Andreas Emenius è intervistato dal Direttore Alice Zucca
“L’immagine è pensiero. Non le parole. […] In realtà non metto in discussione ciò che mi sta attorno  Tutto ciò che fluisce attraverso di me è la materia che diventa immagine”

Il variegato universo espressivo di Andreas Emenius converte e riformula elementi riconoscibili del quotidiano traducendoli attraverso diversi medium in forme fedeli ed al tempo stesso più profonde e stranianti della realtà, che riflettono su un’ambiguità percettiva. Percepire quanto ci circonda in quanto tale, il suo esistere all’interno di uno spazio ed al tempo stesso immagazzinato a livello mnemonico e quindi restituito attraverso il filtro della propria personale esperienza.
L’indagine tra la relazione antitetica tra osservazione e percezione è un elemento spesso presente nella sua ricerca che non di rado indaga la contraddizione insita nelle varie sfaccettature del reale che pur trova equilibrio nella visione complessiva dell’autenticità di ogni sfumatura – non sempre coerente – dalla quale è composta. Un oggetto, un quartiere, un volto, la traiettoria di un movimento sono il mezzo stesso attraverso cui l’immagine si genera ed in quanto tale può essere indagata. “L’immagine è il pensiero, non la parola” dice Emenius, ogni oggetto è lì in attesa di essere guardato, da immagine può essere nominato, acquisire un’identità ed al tempo stesso interpretato su più livelli nelle sue coerenti contraddizioni. Ed è sempre l’immagine il veicolo espressivo nelle sue multiformi modalità di manifestazione, sia che si tratti di immagine statica in pittura che di immagine filmica in movimento.  Artista poliedrico, Emenius indaga figura ed astrazione attraverso pittura, scultura, performance, grafica, design e video. Curatore e co-fondatore inoltre del Nordic Contemporary Artspace, una piattaforma catalizzatrice per l’arte contemporanea scandinava. Ha collaborato con vari artisti tra i quali musicisti come Trentemøller e August Rosenbaum, per i quali ha diretto video musicali e scenografie; graphic designer di rilievo come Neville Brody; ha all’attivo interessanti progetti con lo stilista Henrik Vibskov e tra le sue collaborazioni nomi di risonanza internazionale quali Kenzo, Adidas e Nike. 

Andreas Emenius, COMING BACK FROM THE GAS STATION, performance

 

Diverse forme come pittura, scultura, video e film trovano facilmente applicazione nello stesso tema, e la poliedricità del tuo processo creativo è elemento ormai fondante la tua pratica.  Arrivi a dare la tua interpretazione della realtà in una visione di gesamtkunstwerk in cui ogni disciplina è interconnessa o è solo una questione di trovare il medium più adatto, la prospettiva attraverso la quale arrivi ad una visione più unitaria grazie alla quale meglio si coglie un messaggio? Il tuo approccio creativo cambia a seconda del mezzo oppure mantieni un rigore intuitivo di fondo che segui per tutte le cose che fai?

Mi è sempre piaciuta l’idea di Gesamtkunstwerk, come le cose si fondano l’una con l’altra per formare un tutto. Per me tutto inizia con il disegno e da lì prosegue. Trascorro molto tempo a guardare cose non legate all’arte (scienza, sport, notizie, film). Sono ossessionato dai volti, dagli sguardi, dai movimenti fisici e dagli oggetti quotidiani, che sembrano anonimi ed allo stesso tempo significativi. Prima si presentano i pensieri, quindi il lavoro associativo ed intuitivo. Il mezzo non ha poi un valore significante. Se per me ha senso, allora è qualcosa che farò. Ci deve essere un’intensità. Un senso di apertura. Lavoro velocemente affinché il lavoro non perda la sua immediatezza. Quello che cerco è l’anima, la presenza e che il lavoro abbia ambiguità.

Andreas Emenius, FIGURE 1, 2017, plaster, wood and paint, 50 x 71 in. (127 x 180.34cm.)

