di Martha Pulina

È  difficile restare coi piedi per terra quando l’obiettivo deve inquadrare le stelle. “Il mio compito è quello di umanizzare le statistiche: rendere un Re, un Capo di Stato o un personaggio famoso più umani”. Così Antoniou Platon, fotografo nativo della greca Paros, descrive il suo compito dietro la macchina. Fin dai suoi primi scatti, Platon ebbe una visione ben chiara di ciò che avrebbe voluto e potuto comunicare al mondo esterno. La dislessia che lo accompagnò fin dalla nascita gli permise di esplorare il mondo attraverso nuovi canali interpretativi, per restituire la realtà filtrata dalla sua visione. Quest’ultima venne ridotta all’essenza, quella più pura, che può stupire lo spettatore per la sua infinità. Anche un volto diventa così la porta d’ingresso per nuove letture e riflessioni, perché non resta che quello da osservare.

Il fotografo dei grandi

Il più acclamato al giorno d’oggi dai potenti di tutto il mondo che bramano un suo ritratto. Da oltre vent’anni si muove tra una stanza del parlamento ed una villa privata di un magnate per ricercare l’essenziale in coloro che della semplicità e immediatezza hanno fatto il proprio nemico più temuto. Ed è proprio qui che interviene la sua istantanea a rullino pronta ad imprimere quell’insicurezza di fronte all’ignoto mista alla brama di conquistarlo comunque, per sempre. Nasce così la collezione mai conclusa dei ritratti ai personaggi più potenti del mondo, per avvicinare lo spettatore a nuove forme di lettura del potere. “Quando mi trovo a dieci o dodici centimetri da un leader, non si può fare più niente, non c’è più filtro”. Ed è qui che il fotografo dei grandi diventa il più grande ritrattista tra i contemporanei. Dagli Obama a Mark Zuckerberg, da Richard Gere a Michael Douglas. Tutti vogliono conoscere questo fotografo di origini greche. Tutti vogliono passare sotto il suo occhio per essere ridati alla realtà con un linguaggio nuovo.

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Antoniou Platon

 

The Crotch Shot: quando uno scatto segna la storia

Lo sguardo compiaciuto di chi l’ha fatta franca, le mani poggiate sulle gambe divaricate in segno di sfida, e la cravatta azzurra che punta la sua freccia esattamente lì, dove l’occhio dello scandalo ha più colpito. Eccolo il presidente Clinton, in tutta la sua controversia, ritratto nel Dicembre del 2000. “Mr President, would you show me The Love?” così la domanda provocatoria riceve la sua risposta migliore. Una posa che vuole trapassare l’animo di chi lo guarda, per restare impressa nella memoria: sicuramente l’America non dimenticò quello scatto e Platon venne definitivamente consacrato come fotografo dei grandi.

Bill Clinton

 

Nella pellicola, l’essenziale: da Gheddafi a Putin.

Voler comunicare al mondo attraverso un canale d’espressione artistica irripetibile. Quando questo diventa l’unica modalità attraverso cui esprimere il proprio sé, allora il significato di ogni sfumatura diventa ancora più pregnante. L’immagine diventa un linguaggio. Le pieghe dei volti, le ombre che incidono le espressioni, i contrasti che si leggono negli occhi. Ogni dettaglio concorre a modellare un racconto che va oltre il momento catturato, e che spesso segna un punto di svolta netto dal passato. Così il ritratto di Gheddafi, scattato durante il meeting delle Nazioni Unite, incide un segno profondo nello scorrere del tempo. La foto del dittatore venne scattata pochi minuti prima che Platon incontrasse il Presidente Obama per volere di Gheddafi stesso, dimostrando così la sua voglia irresistibile di prendersi gioco dei potenti, anche attraverso una semplice pellicola colorata. Il suo sguardo serio e penetrante non si lascia perforare dall’obiettivo che lo sta immortalando, e la sua mano destra protesa in avanti con decisione non lascia niente al caso: potere, ricchezza, controllo. Tutto ciò che un dittatore possiede e che lo identifica davanti al suo popolo.

Vladimir Putin

 

Trump e Platon: il caos indecifrabile

“Quando ebbi l’occasione di lavorare con Trump tempo fa notai subito quanto il caos e la follia dominassero le sue giornate”, racconta Platon in un’intervista, “ e quando gli chiesi  “Mr. Trump, come fa a controllare la tempesta?”, lui si sedette calmo e posato e semplicemente disse  “Io SONO la tempesta”. Anche se al tempo la candidatura per la Casa Bianca era decisamente lontana, nello sguardo di Trump, tagliente, aggressivo ed impenetrabile, si legge con chiarezza la tempesta a cui lui fa riferimento. Non a caso fu lui a scegliere la posa per la fotografia, mostrando già al tempo la sua confidenza con la realtà dei mass media: esattamente ciò che gli permise quasi 15 anni dopo di dominare la scena mediatica mondiale costringendo tutti a giocare esclusivamente secondo le sue regole.

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Donald Trump

 

L’essenza, le origini: Paros e i suoi volti

Il mondo luccicante del potere, del successo e della fama spesso accecano chi gli si avvicina troppo senza le giuste protezioni. Per questo il ritorno alle origini diventa un impegno con sé stessi. Il distacco da un reale plastico e modellato da mano umana per lasciarsi andare alle pieghe scavate dal tempo e dalle fatiche, mentre il dolore si nasconde nell’iride degli occhi. Tornare nella patria, inizio e fine di sogni e speranze, riapre il dialogo col proprio sé più nudo per poter guardare il mondo con occhi nuovi. Per questo Paros diventa un appuntamento fisso a cui Platon non vuole mancare, perché è qui che tutto ha avuto inizio. “Quest’uomo è figlio di un ciabattino che prima sedeva sui gradini di un viottolo e che tutti conoscevano”, racconta Platon, “La somiglianza è impressionante, quasi come se il tempo volesse scorrere più lentamente. Ho voluto immortalarlo nella stessa posa che il padre solitamente assumeva per ridare valore a quel tempo e per far comprendere come qui le cose, in fondo, cambino in modi e maniere completamente diversi rispetto al resto del mondo”. I ritratti di Paros sono piccoli frammenti di infinità impressi per sempre su carta, in continuo cambiamento per restare sempre uguali, essenziali.

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