di Lorenza Zampa

“Niente è mai vero per più di una sola volta”. Pochi concetti, o probabilmente nessuno, per quanto secolari e sedimentati, possono essere dati per certi e salvarsi da una radicale rilettura; la civilizzazione è uno di questi, come ci dimostra Bai Yiluo con Civilization (2007), un’installazione composta dai busti in terracotta di 12 sculture (classiche, per lo più) disposte sopra altrettanti plinti e perforate da lunghi forconi di legno saettanti. Possiamo realmente considerare l’umanità civilizzata? Pare di no. La storia è condannata alla ciclicità ed è fatta di eterne e violente lotte? Forse. Ma forse quei forconi, omaggio al mondo agricolo, che affondano il colpo sulla terracotta, materiale povero e anch’esso legato alla dimensione rustica, sono strumenti per aprire un nuovo varco, come un fulmine a ciel sereno che fa insorgere l’epifania. 

Bai Yiluo
Bai Yiluo, Civilization, 2007

 

Bai Yiluo
Bai Yiluo, Civilization, 2007

 

Bai Yiluo
Bai Yiluo, Civilization, 2007

 

Questa, come altre opere dell’artista cinese – che vive e lavora a Pechino ma che ha esposto praticamente in tutto il mondo -, partito dalla fotografia e approdato all’arte contemporanea per il tramite di Ai Weiwei, di cui è stato assistente, trasmettono il suo bisogno di interrogarsi su alcune questioni chiave (il rapporto fra tradizione e modernità indagato attraverso oggetti di uso comune, l’universo spirituale, la produttività forsennata), e le risposte finali rimangono ancorate ora all’ambiguità ora ad un serio desiderio di riscatto e di verità. 

Bai Yiluo, Recycling, 2008

 

Sono molteplici i sotto contenuti presenti in un’opera ugualmente potente come Recycling (2008): il gigantesco cuore umano in fibra di vetro portato in giro sul tradizionale sun lun che, il triciclo multiuso che in Cina serve a trasportare carta riciclata, vecchi cartoni e legna da ardere, è infatti l’immagine dell’amore usa e getta ma anche del traffico (illegale) di organi umani. “Quanto spesso sottostimiamo i nostri sentimenti, dando via l’amore a poco prezzo o rifiutando l’amore che gli altri ci offrono?”. Bai si domanda il vero. Ed è sempre tutto sospeso tra l’intimo e il generale, tra demoni personali, storici e umani. Nel motto personale dell’artista risuona la contraddizione di un Paese ancora in conflitto con la sua storia, una Cina imperialista che si è inventata un presente accelerato per oscurare il lungo passato di battaglie perse (ma non per questo inutili). Bai infatti ci tiene a dire “Non importa quello che fai, non sarai mai in grado di scappare dalle esperienze che hai vissuto”. Un monito che sembra parlare a quell’io collettivo pregno della vacua mancanza d’identità e di memoria della Cina post piazza Tienanmen così come ci viene raccontata nel film The first shot (2017), di Federico Francioni e Yan Cheng e, prima ancora, dal Terzani corrispondente in Asia.

Bai Yiluo, Recycling, 2008

 

Con Demon, installazione scultorea presentata alla biennale di Pechino del 2009, Bai ha voluto realizzare un gonfio ammasso di carta, cartapesta e polistirolo con immagini di orologi da polso prese dalle pubblicità di varie riviste, facendo muovere agli stessi visitatori il manico dello spiedo su cui era infilzato questo insieme informe e appallottolato. Il tempo gira e torna sempre su se stesso, come lo spiedo verticale del döner kebab. Illumination (2011) è un altro interessante lavoro dell’artista, che ha passato quattro anni a raccogliere una miriade di vecchie lampade ad olio arrugginite, fuligginose e abbandonate, per poi esporle tutte dinanzi al pubblico di musei e gallerie d’arte. Il senso di quest’operazione risiede in due considerazioni: le lampade a olio, seppure fossero in grado di funzionare, non permetterebbero mai di ottenere l’illuminazione oggi garantita dall’elettricità, e questa è la prima ovvia conclusione. Ma – e qui alberga il significato ultimo dell’opera, riconducibile ancora una volta ad una domanda – di cos’altro si è liberata questa Cina che ha voluto fare a meno dei vecchi cimeli, ridotti a cianfrusaglie?

Lorenza Zampa

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