Pensando ai padri della fotografia artistica a colori vengono immediamente alla mente nomi quali William Eggleston e Stephen Shore che nel corso degli anni Settanta del Novecento, anche tramite grandi esposizioni (memorabile quella tenuta al MoMA nel 1976 da Eggleston), hanno contribuito ad imporre questo medium fino ad allora ritenuto dalla critica “volgare e banale” in quanto solitamente associato con la fotografia commerciale ed amatoriale. Questi non sono però realmente i primi veri grandi risultati ottenuti tramite delle pellicole a colori in quanto già nel corso degli anni Quaranta in Danimarca Keld Helmer-Petersen ne ha mostrato le grandi potenzialità artistiche: egli è oggi infatti considerato il padre della fotografia modernista danese. Isolando i dettagli per dar loro un nuovo senso Petersen mira a cogliere l’essenza della vita moderna sublimando colore e forma (come aveva fatto prima di lui in pittura Paul Cézanne) ed eliminando la profondità di campo mediante l’uso costante di diaframmature estreme: il mondo appare così come una superficie piatta ricca di interessanti motivi geometrici utili a sottolineare l’importanza del colore. Ispirato principalmente da fotografi e architetti americani e tedeschi (uno su tutti Mies van der Rohe) condivide le idee della Staatliches Bauhaus, scuola di origine germanica che fa leva su semplicità, enfasi dell’astrazione ed eliminazione dei dettagli superflui.

Helmer-Petersen riceve la sua prima macchina fotografica nel 1938 dalla madre che come premio per il diploma ottenuto gli regala una Leica IIIc. Con questa 35 millimetri e l’uso delle ottiche Elmar 35mm, 50mm e 90mm realizzerà tutte le immagini dei suoi esordi. I primi esperimenti vengono realizzati su pellicole in bianco e nero ma a causa dell’occupazione nazista in Danimarca queste diventano di difficile riperimento e Keld vira dunque su una Agfacolor, tedesca, giungendo così nel 1948 alla pubblicazione del lavoro che imprimerà il suo nome nella storia della fotografia per sempre: 122 farve fotografier (122 fotografie a colori). All’epoca l’artista ha 28 anni, lavora presso una libreria e dopo avere mostrato al proprietario una selezione dei propri scatti impressi fra 1941 e 1947 ricevendo grandi incoraggiamenti decide di utilizzare l’eredità lasciatagli dal defunto padre per produrre il suo primo volume con una tiratura di 1.500 copie. Il valore dell’opera viene notato anche oltreoceano e così il 29 novembre 1949 la rivista Life gli dedica un articolo di sette pagine dal titolo “Camera Abstractions”. Nel 1950 vola in America e si stabilisce a New York prima e a Chicago poi per studiare all’istituto d’arte (dove fra gli altri insegnava anche il noto fotografo Harry Callahan) e lavorare per Life. Nel 1953 una sua fotografia viene esposta al Mo. Ma. nella mostra collettiva “Post-War European Photography” ma, insoddisfatto della vita americana, Helmer-Petersen decide di tornare in patria e proporsi come fotografo di architettura e design aprendo un proprio studio a Copenhagen (1956), diventando in seguito insegnante di fotografia presso la scuola di architettura della Accademia Reale delle Belle Arti (1964-1990).

Keld Helmer-Petersen photo Björn Dawidsson

 

Dalla sua permanenza a Chicago nasce “Fragments of a city”, opera monografica datata 1960; qui sperimenta con la camera oscura portando al massimo i contrasti del bianco e nero, esaltando superfici, strutture, frammenti e spazi scovati fra le immense costruzioni della grande metropoli. Nella metà degli anni Cinquanta presenta queste immagini in una serie di esibizioni in Danimarca e Svezia curate dal designer Poul Kjaerholm e giocate sul contrasto immagine-sfondo, contrapponendo ad un pannello nero fotografie di tonalità chiare e viceversa. Negli anni Settanta l’artista danese arriverà addirittura a lavorare senza fotocamera, elaborando direttamente in camera oscura immagini prodotte tramite reagenti chimici e ricercando la quintessenza del minimalismo; questo spirito unito alla scoperta della computer grafica lo accompagnerà fino alla fine della propria vita, terminata nel 2013 all’età di 93 anni. Per Helmer-Petersen il bianco e nero rappresenta dunque l’Alfa e l’Omega della propria carriera: le 122 fotografie a colori così fondamentali per la storia della fotografia non sono per lui altro che un’eccezione, una conferma alla regola che lo farà ricordare per sempre.

Luca Torelli

Si ringraziano Jan Helmer-Petersen per il permesso alla riproduzione degli scatti del padre e Dawid (Björn Dawidsson) per il suo splendido ritratto del fotografo.

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