Con la II Guerra mondiale l’asse dell’arte si spostò da Parigi e dall’Europa a New York ed agli Stati Uniti, che accolsero i “degenerati” artisti in fuga, che a contatto con quelli autoctoni diedero impulso ad un nuovo capitolo dell’arte contemporanea.Saul Leiter, ad esempio, rimase molto impressionato dal fotografo Henri Cartier-Bresson, cui fu dedicata una mostra al MoMA nel 1947, e che nello stesso anno fondò a New York con Robert Capa e David Seymour l’agenzia Magnum Photos. L’opera di Cartier-Bresson, insieme all’amicizia con il fotoreporter Eugene Smith, sollecitarono il giovane Leiter a dedicarsi oltre che alla pittura anche alla fotografia.

Saul Leiter, Newspaper Kiosk, New York City, 1955

 

Saul Leiter, New York, 1950s

 

Nato a Pittsburgh nel 1923 e figlio di un importante Rabbino, intraprese gli studi di teologia presso il Telshe Yeshiva Rabbinical College di Cleveland, abbandonati poi nel 1946 per raggiungere la Grande mela per amore della pittura. A New York, entrato in contatto con l’Espressionismo Astratto, e quindi con il gruppo della “scuola di New York” di cui fece parte, cominciò ad interessarsi alla fotografia, dapprima in bianco e nero e poi a colori, tant’è che nel 1957 la conferenza “Experimental Photography in Color”, organizzata da E. Steichen al MoMA, lo riconobbe ufficialmente come autore a colori, esponendo venti dei suoi scatti. Leiter fu tra i primi a sperimentare il potenziale della fotografia a colori quando quella in bianco e nero era la norma, senza porsi nemmeno limiti in termini di soggetto, spaziando dal nudo alla natura morta, dal ritratto al reportage urbano, e creando ibridi ben orchestrati in ogni loro singolo elemento.

Saul Leiter, model Carol Brown per Harper’s Bazaar, 1958

 

Saul Leiter, Lily Moore, Harper’s Bazaar, 1963 ca.

 

Pur avendo lavorato nell’ambito della moda per circa vent’anni, tra gli anni 60 e 80 del novecento, pubblicando su Harper’s Bazaar, Elle, British Vogue, Queen e Nova, è grazie al ruolo di pioniere della Street Photography a colori che la sua figura è stata riscoperta e messa in luce, anche se solo a partire dalla mostra dei suoi capolavori nel 2008 alla Fondazione Cartier-Bresson di Parigi. Il suo viene considerato, insieme a H. Levitt, come uno dei pochi casi in cui i lavori a colori sono al pari di quelli in bianco e nero; quelle che sopraggiungono con il colore sono nuove fantasie sensoriali in cui il cromatismo è attenuato da un velo di nostalgia, in una New York assolutamente contemporanea, che sembra filtrata più dallo sguardo di un europeo che di un americano quale Leiter.

Saul Leiter, Foot on El, 1954

 

Saul Leiter ,Parade,1954

 

In questo senso le sue scene si configurano piuttosto come delle scenografie con decori e personaggi ricoperti da un sottile strato di polvere che rende il colore lirico, storico ed evocativo di un indeterminato tempo passato, ma nella contemporaneità. Forse un tempo vicino a quello di Atget o di Brassaï e alla sua raccolta “Paris de nuit” (1933), con cui ha non pochi punti di contatto, non ultime le vetrine e l’atmosfera nebbiosa, portata da Leiter all’estremo con l’utilizzo di un marcato effetto flou e l’espediente della condensa su superfici vetrate. Varrà anche per Leiter l’espressione di Tornatore “se fotografi uno sconosciuto, nell’istante stesso in cui fai scattare l’otturatore, quella persona smette di esserti estranea, perché la porterai sempre con te”? A vedere il suo lavoro non sembrerebbe; le figure umane vi sono trattate innanzitutto come pure forme, in un miscuglio di voyeurismo e di distacco che fa sì che i passanti di New York non intervengano se non come esseri viventi, ed a volte anche spinti ai margini dello spettacolo onirico ed amputati dall’inquadratura. E nonostante ciò non manca la poesia, anche quella del colore.

Dolores Pulella

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