 

Andreas Emenius, VIBORG KUNSTHAL, 2017, INSTALLATION VIEW

 

Andreas Emenius, MUSCLE MEMORY, installation view at SHIN GALLERY, NYC, 2018, Courtesy the Artist and Shin Gallery 

 

Quando rifiliamo la nostra comprensione astratta nel mondo reale, ciò che otteniamo non è più una visione teorica, ma il risultato virtuale della nostra comprensione e forse anche dello spazio immaginativo attivato nel processo. Penso alla traduzione che fai della tua esperienza di Chinatown in “Muscle Memory” attraverso un linguaggio universale, poiché visivo, che contiene insito in sè qualcosa che già appartiene, anche fuor di territorialità, al background di ognuno di noi. 
Ecco, il modo in cui la nostra percezione si tramuta in comprensione è attivato qui da un latente elemento di familiarità e straniamento al tempo stesso, implicito nella riconoscibilità di una forma, di un archetipo già presente a livello inconscio nella memoria collettiva generazionale, in grado di attivare rimandi esperienziali. Gli atti di manipolazione del mondo, come il lavoro, lo sviluppo urbano, la moda stessa lasciano tracce di vita tecnicamente mediata che possono essere riconosciute come tali e, filtrate, divengono punto di contatto ed estraniazione al tempo stesso delle diverse declinazioni culturali e urbane presenti a questo mondo. Il quartiere diventa una forza dinamica e vitale che attraverso i meccanismi di rappresentazione solleva spesso interrogativi sulla vita urbana contemporanea: il modo in cui pianifichiamo, costruiamo, consumiamo e viviamo le nostre vite e le nostre città. 
Mi parli di questo aspetto dell’installazione? – E della tua esperienza di scandinavo a New York?

Sono d’accordo, tutte le tracce della vita sono lì per dare un riferimento. Ma in realtà io non metto in discussione ciò che mi sta attorno. Tutto ciò che fluisce attraverso di me è la materia che diventa immagine: pensieri, qualcosa che ho letto, un’istantanea di un uccello, una faccia per strada, un logo, la coca cola, la memoria del luogo dove sono cresciuto … arriva tutto dall’interno, alla fine. Si seleziona ciò con cui in qualche modo ci si connette per cercare di avvicinarcisi il più possibile. Come una connessione diretta alla vita. Sentimenti prima dell’intelletto. È lì che c’è più verità. Certo, ci sono le idee, ma sono più interessato a cercare di essere onesto. La strana differenza tra l’immagine della vita e l’esperienza dell’ambiente in cui ci si trova. C’è attrito. L’arte è uno spazio in cui puoi esistere, pensare e lasciare che tutti i tuoi (oscuri) pensieri sulla vita, sulla morte, sul sesso, vengano alla luce.

Andreas Emenius, MUSCLE MEMORY, installation view at SHIN GALLERY, NYC, 2018, Courtesy the Artist and Shin Gallery

 

Esiste un filo conduttore nei tuoi progetti? Mi parli delle tematiche alla base del tuo lavoro?

Mi sono trovato a spiegare sempre meno. L’immagine è il pensiero. Non le parole. Le installazioni sono concepite come associative di una moltitudine di riferimenti, spero che questi compaiano con sincronicità. Molti dipinti sono una sorta di ritratti, di persone che vedo, che incontro, che ricordo. Mi piace aggiungere oggetti di uso quotidiano, come lattine di Redbull, scarpe da ginnastica, chiavi, valigie, costumi da bagno con alcuni riferimenti alla cultura popolare, allo sport o ai luoghi che mi hanno influenzato in qualche modo. Intendo farli sembrare più mitici – come dei semidei – guardando all’altro mondo. L’idea è di veder scomparire, nella stranezza, cose familiari che puoi riconoscere. Che di nuovo ritornano. Riguarda l’equilibrio tra il vicino e la distanza, o il chiaro ed il nebuloso. Mi piacciono molto le cose che sembrano allo stesso tempo solide ed ma sembrano scomparire, pesanti come il cemento e leggere come una piuma. Siano esse rozze o raffinate. Sia il “di qua” che dell’aldilà.

Andreas Emenius, MUSCLE MEMORY, 2018, Acrylic, Oil and Marker on Canvas, 60 x 72 in. (152.4 x 182.88cm.)

 

Nell’era dell’accesso, un periodo storico in cui è difficile un inquadramento artistico sotto il profilo di un movimento o corrente totalizzanti, hai deciso di co-fondare e curare uno spazio, il Nordic Contemporary Artspace, che offre una una prospettiva in cui artisti e opere sono accomunati da un ancor più potente collante: le loro origini. Una vera e propria mappatura dell’arte scandinava contemporanea. Mi racconti di questa realtà?

