«Wabi» è il termine giapponese che identifica la naturale, delicata attenzione degli orientali per le cose semplici e sfuggenti, per una bellezza schiva ed elegante. Racchiude quindi un concetto poeticissimo, che si adatta perfettamente all’attività del poliedrico artista belga Hans Op de Beeck, esploratore tanto di tecniche artistiche tradizionali come l’acquerello, la scultura e la fotografia, quanto dei variegati mezzi espressivi multimediali e non, dalle video installazioni al teatro, includendo anche la cinematografia, con la sceneggiatura di un film in fieri, pare. 

Hans Op de Beeck ,Sleeping Girl, Sculpture, 2017
Hans Op de Beeck ,Sleeping Girl, Sculpture, 2017

 

Hans Op de Beeck ci costringe a fare caso a ciò che cambia impercettibilmente ma profondamente, come avviene in Loss, video installazione del 2004 che, partendo da un fotogramma con l’immagine storicamente sedimentata e quasi archetipica di una finestra riquadrata, proiettata su architetture tardo ottocentesche, arriva poi a mostrarci gli spogli paesaggi costieri del Belgio dopo la prima guerra mondiale. Il tutto contornato da suoni che sfumano costantemente dal frinire dei grilli alle dolci note di una melodia intervallata a parole, silenzi, inquietanti cigolii e fruscii, inquieti sbattere d’ali e frenetiche respirazioni, passi pesanti e impetuosi soffi di vento. La cifra dominante però è sempre la quiete, che lui ama particolarmente.

Hans Op de Beeck © Kunstmuseum Wolfsburg ph. Marek Kruszewski

 

Anche il tema della vanitas, del memento mori, affrontato a più riprese nelle sue sculture, è declinato in forme ingentilite dal silenzio immobile dell’astrazione, sulla scia non tanto della simulazione quanto dell’evocazione, parafrasando le sue stesse parole. La realtà è come sembra eppur diversa, come avviene in Table (1) (2006), in cui Hans gioca con le proporzioni degli oggetti. E non è un caso se quasi tutti i suoi lavori sono realizzati con tinte monocrome, che riportano oggetti ed esseri umani alla loro dimensione autentica; il grigio diventa spazio magnetico e irreale, ancorché fisico, a cui fare ritorno, una zona liminale dove il tempo si ferma, lasciandoci riflettere o scomparire seraficamente. 

Hans Op de Beeck OUT OF THE ORDINARY” © Kunstmuseum Wolfsburg, Photo: Marek Kruszewski

 

L’installazione Collector’s house (2016) è in questo senso l’esempio più emblematico delle sue ricerche: l’ambiente «è interamente grigio, come se stessimo guardando la casa di un collezionista a distanza di molti anni; è un po’ come Pompei, dove tutto si trasforma in pietra». Vista con gli occhi di un collezionista, la realtà in ogni suo aspetto e oggetto diventa materia di interesse e il sentimento generale che ispira chi cammina all’interno di questa abitazione è «quieto e oscuro». In Staging silence (2013), Hans è ironico e geniale: in un video di poco più di 20 minuti ci mostra, con la sua solita, spietata tenerezza, la manipolazione di luoghi che assomigliano a pensieri. Quattro mani misteriose avviano la loro opera di costruzione di paesaggi e ambienti: basta stendere una pellicola trasparente su un tavolo per ottenere un mare chiaroscurato pieno di riflessi ondivaghi, o capovolgere bottiglie e panciuti contenitori di plastica, opportunamente illuminati, per dare vita ad un notturno urbano fatto di saldi grattacieli affacciati sulla nostra soggettività. 

Hans Op de Beeck ‘The Garden Room.’ Sculptural Installation, 2017. Photo: Norbert Miguletz

 

La sua è l’estetica dolce della finzione, della farsa, dell’artificio, riletti in chiave positiva, come modo per ottenere infinite possibilità attraverso la rielaborazione dell’ordinario. Tutto viene montato e smontato con placida facilità e Hans lavora da abile artigiano che asseconda il bisogno di pace degli esseri umani. C’è nei suoi lavori il senso di un’irreversibile armonia, come nelle sculture protagoniste della serie Gestures (2014). Lo spazio è contenitore e contenuto, luogo emotivo interrogante, dimora gentile per il nostro impasto di ricordi sia vissuti che immaginati. E l’essere umano scompare, assorbito dall’inconscio e da queste atmosfere indefinitamente intime, come quelle di The Garden Room, di Out of the Ordinary (2017), di Amusement Park (2015), o degli acquerelli animati di Night Time (2015).

Lorenza Zampa

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