Mika Rottenberg, la video-installazione Cosmic Generator

L’immaginario della Rottenberg – che vive e lavora a New York ma nasce a Buenos Aires, da genitori polacchi, e cresce in Israele, prima di trasferirsi negli States, alla fine degli anni Novanta – attinge idee e suggestioni dai falsi miti che un Paese giovane come l’America sa alimentare giorno dopo giorno, in maniera sempre più massiccia e dirompente. Prova ne è la scelta di “estetizzare” lo spazio anonimo dei negozi, come avviene in Cosmic Generator, o l’idea di servirsi di personaggi, più che persone, caratterizzati da fisici esuberanti, come body builder (in Tropical Breeze, 2004 e in Fried Sweat, 2008, ad esempio), donne obese (Dough, 2006, Squeeze, 2010) o dai capelli incredibilmente lunghi (come nella video installazione Cheese del 2008, che riporta in luce la vera storia delle sette sorelle Sutherland di Lockport, New York, dai capelli lunghi quasi 11 metri, cresciute a fine Ottocento in una fattoria e arricchitesi grazie all’idea, geniale e un po’ cialtrona, di vendere un prodotto miracoloso di loro invenzione per la cura e la crescita dei capelli, che si è scoperto poi essere un insulso miscuglio di alcool, acqua piovana e colorante alimentare), che l’artista considera interessanti per il rapporto che hanno imparato ad instaurare con lo spazio che li e le circonda, vissuto inizialmente in maniera problematica. Ma la sua è una ricerca che oltrepassa i luoghi comuni, la denuncia sociale e la pura ossessione per la qualità materica dei corpi e delle superfici – che pure non manca mai nei suoi lavori, visto che è da sempre affascinata dagli stati della materia, attorno a cui costruisce dei veri e propri ecosistemi domestici, com’è il caso del vecchio condizionatore protagonista dell’installazione Tsss Tsss Tsss (2014) –  e si sforza costantemente di esplorare in maniera approfondita e insolita lo iato tra spazio e distanza, tra micro e macro, tra surreale e quotidiano.

Conia l’espressione «surrealismo sociale» per identificare una realtà che «è molto più strana di qualsiasi video che potrei mai fare». Nella video installazione “Cosmic Generator” (2017), attualmente visibile al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk all’interno della mostra “7x Space x Time”, colpisce il suo interesse per quello che definisce un «crollo della distanza» («collapse of distance»): unendo le emozioni provate entrando in alcuni negozi in Cina, talmente sovraccarichi di merce da inghiottire gli stessi venditori, e quelle derivanti dall’attraversamento del confine tra Stati Uniti e Messico, che pone al centro dell’attenzione le due città sorelle di Calexico e Mexicali, la Rottenberg riesce ad offrire al pubblico un grottesco cortometraggio, i cui difficili pezzi da ricomporre sanno in qualche modo suggerire, sin dai primi fotogrammi, quest’idea dello spazio globalizzato come spazio inesistente, all’interno del quale si muovono esseri umani assenti. Si vedono tunnel sotterranei scavati e percorsi da uomini vestiti da tacos, scorci desolanti delle frenetiche ma silenziose città messicane, segnate dal profilo inquietante del muro di confine, commercianti cinesi addormentati davanti ai pc o immobili, in preda all’alienazione, fra le pareti rigonfie di oggetti e giocattoli dei loro negozi, autentici tuguri affogati nel caos variopinto, donne messicane che scoperchiano misteriosi piatti da portata ai lati delle strade.

Immagini, quelle di Cosmic Generator, che girano su se stesse e tornano costantemente, senza un vero inizio e una vera fine; l’assunto di fondo è che ci sono prodotti in preoccupante esubero, che circolano liberamente in tutto il mondo, arrivando a schiacciarlo, e spazi ridottissimi come quelli dei tunnel sotterranei, scolpiti e non semplicemente scavati dai clandestini («like a giant earth work»), che dimostrano come a molti esseri umani sia invece interdetto questo diritto alla circolazione. L’artista sottolinea in un’intervista come le quattro-cinque ore che ha impiegato per attraversare il confine dal Messico agli Stati Uniti corrispondono quasi al tempo che normalmente impiegano le merci fabbricate in Cina a raggiungere l’Europa: è in questo salto intercontinentale che risiede il conflitto insanabile tra spazio e movimento, quel «collapse of distance» in cui l’abbattimento dei limiti è solo apparente. Tuttavia, la sua non è un’operazione politica in senso stretto; o meglio, lo è (è lei stessa a parlare di «spiritual kind of Marxism» per descrivere la genesi dei suoi processi creativi e il suo modo di plasmare microcosmi dietro alle video installazioni) ma in maniera piuttosto sottile, quasi involontaria.

Lo si intuisce dai panorami urbani che si ritrovano in Cosmic Generator, messi a nudo nella loro squallida ma festosa capacità di apparire e scomparire. Perché l’arte, secondo lei, «è sempre politica e al tempo stesso non lo è, e credo che sia libera dal formulare chiare dichiarazioni, è molto più ricca di sfumature rispetto alle convinzioni politiche». Implicitamente è espresso anche il tema della smaterializzazione dei sentimenti, delle cose, dei rapporti e della comunicazione, nella velocissima era virtuale, oltre all’attenzione maniacale e alla fascinazione per gli oggetti quotidiani e la riproduzione di suoni ordinari ma poetici, che disegnano i contorni e l’eco delle cose, bloccate in luoghi ora ingombranti, ora viscerali, l’inquietante, sottile presentazione degli effetti di un consumismo che in silenzio soffre e si contraddice, proprio mentre si autoalimenta. C’è inoltre una sorta di attesa, confusa, per la catastrofe risolutiva, che puntualmente non arriva; o, se arriva, si manifesta con parossismo lepido e paradossale, come la nebbia che fa sparire tutti i messicani dalla California, nel film A day without a mexican di Sergio Arau.

John Brosio, Fatigue 2, 2009

Un repertorio di immagini mentali che sembra in questo senso avvicinarsi ai quadri del californiano John Brosio, re degli scenari catastrofici che colgono di sorpresa uomini appena usciti dall’ufficio, con la loro ventiquattrore ancora in mano, i quali si ritrovano improvvisamente assediati da uragani, giganteschi granchi o polli, arrivati dal nulla come dinosauri di una nuova era, a minacciare la loro inerme monotonia quotidiana. Mika Rottenberg lavora partendo da un insieme composito di intuizioni; la sua capacità di comunicare all’interlocutore, durante le interviste, gli spunti di riflessione che affollano la sua mente le permette di scoprire sempre il senso ultimo delle sue visioni, anzi, delle sue concrete costruzioni, nelle quali si avverte il bisogno di rimanere in contatto con tutto ciò che si può toccare ed ascoltare.  I negozi sembrano tunnel in superficie, non sotterranei, che restringono lo spazio d’azione delle persone, mentre la linea del muro di confine tra California e Messico (costruito in taluni punti riciclando i residuati bellici della Guerra del Golfo) si dirama nel sottosuolo prendendo la forma delle gallerie scavate dai clandestini, che affidano ad uno spazio minuscolo il compimento delle loro aspirazioni di libertà.

Lorenza Zampa

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