere in discussione le nostre percezioni di spazio e tempo e suggerirci una reinterpretazione delle nostre utopie passate e future, rivisitandole con immagini evocative che richiamano i miti e le fantasie dell’umanità sul futuro.  Per ottenere questo risultato Vincent Fournier accosta innumerevoli soggetti: dall’abbigliamento del capitano Boris, un astronomo russo, nel suo spazio quotidiano, agli osservatori astronomici norvegesi e il deserto di Atacama, in Cile. Da una distesa di radar disseminati in un campo alla collaborazione/interazione uomo robot.

AZ: Mi parli di questo progetto e come percepisci il rapporto uomo e macchina? Il progresso tecnologico?

VF: Space Project è il mio progetto su cui si è fondato il mio lavoro, iniziato nel 2007 ed è ancora in evoluzione. Racconta la storia dell’esplorazione dello spazio, dai ricordi dell’era spaziale ai nuovi progetti futuristici come il veicolo di lancio della NASA SLS che dovrebbe andare su Marte. La forte relazione che ho creato con le organizzazioni spaziali più rappresentative del mondo mi ha portato a vedere dietro le quinte di quelli che sono ambienti normalmente tremendamente segreti. Le mie ultime immagini dello scorso dicembre mostrano il progetto Artemis, presso il Glenn Research Center della NASA, il cui obiettivo è tornare sulla Luna per sviluppare una base (stazione orbitale) che servirà come punto di partenza per andare su Marte. L’aereo che sembra una “grande balena” è il Super Guppy della NASA, che trasporta la famosa capsula ORION che andrà sulla Luna l’anno prossimo.

Adoro le macchine, quelle che volano, parlano, contano, osservano… sono affascinato dalla magia della scienza in cui l’universo e la complessità del mondo sembrano riassumersi in alcune formule matematiche. C’è una certa ironia nel dare un’immagine visibile e comprensibile dei misteri dell’universo. Onde, tempo, spazio, stelle, luce, hanno tutti un senso. Osservare, indicizzare, misurare… l’universo non è organizzato perfettamente come le nostre macchine. Agisce in modo irrazionale, in modo caotico, violento e misterioso.

Space Project, Ergol #11, S1B clean room, Arianespace, Guiana Space Center [CGS], Kaurou, French Guiana, 2011
Space Project, Ergol #12, S1B clean room, Arianespace, Guiana Space Center [CGS], Kaurou, French Guiana, 2011
Space Project, EISCAT Svalbard Radat [ESR],
 Spitsbergen Island, Norway, 2010

Il riferimento cinematografico costituisce una fondamentale che ha influenzato la matrice concettuale cui si ispira la creatività di Fournier.  2001 Space Odyssey di Stanley Kubrick, come affermato da Fournier è stato fonte di ispirazione per il suo immaginario e in un certo senso è in grado di descrivere vividamente l’assunto fondamentale del suo processo creativo. 

Il film realizzato nel 1968, descrive fatti che si riferiscono all’anno 2001. Inevitabilmente racconta più del ‘68 che del 2001 ma intreccia continuamente il passato con il futuro, I luoghi con i non-luoghi. La scena iniziale “l’alba dell’uomo”, fa notare Fournier, mostra un antico passato in cui le scimmie,  in un atmosfera di sacralità, da innocui animali iniziano ad trasformarsi in esseri pericolosi e violenti, cioè in esseri umani. Questa scena ancestrale si raccorda con il futuro mostrato nella scena successiva ricca di tecnologia stazioni spaziali e astronavi che volteggiano nello spazio al ritmo del  valzer “Sul bel Danubio Blu” di Johann Strauss. La realistica narrazione della vita degli astronauti a bordo di un luogo concreto quale l’astronave DiscoveryOne e il viaggio conclusivo dell’astronauta David Bowman attraverso un non-luogo allucinante, un tunnel  psichedelico fatto di stelle, nebulose, figure geometriche e mondi sconosciuti, che lo porterà in una surreale e bianchissima dimora arredata in stile neoclassico.

