Esporre l’Arte nel XXI secolo

di Hania Afifi

Mi dispiace, ci resta solo un altro biglietto per lo spettacolo delle 16:15” rispose l’assistente della biglietteria. “Ne ho 3 disponibili alle 16:45 se vuoi”, aggiunse. Mio padre mi fece segno di lasciar perdere e di acquistare un biglietto per l’ingresso delle 4:15. Quel giorno dovevamo rientrare a Dubai alle 17:30  e lui non era così ansioso di vedere Rain Room quanto lo ero io. Credeva che si trattasse solo di un’altra mostra d’arte. Io invece ero convinta che sarebbe stata un’esperienza indimenticabile.

Rain Room Courtesy of Sharjah Art Foundation

Rain Room è un’installazione artistica immersiva creata da Random International, un gruppo artistico che opera a Londra e Berlino. I visitatori sono invitati a camminare attraverso una cascata d’acqua senza bagnarsi grazie a dei sensori di pressione nascosti sotto le piastrelle del pavimento forato. Quest’opera d’arte site specific è stata concepita per la prima volta a Londra nel 2012 e ha avuto la sua prima installazione permanente nella Art Foundation di Sharjah nel 2018. L’opera è autopulente e utilizza 2.500 litri di acqua riciclata che è controllata attraverso un sistema di telecamere di tracciamento 3D collegate fra loro, oltre ai sensori di pressione. Il pavimento, il soffitto e i pannelli delle pareti sono tutti dipinti di nero, sfidando così la percezione visiva di dimensioni e forma. Questa atmosfera surreale è ulteriormente enfatizzata dalla singolare fonte di luce che emette un debole raggio disperso che consente di vedere il flusso d’acqua mentre cade e colpisce il suolo. All’interno di Rain Room, si può sentire l’umidità, l’aria fresca e vedere e percepire la pioggia. In breve, la mostra offre un’esperienza memorabile.

Rain Room Courtesy of Sharjah Art Foundation

Nell’ultimo decennio abbiamo assistito a un’esplosione di mostre volte a stimolare attivamente la percezione visiva dell’osservatore e i curatori d’arte hanno inventato nuovi modi per realizzare eventi d’arte che inducano a visitare le istituzioni culturali. Da The Weather Project di Olafur Eliasson alla Tate Modern di Londra nel 2003 alle continue sale caleidoscopiche di Infinity Mirror di Yayoi Kusama, i curatori continuano a cercare opere d’arte che trasformino lo spazio espositivo. “Il rapporto tra arte e uomo sta cambiando”, afferma Hani Asfour, decano dell’Istituto di design e innovazione di Dubai presso il Dubai Design District negli Emirati Arabi Uniti. Egli spiega che “Il modello di mostra d’arte come lo conoscevamo è morto… ora si tratta di progettare un’esperienza… un’esperienza immersiva / olistica, coinvolgente, sensazionale”.

1991, Fischli & Weiss, 
Fischli & Weiss installation for “The Kitchen Show.” 
Curated by Hans Ulrich Obrist, St. Gallen, Switzerland, 1991

In effetti, il ruolo del curatore come conservatore, selezionatore e presentatore di opere d’arte non è più sufficiente. Egli deve essere un designer di esperienze e, come designer, deve imparare a ottimizzare l’esperienza del visitatore. I curatori non possono più continuare a riempire spazi espositivi dedicati con opere d’arte che richiedono istruzioni scritte o verbali e aspettarsi che i visitatori interagiscano con le opere e le mostre. Devono invece creare spazi fisici e temporali accessibili che i visitatori possano sperimentare olisticamente e lasciare instillando nella loro mente un nuovo ricordo. Questi spazi possono trovarsi all’interno dei confini di un’istituzione culturale esistente o in aree e tempi completamente estemporanei. 

1991, Fischli & Weiss, Fischli & Weiss installation for “The Kitchen Show.” Curated by Hans Ulrich Obrist, St. Gallen, Switzerland, 1991

