“La città era Basilea (…) In mezzo alla fiumana della folla camminava un cavaliere, completamente armato; portava un elmo, del tipo detto a bacinella, con fenditure per gli occhi, e una corazza di maglia, e su questa tunica bianca, nella quale, davanti e di dietro, era intessuta una grande croce rossa (…) Era come se fosse completamente invisibile a tutti, eccetto me. Mi chiedevo che cosa significasse questa apparizione, e allora fu come se qualcuno rispondesse (ma non c’era nessuno che parlava). Il sogno mi fece molta impressione. Nel periodo successivo a questi sogni riflettei molto sulla figura del cavaliere; già nel sogno mi ero reso conto che apparteneva al secolo XII: quando cioè cominciava l’alchimia e anche la ricerca del Santo Graal”. Queste righe, estratte da “Ricordi, sogni, riflessioni” di Jung (Erinnerungen, Träume, Gedanken, 1961), risalgono al periodo in cui lo psichiatra svizzero ebbe modo di riflettere a lungo sulla figura del “cavaliere”, ricorrente nel suo immaginario psichico, pervenendo alla soluzione che tale figura fosse strettamente correlata alle ricerche dei cavalieri del Graal, e quindi alla sua personale ricerca di “qualche cosa ancora ignota che potesse dare un significato alla banalità della vita”. 

C.G. Jung nel suo studio

 

Nello stesso periodo, i primi anni del novecento, una personalità rivelatasi fondamentale per il corso della storia dell’arte che verrà, il russo W. Kandinsky, elesse la figura del “cavaliere” a stendardo del suo credo estetico, partendo da un dipinto del 1903 fino alla creazione del cenacolo artistico che riunì a Monaco di Baviera tra il 1911 e lo scoppio della Grande guerra, con il nome per l’appunto di “Il cavaliere Azzurro” (Der Blaue Reiter). Coincidenze? Forse. Ma approfondendo il perché Kandinsky abbia investito tale figura del ruolo di banditore delle proprie teorie, si scorge che il movente è nella pratica lo stesso sotteso ai sogni sul cavaliere di Jung, e che spinse quest’ultimo alla rottura con Freud: la ricerca della spiritualità. Il “cavaliere” dunque come simbolo dell’eterna lotta tra il bene ed il male, che si traduce nel caso di Kandinsky e Jung nella lotta dello spirito contro il materialismo, ponendosi in una posizione contraria al binomio Realismo-Positivismo sulla scia del Simbolismo e dell’Espressionismo.

W. Kandinsky, Il cavaliere Azzurro, 1903

 

Infatti, nel caso di Kandinsky, il suo percorso artistico combina l’esigenza espressiva ad una ricerca formale epurata da impulsi esteriori per trasmettere solamente quelli interiori; e stesso processo avviene nella ricerca scientifica junghiana, la cui materia prima è costituita da esperienze interiori, ovvero scomposizioni di sogni ed immaginazioni, in cui non c’è spazio per sbiaditi ricordi di vicende esterne. La ricerca della spiritualità come concetto intellettuale e non sovrannaturale, divenne la colonna portante dei lavori sia di Jung che di Kandinsky; non è un caso se nel 1912 quest’ultimo pubblicò “Lo spirituale nell’arte”, il cui tema fondamentale è la ricerca dell’interiorità, che è poi una nozione di stampo romantico se si pensa che Schelling in “Le arti figurative e la natura” (1807) affermò che “l’arte deve tendere a quello spirito della natura che parla come per simboli nell’interiorità delle cose”, e che Jung scelse come incipit della propria autobiografia una citazione di S.T. Coleridge: “Esplorò la sua anima come un telescopio. E tutto quanto vi appariva irregolare egli vide e dimostrò essere splendore di costellazioni. E aggiunse alla Coscienza mondi nascosti dentro mondi”. Kandinsky e Jung, “due inguaribili romantici”?

Dolores Pulella

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