L’opera dell’artista thailandese Natee Utarit (Bangkok 1970) svela un’attitudine e un linguaggio figurativo singolari che la scostano in maniera significativa da quella che è la produzione artistica oggi nel Sudest asiatico. Formatosi presso l’università di Silpakorn, fondata da un artista italiano della scuola accademica fiorentina, Utarit, al pari degli artisti thailandesi della sua generazione, impara un linguaggio formale a lui estraneo (l’educazione accademica locale prevede infatti l’insegnamento della storia artistica europea), che è altresì vettore di una diversa eredità culturale, quella cristiana occidentale. Assieme allo stile e ai generi tradizionali della pittura europea (pittura di storia, ritratto, paesaggio, natura morta), l’artista apprende però anche il significato dei simboli e delle icone religiose rinascimentali e inizia ad interrogarsi sui temi e i personaggi da essi rappresentati, soffermandosi in particolar modo sulle tangenze tra l’immaginario ivi mostrato e quello thailandese-buddhista. 

Natee Utarit , In the Name of God, 2016

 

Da ciò scaturisce la sua cifra stilistica: la ricerca di un’identità -e di una voce- autoctona all’interno di stilemi stranieri appresi (imposti) dai colonizzatori. I racconti visivi di Utarit sono allegorie complesse e inaspettate, nate dalla combinazione di elementi disparati. Oggetti antichi e moderni, iconografie della tradizione cristiana e buddhista, personaggi storici e contemporanei, occidentali ed asiatici, sono accostati in composizioni impeccabili, perfettamente bilanciate, che danno vita a scene inedite e ad una formula artistica tanto personale quanto sbalorditiva.

Natee Utarit , Nescientia, 2014

 

 Utarit è però un virtuoso nello stile, non nel contenuto: sotto la patina rinascimentale di maestria esecutiva del pittore thailandese si cela un mondo costellato di temi attualissimi, che sta allo spettatore scegliere di decifrare o meno. La superficie pittorica rapisce infatti coi suoi colori, le pennellate lisce, i dettagli infinitesimali e lo splendore delle forme, catalizzando l’attenzione col rischio di distrarre ineluttabilmente. Solo un richiamo alla consapevolezza nel riguardante può ricondurre sulle tracce del significato sotteso, che in Utarit  costituisce precisamente l’anima del quadro. L’artista prende posizioni forti, decise, che si dispiegano momento per momento nei brani pittorici che produce. Parla della condizione umana, del dramma etico relativo al crollo delle certezze.

Natee Utarit, THE INTROSPECTIVE, 2016

 

Esprime il suo personale parere sull’esistenza, Dio, la bontà, l’avidità, la caducità. Critica la società contemporanea e mette in scena la crisi della cultura, in particolare quella thailandese  (Illustration of the Crisis, 2010), ma anche il sistema dell’arte contemporanea (Altarpieces, 2014-2016). Tratto da quest’ultima serie,  When Adam Delved and Eve Span, Who Was Then the Gentleman?’, 2014, costituisce un campione esemplare dell’estetica e dell’etica dell’artista. Eva appare rannicchiata nei pressi di quello che dovrebbe essere un arcolaio (ma che poco velatamente ricalca la ruota di Duchamp, caposcuola del concettualismo occidentale) e la povertà di lei e Adamo contrasta fortemente con la sontuosità delle vesti dei personaggi centrali, due uomini di certa origine caucasica, circondati da simboli della tradizione culturale e artistica occidentale.

Natee Utarit, Allegory of the Beginning and Acceptance, 2015

 

Natee Utarit PASSAGE TO THE SONG OF TRUTH AND ABSOLUTE EQUALITY 2014

 

Uno dei due tiene una mappa del sud-est asiatico mentre un nano dalla pelle scura e l’aspetto asiatico suona una fisarmonica. Qui la pittura splendida e “senza errori” di Utarit aspira a smascherare il giogo culturale che preme tutt’oggi sul sud-est asiatico, di fatto rappresentato come un giullare di corte avente la sola funzione di dilettare l’Occidente. Sono quindi puntuali le parole che danno il titolo all’opera, riprese da un famoso sermone del prete John Ball, personalità ispiratrice della rivolta contadina inglese del 1381, le quali sottolineano la condizione di libertà e di purezza proprie di Adamo ed Eva, quando non esistevano né servitori né padroni, quando Dio donò al genere umano il libero arbitrio e con esso il diritto paritario all’esistenza. Essendo Ball un prete errante, fuori dunque dal sistema religioso canonico, l’artista spinge il suo messaggio ancora oltre: egli propone un parallelo tra la religione organizzata dell’epoca e il sistema arte odierno, foriero, al pari della prima, di gerarchie, relazioni iniqui e ingiusta arbitrarietà.  Quello che Utarit sembra chiedere al suo spettatore per il tramite di opere colte e stratificate, in cui la pluralità di riferimenti vige quale regola compositiva, è, in ultima analisi, il tempo per approfondire la conoscenza delle diverse realtà culturali esistenti, dentro e fuori dai suoi polittici. 

Lavinia Pini

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