I formalismi architettonici dell’architetto Niemeyer appaiono nelle fotografie  di Fournier in “Brasilia”,  quasi come dei set cinematografici abbandonati memori del sentire di Jacques Tati.  Edificata alla fine degli anni ‘50 secondo i progetti dell’urbanista Lucío Costa, del paesaggista Roberto Burle Marx e dell’architetto Oscar Niemeyer, Brasilia è un campionario di ipotesi speculative architettoniche per il futuro, che  oggi,  circa sessant’anni dopo la sua creazione sono ancora utopie inespresse, cristallizzate tra passato e presente. Appare oltremodo stridente Il contrasto tra l’austero tessuto urbano di  Brasilia costituito da ambienti burocratici e governativi e la vivacità incontenibile delle strade delle metropoli brasiliane di Rio de Janeiro e San Paolo, spunto interessante per notare la modulazione dell’elemento umano che Fournier ben dosa nel suo lavoro. Nei suoi  paesaggi, il fotografo francese, in bilico tra veglia e realtà mostra inoltre spazi normalmente inediti, come le sale macchine oppure le sale di addestramento per astronauti, tali luoghi sebbene concreti e reali siano allo stesso tempo quasi virtuali, in quanto sfuggenti e inaccessibili. 

Brasilia, The Itamaraty Palace – Foreign Relations Ministry, stairs, Brasilia, 2012
Brasilia, Chamber of Deputies [Annex IV] #3, Brasilia, 2012

AZ: Mi parli del tuo rapporto con il cinema, da Kubrik a Tarkovskij? E la relazione tra messa in scena e spazio architettonico? Quella tra lo spazio e la figura umana (che nelle tue rappresentazioni è spesso in “evidenza” per mancanza piuttosto che per eccesso)?

 VF: Ho utilizzato numerosi riferimenti cinematografici durante il mio lavoro. David Cronenberg o Stanley Kubrick sono tra quei registi che hanno avuto maggiore influenza su di me a causa del loro approccio tecnologico e dell’aspetto progressista del loro lavoro.

In effetti, “Solaris” di Andrei Tarkovsky mi ha affascinato e si può facilmente vedere questo film assieme a “2001, Odissea nello spazio” come due facce della stessa medaglia. Entrambi i film mostrano la sfera cosmica come riflesso dell’intimità ed entrambi i registi mettono effettivamente in discussione la nostra percezione della realtà con spazi inaspettati – sempre immaginati, piuttosto che reali – o incoerenze temporali, come il finale di “2001, Odissea nello spazio”, dove si può vedere un astronauta che si evolve in un arredamento in stile Luigi XVI. Mi piacciono anche i film di Jacques Tati perché il suo senso dell’umorismo è sempre stato molto vicino all’assurdo. La sua visione delle utopie era molto in anticipo rispetto ai suoi tempi, anche se spesso era anche satirica, e naturalmente un’altra ragione è il suo approccio estetico, molto nitido, architettonico e con diversi livelli di significato. Ha certamente influenzato il mio lavoro su Brasilia, esplorando il futuro utopico di questa città che è nata contemporaneamente all’inizio dell’era spaziale. In effetti, la data del “progetto pilota”, concepito nel 1957, coincide con il lancio del primo satellite artificiale terrestre, lo Sputnik. Brasilia nacque all’inizio dell’era spaziale e tutta l’estetica della città ne è ampiamente ispirata. È il sogno dello spazio e la corsa verso il futuro che si incarna in modo metaforico e anticipatore nell’architettura della città. 

Gli oblò ricordano quelli della capsula spaziale di Gagarin, i passaggi che collegano i vari edifici evocano i lunghi corridoi delle stazioni orbitali e l’architettura su piloni anticipa le “gambe” dei futuri moduli di sbarco sulla luna. La metafora è ancora più evidente come nel Museo Nazionale circondato da un anello come quello di Saturno. Inoltre, questa città che ha fantasticato lo spazio e ha inventato il proprio futuro è rimasta congelata nel tempo. In effetti, il piano urbanistico, identico sin dalla sua origine, è diventato nel 1985 nel Patrimonio Unesco, che lo preserva definitivamente da qualsiasi cambiamento. Brasilia è quindi una bolla fuori dal tempo, una capsula del tempo in cui il sogno del futuro degli anni ‘60 è offerto nostalgicamente. 

Il libro “Brasilia – a Time capsule” uscirà a novembre con un testo del curatore del MET. Diverse immagini della serie Brasilia fanno infatti parte della collezione permanente del MET.

