La fotografia di Zdzislaw Beksinski: porta d'accesso al realismo fantastico

Zdzislaw Beksinski è stato un artista poliedrico nel senso più puro della parola: il polacco si cimenta infatti sin dagli albori della sua carriera nella fotografia affiancando solo in seguito a questo medium la pittura, arte che lo occuperà integralmente a partire dall’inizio degli anni Sessanta in poi, con solamente una breve parentesi dedicata alla scultura. Le sue prime fotografie vengono scattate con una Icorett Zeiss durante l’occupazione comunista nel paese polacco e sono principalmente orientate verso soggetti a lui vicini: strade strette, mura legnose, persone solitarie sovrastate dall’architettura circostante. Una volta terminati gli studi universitari in architettura a Cracovia l’artista torna nella sua città natale di Sanok e fonda, con alcuni amici, un gruppo fotografico.

Zdzislaw Beksinski

Nel 1959 tengono una mostra a Gliwice che diverrà celebre con il nome de “L’Antifotografia” nella quale Beksinski presenta quindici lavori. Uno fra tutti rimarrà impresso nella memoria dei critici d’arte polacchi: il “Corsetto sadico”, scatto in cui Beksinski immortala la moglie Zofia avvolta da una fune ponendosi dietro allo schienale di una sedia. L’ispirazione per questo lavoro gli arriva dalla fotografia surrealista e dall’elaborazione dei negativi ideata da Pudvkin, famoso regista e teorico del cinema sovietico a lui contemporaneo; a Pudvkin si deve proprio l’idea di narrazione che sta dietro ai set creati dal fotografo polacco mediante la giustapposizione di stralci di riviste, negativi rovinati e fotografie amatoriali.

Zdzislaw Beksinski

Queste novità si andavano a scontrare con l’idea di fotografia “pura” del tempo e infatti solo l’anno prima Beksinski è autore di un importante saggio pubblicato sulla rivista polacca “Fotografia” dal titolo “La crisi della fotografia e le prospettive per il suo superamento” in cui esprime tutto il proprio disappunto per la fotografia a lui contemporanea; le soluzioni per superare questo empasse a suo giudizio sono due: utilizzare tecniche tradizionali tramite le quali creare dei set quasi cinematografici, come avvenuto nella mostra sopra citata, oppure iniziare ad interpretare la fotografia come un’arte astratta. Due anni dopo però Beksinski abbandonerà la fotografia per dedicarsi in maniera esclusiva alla pittura ed alla scultura: queste proposte non avranno dunque futuro; solamente alla fine della propria vita l’artista tornerà sui suoi passi grazie alla computer grafica, tecnica che gli permette finalmente di alterare le immagini seguendo una visione surrealista: il circolo è dunque ora chiuso.

Proprio nel 1960 Beksinski decide di passare ad altro, concentrandosi prima sulla scultura ed in seguito su disegni, eliotipi e monotipi arrivando, nel 1968, alla pittura; Beksinski raggiungerà l’apice della propria carriera proprio fra questa data e la metà degli anni Ottanta, nel periodo definito “realismo fantastico”. In questa corrente artistica è possibile evidenziare quei topoi già visti nelle fotografie ad inizio carriera: grande attenzione al corpo umano, volti trasfigurati, deformati, totale assenza di figure a tutto tondo, atmosfere cupe, oppressive ed una ricerca quasi maniacale del dettaglio. Proprio per questo motivo è impossibile capire le magistrali pitture di Beskinski senza studiare adegutamente i suoi lavori fotografici, una necessaria porta d’accesso al fantastico mondo nel quale l’artista polacco continua ancora a portarci anche tredici anni dopo il suo brutale assassinio.

Luca Torelli

Si ringraziano il Museo Storico di Sanok ed il direttore Wieslaw Banach per avere concesso l’autorizzazione alla riproduzione delle fotografie, Piotr Dmochowski per l’invio delle immagini e Kamil Sliwinski per le preziose informazioni.

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