Matt Mullican negli anni Settanta sceglie di immergersi nella ricerca di come la mente umana costruisca il mondo, basandosi sulla soggettività della percezione dei linguaggi e dei modi espressivi che è capace di riconoscere. Per indagare un tema così profondo in quarant’anni produce migliaia di opere di vario genere e misura, la cui varietà spazia dal disegno alla scultura, dal filmato alla performance. “Vivisezionando” l’inconscio dell’homo sapiens, si fa indurre in uno stato di trans ipnotico, allo scopo di tirar fuori di sé rivelazioni inedite, iventando perfino delle vite fittizie, entrando in tematiche non direttamente sperimentabili come ad esempio l’esistenza femminile. La storia artistica di Mullican inizia ancora prima della sua nascita, come succede nei rari casi fortunati dei figli d’arte. La madre Luchita Hurtado, venezuelana trapiantata in Nord America all’età di 12 anni, a 20 anni fa colpo sul pittore Fernand Léger; poi femminista del Dynaton group, non vuole vivere all’ombra del suo terzo marito, artista pure lui (come invece è successo alla sua amica di gioventù, la messicana Frida Kahlo), e si afferma come autrice di notevoli opere semi-astratte e surreali. Oggi  novantasettenne è ancora bella, di grande carisma ed energia, tanto da aprire nel 2016 una sua mostra personale. Il padre di Matt, Lee Mullican, è venuto a mancare in California vent’anni fa. Le sue opere in ceramica e su carta raccontano dell’arte tribale con la quale è venuto a contatto nei suoi numerosi viaggi (Messico, Venezuela, Alaska); invece le sue pitture a olio sono un’esplosione vulcanica di colore con infinite scintille cadenti. 

Matt Mullican, Courtesy Mai 36 Galerie, Zurigo, Photo: Peter Baracchi

 

Matt, come era la Sua infanzia in quell’atmosfera densa d’arte?

Ho vissuto a Caracas da? quando avevo 5 anni. Nell’estate 1960, avevo 8 anni, con i miei ho vissuto a Roma; a 9 in Alaska. Siamo stati in Spagna, abbiamo viaggiato in Europa seguendo le tracce dei siti preistorici. Poi siamo tornati a Los Angeles e ho vissuto qualche anno a New York. Nel 1968 ci siamo spostati in Chile, ero già un teenager di 16 -17 anni. Mi sono diplomato in Storia dell’Arte al CalArts in California e poi mi sono spostato a New York, dove ho iniziato la mia vita autonoma. La mia infanzia è stata meravigliosa ed incredibile: mia madre era un genio, mio padre era un genio. Sono cresciuto in una bellissima casa a Los Angeles. Nostro vicino di casa negli anni Cinquanta era Christopher Isherwood e poco distante c’era Sam Fransis. Come padrino ho avuto Isamu Noguchi, un “ragazzo” molto molto famoso. Lui ha visto le mie prime performance e mi ha dato grande supporto, perché quella generazione era di mente molto aperta.

matt mullicanMatt Mullican, “The Feeling of Things” installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. Photo Vlada Novikova

 

matt mullicanMatt Mullican, Courtesy Pirelli HangarBicocca, Milan – Photo Lorenzo Palmieri

 

Sarebbe impossibile parlare di uno specifico “stile Mullican”: le sue opere sono decisamente diverse non solo per modalità esecutiva, ma anche nella scelta del materiale e nella forma. Si nota una certa influenza delle prime trasmissioni televisive, c’è della Pop-art e qualcosa della Geo-art, ma si evince in aggiunta un percorso solitario lungo una vita, che ambisce a decifrare il dualismo fisico e psichico, una percezione del mondo interiore attraverso i mezzi disponibili nel mondo dell’arte e dei media, partendo dalla produzione di icone ridotte al primitivismo di un segno grafico, per la segnaletica stradale e per le bandiere, passando attraverso l’assimilazione delle forme più complesse con uso di colori e di modellizzazione computerizzati, fino alla ricerca nelle sfere sottili della psiche corrotta dalle manipolazioni ipnotiche. Quest’ultima inquisizione psichica non viene percepita da subito, ma richiede attenzione e tempo, e si palesa alla presenza di più opere di Mullican, quando risulta evidente l’inclinazione alla mistificazione.

matt mullicanMatt Mullican, “The Feeling of Things” installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. Photo Vlada Novikova

 

Il suo interesse per il misticismo, l’ipnosi e la cosmologia derivano da Suo padre?   

L’ipnosi è molto diversa dalla cosmologia. L’ipnosi è una pratica scientifica. Ogni misticismo nel mio lavoro ha a che fare con mia madre e mio padre. Mia madre è una “strega”, anche se non ha mai parlato di questo, è una medium. E sono cresciuto con questo. Quando faccio le mie performance non mi incanalo in nessuno: io veramente immedesimo me stesso in qualcos’altro.

matt mullicanMatt Mullican, “The Feeling of Things” installation view at Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. Photo Vlada Novikova

 

Quanto è facile poi uscire da questo stato e tornare alla vita normale?

No, non è per niente facile. È un vero guaio; questa esperienza mi risucchia, perché la sento molto forte. Addirittura non guardo più i film perché mi immedesimo troppo. Quando sono sull’aereo guardo solo i documentari.  Tutto questo è parte di esso, che é una parte del mio corpo di lavoro. Ho parlato a Rosemarie Trockel e lei mi ha chiesto dove vivo e io triste: “l’oltre Atlantico”. Io posso stare a Berlino o a New York, quindi vado avanti e indietro. E lei ha detto: “Ho sempre pensato a te in quel modo, sei il tipo che fa le bandiere frontali, molto architettoniche. Quando ti metti nello stato di trans lavori con il paradiso e l’inferno, stai lavorando con tutte queste schifezze primitive e stai essendo formale e poi soggettivo.” Perché ci sono due mondi diversi: c’è l’oggetto e il soggetto e lo li percorro continuamente ed è per questo che a Rosemarie piace il mio lavoro.

Matt Mullican, Light Patterns, 1972 (dettaglio). Exhibition copy Courtesy dell’artista e Pirelli HangarBicocca, Milano. Foto- Agostino Osio

 

E il tema della cosmologia? 

La Cosmologia è un’altra cosa. Ho avuto un grande venditore d’arte negli anni Ottanta in Germania, che una volta si avvicinò a me e disse che voleva rappresentare il mio lavoro. Ma non avrebbe mai rappresentato la cosmologia, perché non la condivide e non gli piace affatto, però ama il mio linguaggio, ama le mie bandiere. Ho capito che quando parli di vita e di morte, di Paradiso e di Inferno, la gente si innervosisce. Io credo in Dio, nella sua esistenza. È la base di tutto; è l’esistenza più grande che ci rappresenta. Credo che siamo più forti, credo che siamo molto più grandi di qualsiasi forma che ci rappresenta. Non credo che esista qualcos’altro che rappresenti l’anima umana, il modo in cui è più grande, più forte e completa di quanto la nostra arte la rappresenti. E penso che l’anima umana dell’altro sia il segno principale. L’ho preso come il segno primario nelle arti: l’anima, non il corpo. Cerco sempre di arrivare alla fonte e di capire. Io sempre cerco di capire: che cosa è?… che cosa è?

Vlada Novikova

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