Brasilia, The Claudio Santoro National Theater, Spiral Staircase, Brasilia, 2019
Brasilia, General Army Headquarters #1, Brasilia, 2019
Brasilia, The National Museum #3, Brasilia, 2019

L’elemento documentaristico si conferma come altro elemento distintivo dell’apporccio di Fournier alle variabili dell’esistente. Nel progetto Post Natural History, Fournier  immagina una straordinaria collezione di prossime specie viventi, evolutesi per adattarsi al mutare degli ambienti e degli eventi.

Frutto delle avventure di un temerario viaggiatore spaziale impegnato a visitare mondi sconosciuti e catalogare nuove forme di vita? Suggestivo quanto spontaneo mi sovviene l’accostamento del viaggiatore/collezionista. Fournier con il Capitano James T. Kirk della celeberrima serie televisiva Star Trek, ambientata nel futuro, che narra le avventure dell’equipaggio della nave stellare Enterprise della Federazione dei pianeti uniti, “diretta all’esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, per arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima”.

The Bestiary [Post Natural History – Cycle II] Monitor Lizard [Varanus imitabilis] Mimetic Lizard, 2012
The Bestiary [Post Natural History – Cycle II] High Speed Shark [Squalus moleculo]
Autonomus shark with the ability to control the speed of which molecules travel, 2018

VF:

Nel mio ultimo lavoro, “Post Natural History”, racconto la storia della trasformazione della vita usando la tecnologia. Penso che per la prima volta nella storia l’uomo abbia gli strumenti per trasformare, creare, riprogrammare il vivente e fonderlo con il non vivente. Questo futuro è molto più lontano, quindi non abbiamo ancora immagini, ecco perché questo corpus di lavori si basa più sulla nostra immaginazione. 

Si ispira alla biologia sintetica e anche al surrealismo. Penso che la biotecnologia e il surrealismo condividano entrambi il fascino di mescolare cose che non hanno nulla in comune. Entrambi creano specie strane, ibride e misteriose, composte, tagliate e incollate, di parti diverse proprio come una chimera o un raffinato cadavere. 

La Post Natural History è composta da 3 cicli. 

Il primo ciclo si chiama Flesh Flowers (fiori di carne). Mostra il risultato di tecniche di ingegneria dei tessuti che creano carne artificiale usando piante commestibili. E quello che presento sono i resti di quei fiori di carne, i loro scheletri. Questo lavoro è realizzato con la stampa 3D. Il secondo ciclo è un bestiario di specie future ispirate dai bestiari medievali. Quelle strane e ibride creature sono lo specchio dei nostri desideri, speranze e paure. Il bestiario è presentato proprio come un catalogo di curiosità. Ogni immagine della specie è come un’illustrazione tassonomica con una targa che ne descrive le caratteristiche particolari. Quelle creature sono specie ingegnerizzate progettate dall’uomo con caratteristiche speciali. Ad esempio, se si dà un’occhiata più da vicino allo scorpione, ci si può rendere conto che questo non è solo uno scorpione ma anche un robot telecomandato in grado di eseguire operazioni chirurgiche. Uno sguardo più attento al corpo della libellula ci fa capire che contiene sensori per misurare la qualità dell’aria, o che il Fennec è in grado di leggere la mente. L’ultimo ciclo si chiama Unbreakable Heart (Cuore infrangibile). Dopo essere stata creata all’esterno del corpo, la tecnologia arriva al suo interno. E quale organo è più simbolico del cuore? Così ho creato il primo cuore infrangibile avanzato fatto di oro e piombo e progettato per vivere per sempre. Come nelle altre mie opere ho creato un legame tra passato e futuro. Questo cuore infrangibile si ispira all’alchimia, che ha cercato di trasformare il piombo in oro per creare l’elisir di vita, ma fa anche eco ai desideri dei transumanisti e della Silicon Valley di vivere per sempre. E poiché vivere per sempre è piuttosto costoso, questo organo avanzato è fatto di oro puro e incastonato con pietre preziose. 

Alice Zucca

SAVE THE DATE ▼

Paris Photo – November 12/15 2020 – event + book signing > Vincent Fournier will present Space project and Brasilia and will also do two book signing – Space Utopia and Brasilia (Noeve, Rizzoli)

Vincent Fournier / BRASILIA – coming soon – solo show at Paris Photo with MOMENTUM gallery (Miami).