Muore a 80 anni Germano Celant, con lui si chiude un capitolo dell’arte contemporanea italiana, consacrato ora alla storia.

Potremmo allinearci alla definizione adottata dalle voci della cronaca nazionale per compiangere la scomparsa del ‘teorico e padre dell’Arte Povera’ Germano Celant, deceduto all’età di Ottanta anni a distanza di due mesi dalla diagnosi di Covid-19, ma ci sembrerebbe riduttivo riassumere in questo modo il ruolo pionieristico del primo curatore indipendente di arte contemporanea Italia.

Germano Celant – Post Zang Tumb Tuuum. Art Life Politics: Italia 1918–1943– Foto Ugo Dalla Porta, Fondazione Prada

Formatosi negli ambienti dell’avanguardia teatrale e letteraria a Genova, Celant collabora giovanissimo su invito del fondatore Eugenio Battisti alla prima rivista interdisciplinare in Italia, Marcatré, come corrispondente della cronaca d’arte. Partecipa ai maggiori eventi culturali nazionali – come il convegno del Gruppo ’63 a Palermo o della Critica d’Arte a Verrucchio – e conosce i più importanti artisti e galleristi italiani – da Fontana a De Martiis fino a Sperone, Paolini e Pistoletto a Torino. Dal 1965 collabora all’editoriale ‘Casabella’ per Alessandro Mendini e nel 1967 pubblica il suo primo libro, una monografia sul primo designer italiano, Marcello Nizzoli. L’interesse per il design e la progettazione industriale porteranno ben presto ad un avvicinamento alle aree di ricerca dell’Arte Programmata e ghestaltica, che nella loro indagine del rapporto tra arte e tecnologia ne influenzeranno tutto il pensiero a venire. A dicembre del 1964, Celant cura una delle sue prime mostre a Firenze, Proposte strutturali, plastiche e sonore, che riassume perfettamente l’esordio e il background del critico genovese.

Quando nel 1967 Celant pubblica l’articolo-manifesto Arte Povera. Appunti per una guerriglia, ha già maturato la visione di un’arte che, ribellandosi dall’accettazione delle invenzioni e imitazioni tecnologiche del sistema, indichi il libero progettarsi dell’uomo nella contingenza dell’evento. Tale ipotesi si preciserà nella doppia rassegna Arte povera-Im Spazio, presso la Galleria La Bertesca di Genova quello stesso anno, in cui viene presentato per la prima volta il nucleo storico dell’Arte Povera. La formulazione teorica del movimento si era del resto consolidata nell’opposizione dialettica alle istanze dell’Arte Programmata, come aveva illustrato lo stesso Celant all’interno dell’intervento in catalogo della mostra Lo spazio dell’immagine, che precedeva di qualche mese la mostra a La Bertesca, inaugurata presso Palazzo Trinci a Foligno nell’estate di quello stesso annoSintonizzata sulla frequenza rivoluzionaria e le premesse ideologiche del ’68, prende avvio un’avventura artistica in dialogo con la realtà sotto tutti i punti di vista, da quello storico e sociale a quello internazionale, allineata cioè con quanto avveniva negli Stati Uniti con il Minimalismo, l’Arte Concettuale e la Land Art.

L’ampio successo delle mostre nazionali e internazionali che seguono l’itinerario dell’Arte Povera si accordano ad un’apertura a raggio globale del sistema dell’arte e ad una strategia critico- militante da onemanband, come la definisce lo stesso Celant. Il critico riesce infatti per primo a dar esempio di un modello fino a quel momento inedito in Italia, indipendente dalle istituzioni e in grado di fare affidamento principalmente su una rete di contatti e curatori per la promozione artistica. Da qui il successo grazie alla realizzazione di grandi rassegne come quella presso gli Arsenali di Amalfi, Arte Povera più Azioni Povere, nel 1968, promossa dal collezionista Marcello Rumma o, ancora, l’inclusione del movimento all’interno della storica rassegna del 1969, When Attitudes Become Form, presso la Kunsthalle di Berna, grazie all’amicizia con il curatore svizzero Harald Szeeman.

Ma l’attività di critico e curatore di Celant continua oltre la conclusione del movimento nel 1971, come curatore della mostra Ambiente/Arte realizzata nel 1976 in occasione della XXXVII Biennale di Venezia e indirizzata ad approfondire ulteriormente la relazione tra opera d’arte e spazio circostante, che rimane un filo rosso costante lungo tutta la sua ricerca. Quindi gli ingaggi per la curatela di grande rassegne italiane all’estero, come Identité Italienne. L’art en Italie depuis 1959, presso il Centre Georges Pompidou di Parigi nel 1981, volta a formulare una prima storicizzazione del movimento poverista. O ancora la collaborazione con il Salomon R. Guggenheim Museum di New York, con la Royal Academy of Arts di Londra nel 1989 o con Palazzo Grassi a Venezia, dove nel 1989 propone una retrospettiva sull’arte italiana dal primo Novecento al secondo dopoguerra con la mostra Presenze 1900-1945.

Gli anni Novanta rispondono invece al momento degli ingaggi alle Biennali, da quella di Firenze nel 1996 Arte e Moda, a quella di Venezia del 1997. Segue dunque il 2000 con la curatela della Fondazione Vedova a Venezia quindi della direzione artistica presso la Fondazione Prada a Milano, che portano all’assegnazione del The Agnes Gund Curatorial Award promosso dall’ICI di New York nel 2013 – anno in cui organizza presso la Fondazione Prada a Venezia un remaking della mostra del 1969 di Berna, When Attitudes Become Form: Bern 1969/Venice 2013, in dialogo con il fotografo Thomas Demand e l’architetto Rem Koolhaas.

Arriviamo dunque alla mostra Art & Food presso la Triennale di Milano del 2015, ideata in occasione dell’Expo e infine alla grande retrospettiva del 2019 sull’artista ‘compagno di strada’, scomparso nel 2017, Jannis Kounellis, presso la sede veneziana della Fondazione Prada. La carriera di Germano Celant si chiude infine sull’ultima mostra monografica inaugurata nell’ottobre del 2019 presso il Mart di Rovereto dell’artista Richard Artschwager, in seguito spostata al museo Guggenheim di Bilbao.

Con la scomparsa di Germano Celant si chiude un capitolo dell’arte contemporanea italiana che viene definitivamente consacrato alla storia.

Giulia Pollicita