Ci ricorda il vecchio buon cinema, quando si entrava in sala, ci si accomodava sulla poltrona e qualche minuto dopo si tratteneva il respiro in attesa del rito sacro di immersione nel mondo fantastico: in sala entrava un cono di luce che passando sopra le teste degli spettatori s’imbatteva nel candido schermo, frantumandosi  in tanti puntini di polvere luccicante che all’improvviso prendevano vita e si trasformavano nei fotogrammi del film. Ma non solo la di luce del cinema rappresentava qualcosa di mistico, lo era qualsiasi fonte di luce apparsa alla visione umana nel corso dei millenni. La luce solare che donava la vita a tutti gli esseri viventi, illuminava e rivelava era considerata il concentrato del divino, più tardi imitata dalla luce calda del fuoco della lucerna, della candela, in seguito dalla lampada incandescente e ancora dopo da quella fredda del neon. Come qualsiasi imitazione perdeva notevolmente d’impatto e la forza primaria dell’originale, così la luce artificiale era solo un pallido modello delle onde elettromagnetiche solari, ma qualcosa di inspiegabilmente misterioso rimaneva lo stesso e anche i fotoni della luce artificiale avevano una loro potenza sia razionale che irrazionale.

Visitors look at Face to Face (2013) Anthony McCall at The Hepworth Wakefield. Photo by Darren O’Brien/Guzelian

 

La natura, la fisica della luce ha interessato le più grandi menti della storia da Galileo a Newton, fino ad arrivare in tempi più recenti alla sperimentazione astratta con la luce di Laslo Moholy-Nagy e quella di Man Ray con le sue stampe fotografiche in negativo esposte alla solarizzazione. Anche l’arte impressionista ha tentato di eseguire il compito di imitare gli effetti della luce con l’applicazione di mezzi artistici senza dover incorrere all’uso di una fonte emittente: di grande impatto allusivo nei quadri di Monet e Renoir. L’intenzione di trovare l’uso plastico della luce si evidenzia invece nelle opere di Lucio Fontana e del Twenty Cent Art Group. Dagli anni Settanta il tema della manipolazione della luce interessa anche l’artista avanguardista britannico Anthony McCall. 

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Egli cerca di spingersi avanti e di costruire con la luce forme geometriche voluminose e “solide”, chiamando infatti il suo lavoro the “Solid light”. Al quesito se si possa illudere la mente umana da far concepire raggi di luce come forme architettoniche, McCall risponde positivamente. In ambienti immersi nel buio totale vengono “costruite” pareti e altre forme scultoree con l’utilizzo di fumo artificiale e una fonte emittente di luce. Il cono di luce come quello del cinema può essere trasformato in un’altra forma ideale: la piramide; da cui si ottiene poi l’effetto desiderato: il coinvolgimento del pubblico che, non riconoscendo la fonte di luce posta molto in alto e vedendone solamente il getto verticale fino al pavimento, è spinto ad avere visioni simili a quelle mistiche di grande impatto ricevute nelle chiese gotiche, dove i potenti raggi di luce passano dalle finestre tagliando lo spazio buio in modo molto scenografico.

Anthony McCall, You and I, Horizontal (III) 2007. Serpentine Gallery, London, 2007–08 / Ph. Sylvain Deleu

 

L’interazione con lo spettatore viene sdrammatizzata però dalla componente ludica delle opere di Anthony McCall:  la voglia di entrare nel raggio di  luce, di muovercisi dentro e di giocare con i suoi effetti sul corpo minimizza la componente di magia e crea l’interazione. I raggi di luce nelle installazioni di McCall disegnano sul pavimento i lineamenti, ai quali si aggiunge il fumo artificiale a creare un volume geometrico di forma mutevole. Tutto questo trasmette allo spettatore l’intento di avviare un dialogo: concetto che oggi attrae molti musei contemporanei.    

Vlada Novikova

* Images > Anthony McCall, Pioneer Works, Solid Light Works, 2018 

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