Questa visione fa eco a quella di Hans-Ulrich Obrist, prolifico curatore, che scrive: “Le mostre, credo, possono e dovrebbero andare oltre la semplice esposizione o rappresentazione. Possono produrre loro stesse la realtà ”. Obrist ha progettato mostre in spazi inusuali sin dai primi anni ‘90, eventi che hanno portato i visitatori in viaggi in cui sono incoraggiati a riflettere sulla realtà appena creata. Da The Kitchen Show nel 1991, quando invitò artisti famosi come Fischli e Weiss a creare lavori site specific per la cucina del suo appartamento in affitto a San Gallo in Svizzera, all’ultima edizione della sua mostra d’arte Do It; ideata per la prima volta nel 1994 a Klagenfurt in Austria, dove il visitatore deve partecipare alla realizzazione dell’opera d’arte stessa. Le sue mostre sono progettate attorno all’esperienza del visitatore piuttosto che al tema scelto o alla narrazione selezionata. È conosciuto anche per aver progettato esposizioni in camere d’albergo che sono accessibili solo una manciata di ospiti, come a Parigi nel 1993 nella Sala 763 dell’Hotel Carlton Palace, e anche per la sua abilità nel progettare esperienze interattive che combinano le arti visive con la poesia, la letteratura, l’architettura e il design  come nell’ultima edizione di Poetry Will Be Made by All!  al Moderna Museet in Svezia nel 2015. In breve, possiamo dire che sia una delle figure che sono conscie del fatto che nell’epoca attuale sia necessario sfidare il formato prevalente delle mostre d’arte.

1991, Richard Wentworth, Richard Wentworth installation for “The Kitchen Show.” Curated by Hans Ulrich Obrist, St. Gallen, Switzerland, 1991

Questo approccio flessibile al design delle mostre è particolarmente utile oggi, nell’era digitale in cui lo spettatore è felice di consumare opere d’arte sul piccolo schermo del proprio telefono cellulare mentre è comodamente seduto sulla propria sedia. La pletora di contenuti artistici proposti sugli account Instagram di istituzioni culturali, le pubblicazioni creative di artisti e appassionati d’arte possono essere considerati una mostra indipendente in miniatura. In effetti, questo nuovo strumento ha democratizzato la pratica della curatela e rimosso le formalità degli ambienti dalle mostre periodiche e di successo nei musei tradizionali. Tuttavia, ha anche derubato le mostre d’arte della loro meraviglia e misticismo. Scorrere una pagina e sfogliare le immagini non offre allo spettatore la stessa esperienza che si prova nell’ammirare le sale di una mostra chiedendosi quali tesori potrebbe contenere la stanza successiva.

Yayoi Kusama Infinity Mirrored Room – The Souls of Millions of Light Years Away, 2013
(Wood, metal, glass mirrors, plastic, acrylic panel, rubber, LED lighting system, acrylic balls, and water) Courtesy of David Zwirner, N.Y. 
© Yayoi Kusama

In effetti, questo è uno dei veri motivi per cui le mostre della “vita reale”, se vogliono rimanere competitive nell’attirare visitatori, devono offrire un’esperienza multisensoriale. Tuttavia, rimane il fatto che non è possibile ignorare il mondo digitale. Al contrario, i curatori di oggi devono affrontare i limiti degli spazi e progettare mostre che offrano agli spettatori un’esperienza coinvolgente. Forse uno dei migliori esempi che dimostrano questa possibilità è la mostra Nine Computer Exercises For the 21st Century Online Digital Interactive Era degli artisti Aspartime realizzata nel 2015. Il duo cinese indipendente, Qu Xiao e Fengya Liu, che ha iniziato il proprio percorso nel 2012, è stato ispirato dalla Jiànkãng tῐcão, antica pratica salutistica cinese. La tradizione, comunemente praticata nelle scuole pubbliche, nei parchi e nelle istituzioni aziendali, prevede semplici esercizi fisici e di respirazione quotidiani come quelli del Qi Gong e del Tai Chi. Il duo ha reinterpretato la pratica nella sfera digitale e l’ha riformattata in una coinvolgente mostra online in cui allo spettatore viene chiesto di eseguire esercizi sulla scrivania alla fine della propria giornata o dopo il lavoro. La mostra è composta da nove animazioni GIF visualizzate consecutivamente su pagine separate. Ogni GIF indica allo spettatore di compiere determinati movimenti, quasi come se si eseguissero esercizi di meditazione mentre si guardano le immagini. Di conseguenza, l’osservatore può trascorrere da 10 a 20 minuti visualizzando le immagini al contrario del breve numero medio di secondi in cui un’immagine viene consumata normalmente. Per inciso, questo è stato anche lo stesso tempo che ho trascorso a Rain Room durante la mia visita. Come le GIF di Aspartime, Rain Room offre l’opportunità di ritirarsi nei propri pensieri mentre si ammirano le opere d’arte. Tali esperienze soddisfano la prima funzione di un’opera d’arte concepita da Martin Heidegger, quella di rivelare una verità che è stata in agguato nel nostro subconscio o veniva data per scontata. Sono queste esperienze che verranno impresse nella nostra memoria e da cui emergiamo soddisfatti e contenti.

Hania Afifi