Conversazione con Ruprecht Von Kaufmann davanti a “Schiffbruch mit Wolf” • XIBT Contemporary Art Mag

Osservando Schiffbruch mit Wolf (Naufragio col lupo), grande tela dipinta da Ruprecht von Kaufmann, una sensazione di sconfinatezza, di placida, misteriosa vastità si impossessa della mente passando per lo sguardo. La notte, dal cielo si specchia nel mare ed è solo la diversa consistenza del colore, liscio e fluido in alto, pastoso e materico in basso, a connotare la qualità aerea e quella acquosa. Al centro una barca, unico appiglio in questo continuum di sfumature cineree, argentee, violacee, indaco. A bordo, seduti l’uno di fronte all’altro, ci sono due uomini in veste arancione coi volti sfumati. Dov’è il lupo dichiarato nel titolo? “Il lupo si mostra dinnanzi all’uomo solo che affronta sé stesso” risponde l’artista, risolvendo solo in parte l’enigma interpretativo.

Ruprecht Von Kaufmann
Schiffbruch mit Wolf 2012 160 x 250 cm Acryl und Öl auf Leinwand 12022 Ölbild

Il quadro potrebbe limitarsi a testimoniare la condizione hobbesiana homo homini lupus, che consiste nella tendenza predatoria dell’umano anche di fronte al proprio simile. Ma ciò che davvero Kaufmann sembra esplorare ed esporre costantemente nel suo lavoro assomiglia piuttosto a quel processo di individuazione, di junghiana memoria, che prevede per l’individuo il compito coraggioso di incontrare la propria Ombra, la parte più oscura della psiche, coincidente con  i lati della personalità più primitivi, con gli impulsi istintuali che la mente razionale tende a reprimere. Ad essere messo in scena è il costante viaggio verso la conoscenza della propria autentica natura, un percorso di introspezione fino alle profondità degli abissi psichici. Perciò l’artista si serve spesso del mare, dichiarandosi da sempre “affascinato dall’ambiguità dell’acqua, necessaria alla vita e al contempo forza distruttrice misteriosa, feroce, insondabile”. Mare e cielo notturno creano il paesaggio simbolico ideale per raffigurare il processo di solitaria indagine interiore, e anche la tonalità del quadro, ricorrente in molte opere dell’artista, “punta ad una diretta connessione empatica”, volta a trasportare lo spettatore in uno stato affine. “Sono interessato a quello che c’è prima del pensiero razionale”, dice Kaufmann.

Per tal motivo il mito e gli animali sono ampiamente presenti nel corpus delle sue opere. Nel mito, Kaufmann sembra prediligere quei soggetti in cui coabitano la natura ferina e quella umana, come centauri, minotauri, sfingi, esseri in cui la componente istintuale risulta fortemente accentuata, proprio come lo è ancora, nonostante i secolari processi di civilizzazione, nell’inconscio dell’uomo, unico animale culturale, che in stato di veglia è in grado di gestire il suo richiamo selvaggio tramite il pensiero razionale e il sentimento, che è emozione compresa e sublimata. Gestire ma non sopprimere. “Non è una coincidenza il fatto che il mito sia pieno di figure che sono per metà uomo e per metà animale. Si tratta del riflesso di uno sforzo umano basilare, quello di tenere insieme il nostro corpo (e i suoi bisogni animali) e la mente pensante”. Viene allora alla mente il mito del carro di Platone, trainato da due cavalli, uno bianco e uno nero, forze motrici dissidenti, e condotto da un auriga consapevole il cui compito è quello di riuscire a dar briglia allo stallone bianco, che lo porterà in alto alla contemplazione dell’Iperurano.

Rispetto a ciò, Kaufmann fa qualcosa di diverso, di più moderno e di opposto in un certo senso. Nella sua pittura l’artista sembra capace di guidare la sua biga in una esplorazione super partes, in cui osserva i meandri profondi della psiche senza giudicare, empatizzando anzi con le parti inascoltate e bisognose, riemergendovi  arricchito di esperienza. “Quando dipingo sono interessato a raccontare storie di esperienze che siano allo stesso tempo individuali e universali […] ed è anche per questo che le teste dei personaggi nelle mie tele sono sfumate, cancellate, coperte: non voglio che le mie figure siano ritratti di uno specifico soggetto ma piuttosto degli archetipi”. Per quanto le tele mostrino immagini potenti, commoventi, Kaufmann, al contrario di molti suoi colleghi, non punta allo schock violento, non ricorre ad espedienti traumatizzanti per restituire il viaggio dell’animo umano che cerca, scruta, incontra sé stesso. I suoi lavori assomigliano a sogni lucidi, determinati da una volontà di scoperta vitale e espansiva che via via illumina i punti bui, votata alla condivisione di quell’universo comune che abita in ciascun uomo.

Lavinia Pini

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Hard hand to Hold2016
Öl und Collage auf Linoleum
181 x 241,5cm
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