DOUG AITKEN: caleidoscopiche sincronicità

L’artista americano Doug Aitken è conosciuto nel mondo per le sue multi video installazioni. La sua pratica artistica coinvolge un ampio raggio di discipline come quella video, fotografia, scultura, installazioni e performance art. La sua presenza sul palco del mondo dell’arte contemporanea è documentata da mostre individuali e collettive in prestigiose istituzioni pubbliche e private come il Whitney Museum of American Art, il MoMA e il Centre Georges Pompidou. È stato nel corso degli anni novanta che l’artista è salito alla ribalta con le sue installazioni video Diamond Sea (1997), in mostra alla Whitney Biennial nel 1997, e Electric Earth (1999) che ha vinto il Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1999. Diamond Sea rivela gli elementi strutturali del lavoro di Aitken già all’inizio della sua carriera. Per quest’opera, che include proiezioni video simultanee, Aikten ha prodotto film e immagini raccolti in una piccola area del deserto della Namibia che per decenni ha sofferto lo sfruttamento dovuto alle miniere di diamanti. Il deserto è trasformato in uno scenario post apocalittico e le sequenze filmate sono di interesse artistico oltre che un documentario storico. Sono registrati momenti che hanno un ritmo visivo autonomo e che si accompagnano a suoni che, oltre che a far risaltare le corrispondenze visuali, creano un effetto spaziale avvolgente. In questo lavoro la storia del luogo diventa il punto di partenza per un’esperienza sintetica senza tempo.

Doug Aitken Underwater Pavilions, 2017, 303 Gallery, Victoria Miro, Regen Projects Video/Film video installation with 3 channels of video, color, sound

Egli presenta la sua opera come se fosse un’indagine sui vari modi di percepire il tempo dall’esperienza. L’idea della frammentazione è qualcosa che l’ha sempre attirato, nel senso che, nella cultura contemporanea, c’è sempre la tendenza a identificare le cose secondo uno schema lineare. L’artista ha sempre voluto rompere con questa percezione logica ma sempre rimanendo nel contesto esperienziale. Siamo immersi in un costante cambiamento. Cerchiamo di costruirci strumenti per mitigarlo ma questi finiscono solo per intensificare il vortice della trasformazione. Aitken è interessato a rompere I normali sistemi percettivi dell’osservatore, così come l’idea tradizionale di contemplazione dell’opera artistica. Lo spettatore deve muoversi e occupare tutti gli spazi della struttura dove l’opera viene mostrata. Sebbene siamo immersi in un mondo in costante accelerazione, catturare l’esperienza individuale è uno degli scopi della sua arte. La riproduzione di situazioni reali produce un effetto dissociativo che si riferisce al ricevente al momento della percezione. Questo effetto offre all’artista un infinito numero di suggestive possibilità tematiche, libere dall’essere impegnate in riferimenti specifici, così come altri suoi lavori confermano. 

Doug Aitken migration (empire), 2008 Courtesy the artist; 303 Gallery, New York; Galerie Eva Presenhuber, Zurich; Victoria Miro Gallery, London; Regen Projects, LA Film Still © Doug Aitken

Migration (2008), per esempio, è un’opera paradigmatica in cui una situazione molto inusuale riesce a comprimere la propria diversità nei parametri della propria normalità. Per questo lavoro Aitken riprende animali selvatici in stanze d’albergo senza la presenza umana. Senza ostacoli, se non quelli derivanti dallo spazio stesso, gli animali vivono un luogo a loro alieno, generando una situazione che è allo stesso tempo paradossale ma coerente. Dall’altro lato, la componente scenografica dell’installazione richiama la stessa sensazione di atemporalità che è espressa nelle sequenze video. Aitken crea un ambiente composto da tre proiezioni video simultanee ma con un minimo ritardo nel sincrono che genera un ritmo visivo suggestivo con cui il ricevente interagisce in tempo reale.

DOUG AITKEN, installation view, Black Mirror, 2011 © Schirn Kunsthalle Frankfurt, 2015 PH. Norbert Miguletz

DOUG AITKEN, Black Mirror

La video installazione Black Mirror (2011) evidenzia gli elementi sviluppati nei lavori precedenti. L’attrice Chloë Sevigny incarna un personaggio senza passato o connessioni intime. La sua performance consiste in un viaggio attorno al mondo. Da paese a paese, da un hotel all’altro, il suo motto è “Check in, check out / … Ritardo nei controlli di sicurezza / Una stanza singola / Check in, check out”. L’opera presenta una serie di scenari disconnessi, ma collegati da essere inusuali, scatenati da un personaggio il cui attributo unico è essere come una “tela bianca”. L’abilità di condensare l’esperienza estetica nel presente è collegata non solo al contenuto delle sequenze visive o all’effetto caleidoscopico che si sviluppa dalla ripetizione simultanea delle immagini nello stesso contesto, ma è anche una proprietà dei suoni che incapsulano la scena. 

DOUG AITKEN, Black Mirror

DOUG AITKEN, Black Mirror

Questo aspetto è di primaria importanza nel lavoro di Aitken, per il quale I suoni sono tanto cruciali quanto le componenti video e dello spazio e diventano un fattore di spiccata importanza in opere come le Sonic Fountains (2013/2015), installazioni sonore dove dei rubinetti distribuiti in una griglia, gocciolano producendo un tono distintivo secondo una precisa partitura scritta. Nell’acqua dei microfoni registrano il suono e lo trasmettono dal vivo nello spazio come se si trattasse di un concerto. Sonic Fountain è un’opera deliberatamente astratta che espone l’architettura e rivela ritmo, tempo e linguaggio. La ricerca di un presente assoluto è vista da Doug Aitken come un parametro estetico. Tuttavia stiamo parlando di un presente multidimensionale che raccoglie non solo l’espressione di un’epoca, i suoi meccanismi di produzione e ricezione e il suo spirito del tempo, ma anche una profonda riflessione sulle nozioni di tempo, spazio, percezione e interazione. Senza pathos o nostalgia, egli tematizza le condizioni e le contraddizioni del mondo contemporaneo che con modestia rivela le proprie vulnerabilità. Nella contraddizione che si solleva dal tentativo di privare il presente della sua propria storia, l’artista vede l’autonomia dell’arte e pertanto ciò che contribuisce alla sua rinnovazione storica.

Séverine Grosjean