Ian Tweedy torna in Italia. La personale da Monitor, Roma

19APR(APR 19)13:0016JUN(JUN 16)19:00MY WALL, Ian Tweedy alla galleria Monitor di RomaMONITOR ROME, Palazzo Sforza Cesarini via Sforza Cesarini 43a 00186 Roma

Abbiamo mai ragionato su cosa sia una barriera, quali limiti si frappongano tra noi e la realizzazione dei nostri piani? Ian Tweedy (Hahn, 1982; vive a New York) ha sperimentato sulla propria pelle il valore della determinazione e lo esprime nella mostra My Wall, inaugurata il 19 aprile scorso presso la galleria romana Monitor.

Ian Tweedy, My Wall, 2018, installation view at Monitor, Rome, Ph: Giorgio Benni

 

Ian Tweedy, Green Point, Oil on canvas, 122×183 cm

 

Emerge il carattere di una pittura equilibrata, fatta di trasparenze, piani sovrapposti e colori liquidi ed evanescenti; contorni labili che si intersecano come profili montuosi allorizzonte. Vecchi tegami, copertoni di carri armati, tessuti spartani, indumenti militari, sacchi di iuta, oggetti duso quotidiano, feltro. La gramigna, una pianta infestante la cui radice attecchisce al suolo sviluppando un gomitolo erbaceo da un semplice nodo, è la protagonista. Bruna dinverno, forma una trincea, lo zenit dei quadri di Tweedy. Non essendosi potuto radicare in maniera stabile in un territorio – Ian è un americano nato in un campo militare a Hahn in Germania, sempre col passaporto alla mano, in movimento tra confini geopolitici ed identità culturali – è alla ricerca delle preziose memorie dellinfanzia. Rianimare ricordi personali magari attraverso odori e sensazioni. Così troviamo la sua sagoma ritratta mentre scavalca una staccionata con il fratello, vivida testimonianza del suo passato da street artist e writer (era conosciuto come Dephect).

Ian Tweedy, My Wall, 2018, installation view at Monitor, Rome, Ph: Giorgio Benni

 

Già in Retracing my steps, painting performance ideata per Spirito Due – progetto curato nel complesso ospedaliero di S.Spirito da Valentina Ciarallo –  Ian costruisce un memoriale del suo passato prossimo. Traccia sulle fotografie ingrandite i contorni del paesaggio e le silhouette degli elementi principali che, rimaste impresse sullo schermo, scatto dopo scatto, formeranno un groviglio di legami sinaptici e coaguli in una visione sinottica. Usando le parole di Ludovico Pratesi «le esperienze vissute in maniera clandestina da street artist si trasferiscono così in un territorio sospeso al di là della memoria, come una sorta di docufiction». L’artista orchestra una tabula rasa che mano a mano fa riaffiorare segni e cicatrici. In My WallTweedy costruisce per stratificazioni, permeabili a complementari suggestioni, annullando la differenza tra primo piano e sfondo.

Ian Tweedy, My Wall, 2018, installation view at Monitor, Rome, Ph: Giorgio Benni

 

Ian Tweedy, My Wall, 2018, installation view at Monitor, Rome, Ph: Giorgio Benni

Il personaggio entra in questi scenari sempre di spalle, senza volto. Un identikit che non vuole esaurirsi nell’analisi fisionomica del ricercato, né fa fede allunicità dellimpronta digitale. Sono le prospettive dello sguardo e la maniera in cui la mente rielabora, rettifica, consuma e re-suscita il repertorio visivo a costituire linteresse vivido di Tweedy, una rete di richiami da posporre/proporre sulla tela. Le ombre sature ritagliate come stencil si perdono in questa superficie, i frammenti si incagliano in un tessuto vivo: la trama mnemonica da ricucire con sforzo e dedizione, rievocando persino il dolore per comprenderlo e renderlo (in)significante. Una biografia tutta personale rispetto ai lavori passati che si rivolgevano alla storia europea ed internazionale, rispolverando fotografie color seppia, andando persino a ritrarre i volti dei suoi vicini di casa a Berlino: antenati della famiglia Von Stauffenbergs, protagonista nel 1944 del fallito attentato a Hitler. Un lavoro più intimo, per il quale l’artista sceglie di non dispiegare tutto il range di linguaggi che padroneggia (disegno, collage, performance, video, graffiti) ma solo il medium pittorico.

Ian Tweedy, MRI, Oil on canvas, 101×152 cm

 

In MRI la risonanza magnetica scava un tunnel visivo e crea unesperienza extrasensoriale: lartista si dissocia dal suo stesso corpo allinterno della macchina ed assume il punto di vista dei medici, intenti nello scrutinio dei referti. Campeggiano le immagini del cervello umano quasi disegni astratti, macchie floreali, sugli schermi.

Giorgia Basili

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