di Paolo L. Bernardini

Esiste una tradizione, se non squisitamente italiana, certamente legata all’Europa occidentale, dell’artista-imprenditore, dell’uomo di genio che sa essere, al contempo, produttore d’arte e di ricchezza. La Lombardia ne è esempio, la Lombardia dei comaschi Molteni, ad esempio, che fanno dell’arte della seta l’incrocio tra esigenze artistiche, appunto, e commerciali. Nella Firenze rinascimentale, la “corte” per eccellenza, non sempre il genio seppe esprimersi anche nell’economia, ma la tradizione che va da Leonardo a Leon Battista Alberti ha ben degni eredi, anche nell’Italia contemporanea. E dunque una bellissima, innovativa realtà economico-produttiva e museale, l’Interface HUB di Milano, mostra non solo come la “capitale produttiva” (e forse morale) d’Italia sappia adeguarsi alle nuove tendenze internazionali; ma anche come l’arte, rigorosamente legata al nobile ideale del no-profit, si apra spesso a dimensioni commerciali anche insolite.

Dunque per comprendere Emilio Cavallini occorre risalire al quel Rinascimento fiorentino che irradiò la propria terebrante luce oltrarno, e molto lontano. Per arrivare alla Venezia e Roma di Canova: scultore, ma soprattutto imprenditore, manager, campione ideale di una “italianità” in formazione. Interface HUB ospita una mostra di Emilio Cavallini nei propri spazi ad un passo dalla Fondazione Prada, in una zona in grande espansione della Milano del secondo millennio: “Geometric Abstraction”, visitabile fino al 31 marzo 2019, ci fa entrare nelle stanze segrete di Cavallini, toscano di San Miniato, classe 1945, e noto del mondo soprattutto per un prodotto, la calza femminile. Partendo dall’esperienza unica di Mary Quant, Cavallini ha lavorato con i grandi marchi, Dior, Gucci, Balenciaga e altri.

 

Ha rivoluzionato il concetto di “calza”, donandole tutti i colori e le geometrie possibili, e in qualche modo, così facendo, trasformando il corpo della donna, con una rivoluzione dei costumi paragonabile forse alla minigonna. Curata con attenzione da Greta Zuccali e Luca Timpani, la mostra ci conduce nello spazio mentale dell’artista, uno spazio rigorosamente geometrico, pannelli monocromi o bicromi o multicolore, dove il nylon, questo materiale “nuovissimo”, crea figure tridimensionali, nelle quali la mente, prima che la sensibilità, vengono rapite e avviluppate come un insetto nella tela di un ragno.

Laura Cherubini, critico d’arte di fama internazionale e docente a Brera, delinea il miglior ritratto possibile dell’arte di Cherubini, nel catalogo che accompagna la mostra. “Equazioni dal primo al quinto grado”, dunque, che sfidano appunto le leggi della geometria, dal momento che ogni spazio superiore a tre dimensioni pertiene, appunto, all’analisi avanzata, poiché, nella realtà, non è e non potrà mai essere presente. Tutta questa astrazione, tutto questa costruzione derivata dall’aritmetica dei frattali, che non a caso comincia ad emergere nel Settecento, per poi precisarsi nell’opera pionieristica di Mandelbrot del 1975 (in italiano: Gli oggetti frattali, Einaudi, 2000), sembra quanto di più lontano vi sia dalla natura, di pura ed estrema sensualità, e sessualità, della gamba femminile. Ma Cavallini sa bene che così non è: pur nell’imperfezione della natura, destinata al decadimento e non eterna (ma morta) come una figura geometrica, il frattale è innanzi tutto nella natura stessa: si pensi solo ai cristalli di quarzo, ai rami degli alberi, alle venature delle foglie, o ancora ai semplici e gustosissimi broccoli romaneschi, così simili, alla fine, proprio al cervello umano.

I “frattali” di Cavallini sono giochi spaziali che fondono il colore – ad esempio il “blu oltremare” che ora stanno riscoprendo le case automobilistiche, sull’onda lunga delle Maserati anni Ottanta – con la tessitura geometrica. Sono costruzioni anche musicali, proprio per il loro legame fondamentale col concetto di armonia. La lezione di Emilio Cavallini – le cui calze vestono le gambe femminili di tutto il mondo – è però soprattutto una. Dietro l’imprenditoria, poi sempre seriale – anche se le “serie” sono spesse limitate – esiste il genio, l’impulso creativo originario, che si concreta solo ed esclusivamente nel “pezzo unico”. E qui i problemi per la filosofia dell’arte si moltiplicano, soprattutto quando l’arte – e ne sapeva qualcosa Walter Benjamin – diventa riproducibile, e perde la sua “aura” originaria.

E’ ancora arte? Non lo è? Ma in qualche modo la riproducibilità testimonia della natura problematica, ma anche democratica, dell’arte stessa. Una calza “firmata” può essere accessibile da tutti. Non è così per un pezzo unico. Artisti, e imprenditori come Cavallini mostrano al meglio la vicenda italiana, che dal Rinascimento, ma forse anche dal Medio Evo in poi, ha fatto lezione nel mondo. La calza unisce splendidamente la natura, il corpo della donna, con l’arte. Il colore “carnacino”, beige, voleva rendere la calza in qualche modo simile al colore della pelle. Così fu per lungo tempo. Cavallini ha spezzato l’incantesimo. Al corpo della donna, finalmente, si confanno tutti i colori del mondo.

 

Paolo L. Bernardini

Immagini > Emilio Cavallini © Courtesy Interface HUB/ART, Milano

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