Dan Flavin: dimensioni di luce

Osservando le opere di Flavin, un inganno sottende l’occhio dello spettatore. Si potrebbe pensare, ad una prima occhiata, che il lavoro dell’artista americano si basi sulla luce e la indaghi. In realtà quello che Dan Flavin faceva era interagire con lo spazio e con la percezione che ne si può avere.

Dan Flavin, untitled (in honor of Harold Joachim) 3 , 1977

 

I suoi neon modellano gli ambienti che li ospitano, li delimitano, li scandiscono, li nascondono, li ampliano o li restringono. Da non dimenticare, poi, l’uso del colore, che convoglia, anch’esso, al processo percettivo. Le sue creazioni scaturiscono, come egli stesso sosteneva, da progetti mentali, studiati fin nei minimi dettagli prima della messa in opera. La pratica che seguiva alla progettazione era tuttavia spesso improvvisata, come se l’opera fosse il risultato secondo di una formulazione a cui aveva dato già risposta nella sua mente, ma che aveva bisogno del contatto con la realtà per essere reificata.

Dan Flavin the diagonal of May 25th, 1963

 

Egli stesso racconta, a proposito della sua celeberrima opera “Diagonale dell’estasi personale”, del maggio 1963: “Nella primavera del ’63 mi sentii abbastanza ferrato nel mio nuovo lavoro per interromperlo. Feci uscire da un diagramma concepito poco prima un tubo luminoso di tipo commerciale lungo 8 piedi e chiamai questo lavoro Diagonale dell’estasi personale. In un primo momento scelsi, per caso, il colore oro. Il tubo luminoso e l’ombra rimandata dal piedistallo sembravano sufficientemente ironici per potersi affermare da soli. In effetti non era necessario dare a questo sistema una composizione definitiva; sembrava reggersi da solo sulla parete del mio laboratorio, in modo dinamico e drammatico; un quadro esuberante e coinvolgente che, con la sua forza illuminante, ribaltava la solidità della sua presenza corporea in effetti di trasparenza”.

installation view Dan Flavin corners barriers and corridors David Zwirner NY 2015

 

La luminosità del tubo al neon fa sì che la sua delimitazione di lunghezza sia incerta all’occhio dell’osservatore. Flavin li usa come veri e propri elementi di strutturazione dello spazio che li ospita, tanto da preferire, negli ultimi decenni della sua carriera, opere site specific o su commissione, rispetto alla loro elaborazione in studio. Questo perché l’essenza dei suoi lavori si attua alla massima potenza nel momento in cui il neon disturba la percezione spaziale dello spettatore che lo osserva, stravolgendo e modificando lo spazio che entrambi, opera e fruitore, occupano. L’utilizzo di materiali che si trovano in commercio come unico elemento delle sue istallazioni, non è giustificato da una volontà di recupero dell’oggetto, ma in quanto l’artista riconosce in essi lo strumento di realizzazione della sua creatività e progettualità. La semplicità e la linearità del suo lavoro, il suo minimalismo, che li scinde da ogni dimensione emotiva, intenzionalmente distaccato, riescono, tramite la luce, a caricarsi di grande espressività ed emotività. Basti pensare al “Monumento agli uccisi di Ambush”, del 1966, una struttura cruciforme, che proietta da un angolo della stanza, una luce di colore rosso, che impregna lo spazio, rimandandolo idealmente ed emotivamente ad un sacrario. Considerato oggi il pioniere della Neon Art, il suo merito è stato quello di utilizzare la luce, non nella sua forma simbolica, ma nella sua valenza di elemento percettivo, slegandola da una dimensione in cui l’elemento è foriero di significati, ma basandosi su una rete di rimandi che si giunge solo in un secondo momento alla mente dello spettatore.

Chiara Guidoni

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