Ho co-fondato ilNordic Contemporary con Jacob Valdemar ome vetrina per mostrare gli artisti di nostro gusto, di provenienza nordica. Io sono svedese quindi mi sembrava logico collocare una cornice geografica attorno ad essi. Ci sono così tanti grandi artisti provenienti da questa regione. Volevamo sia costruire una piattaforma artistica sia vedere ciò che sarebbe successo nel fare del nostro background culturale e dell’ambiente in cui siamo cresciuti il punto focale dell’analisi portandolo in un luogo come Parigi che è così ricco di arte e storia. 

Video Still / August Rosenbaum, Nebula, Directed by Andreas Emenius

 

Performer, filmmaker, direttore di video musicali e cortometraggi, tra le tue collaborazioni con Trentemoller and Au Rosenbaum. In Nebula avverto evidente una ricerca di sincronizzazione pura tra suono e immagini attraverso il movimento. Credi che esista una componente nel ritmo enfatizzato dalla musica elettronica in grado di amplificare questo concetto?

Adoro la ripetitività insita nell’atto di mettere la tua mano su un tavolo più e più volte, colpire una palla da tennis per un giorno intero o suonare lo stesso tono su un pianoforte in un ritmo che potrebbe essere eterno. Quando lavoro, ascolto costantemente lo stesso album per mesi. In Nebula vedi una figura che si muove in un’arena sportiva astratta. Mi piaceva l’idea di confrontare i movimenti atletici con qualcosa di più animalesco. Che sia io nel video, naturalmente, ha significato ma non più di quanto gli dia intimità. Ho pensato alla figura come a un animale in gabbia mentre lo facevo. L’altra parte del video riguarda il battesimo e la trasformazione, acqua e il latte sono materiali che uso molto. Sono orgoglioso di questo lavoro, tuttavia ritengo di non essere stato abbastanza coraggioso nel strutturarlo, mi sembra ancora un po’ troppo narrativo.  Il mio sogno è trasformare il video in pittura e viceversa. 

Tra le tue diverse collaborazioni un sodalizio molto interessante è quello con Henrik Vibskov, mi parli di “The Fringe Projects” e “The Circular Series”?

Ho incontrato Henrik quando frequentavo la Central Saint Martins, bbiamo una connesione che ci accomuna nel nostro modo di vedere le cose, i nostri riferimenti e il metodo di produzione veloce. The Fringe Projects and The Circular Series che abbiamo realizzato per lo più nel 2007/2008, sono 10 lavori per serie, una sorta di esperimenti in cui utilizziamo un significante come una frangia o un cerchio come un ‘collante visivo’ he collega i lavori, in cui possiamo permettere a noi stessi di giocare e tra noi stessi scontrarci, con il nostro background e la nostra identità. Per molti versi è stato un ambiente divertente in cui abbiamo compiuto dei lavori che non avremmo potuto realizzare singolarmente. Stiamo ancora aspettando di completare The Circular Series. Quindi rimanete sintonizzati. 

Henrik Vibskov, Andreas Emenius, The fringe projects, Self portraits. Featured inside and on back covers of Japan issues of Dazed and Confused and Nylon Magazine.

 

Henrik Vibskov, Andreas Emenius, The fringe project, Installation exhibited at Zeeuws Museum, Middleburg, 2009
Faresti qualche considerazione sul tuo approccio alla narrazione per immagini – in movimento – quindi nella produzione filmica e quella statica in pittura?

Il movimento fisico per me è importante. Nel pugilato, nel modo in cui un gomito sembra muoversi istantaneamente ma con precisione; la spalla di una persona appare più “sospesa” mentre la sua mente è alla deriva; le narici di un cavallo che si aprono e si chiudono dopo una corsa; il mio ricordo di essere un adolescente, mezzo seduto contro un muro, come il mio ginocchio sembrava muoversi nonostante la gamba fosse in una posizione immobile. Imposto questi dettagli, o l’idea di questi dettagli sulle figure che dipingo nei personaggi delle mie esibizioni. Il fotografoEdward Muybridge, la scultura di Umberto Boccioni e il pittore Francis Bacon sono i miei eroi del movimento. 

Andreas Emenius, FIGHT, 2018 Acrylic, Oil and Marker on Canvas 48 x 60 in. (121.9 x 152.4 cm.)
Stai lavorando a qualcosa al momento? Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Sto lavorando per una mostra personale al Nikolaj Kunsthal di Copenhagen he aprirà nel 2019. Una Performance che andrà in scena ogni giorno per cinque mesi in un’installazione composta da sculture, dipinti e suoni. Sto anche lavorando ad alcuni progetti di pittura più piccoli che saranno esposti in novembre al Palace Hotel di New York. 

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