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L’accostamento può sembrare alquanto bizzarro: cosa può avvicinare il padre della psicoanalisi al mezzo più utilizzato del XXI secolo? La risposta la troviamo nel “circolo” di A. Breton, il contrastato movimento surrealista. Considerato da molti come nato dalle spoglie del dissacrante dadaismo, il surrealismo sostituisce a quest’ultimo la componente nichilista rinvigorendosi con quella onirica; ed è qui che comincia a profilarsi il riferimento a S. Freud, colui che sfidando la comunità scientifica tardo ottocentesca, pubblicò nel 1899 “L’interpretazione dei sogni”, la cui traduzione francese apparve solo un ventennio più tardi, suscitando l’interesse degli intellettuali degli “anni folli”, e dunque del movimento surrealista raccoltosi attorno al poeta Breton, tra gli anni venti e trenta del Novecento a Parigi.

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Hans Bellmer, il Gioco della Bambola, 1934

 

Bisogna immaginare che all’epoca in cui Freud compì i suoi studi nel campo della psicanalisi, dovette affrontare non pochi dissidi, celebre quello con Carl Gustav Jung, ma soprattutto confrontarsi con la morale del tempo, che non accettava che si riconducessero molti problemi di carattere psichiatrico alla sessualità, considerata un tabù. Fu proprio l’interesse dello studioso austriaco per i desideri nascosti dell’inconscio, a solleticare l’immaginazione degli artisti surrealisti, che anche grazie alla fotografia si lasciarono andare completamente alla “scrittura automatica” del linguaggio onirico, quella stessa fotografia che a quasi un secolo di distanza dalla propria invenzione (1839), era oramai riuscita a liberarsi dai molti pregiudizi che avevano accompagnato la sua ascensione, e si prestava a divenire lo strumento prediletto di molti artisti del movimento per poter accedere all’ “inconscio ottico” di Benjaminiana memoria.

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Portrait dans un Miroir (Portrait in a Mirror) – Gelatin silver print – Raoul Ubac – c. 1938

 

Tutti gli scritti di Freud furono oggetto di grande interesse da parte dei surrealisti, ma è soprattutto nel saggio “Il Perturbante” (1919), che possiamo scorgere alcuni temi ricorrenti dei fotografi del movimento. Così come scrive l’autore, il perturbante come concetto estetico si riferisce a ciò che è spaventoso e che suscita terrore ed orrore, ma rientrerebbe in un genere di spavento derivante da cose conosciute da tempo e familiari; inoltre, ricorrendo al racconto fantastico di E.T.A. Hoffmann Il Mago sabbiolino, Freud spiega la paura della cecità con la paura della castrazione, che in realtà si manifesterebbe anche sotto forma di altri timori, come quello della bambole, della mano e del “doppio”.

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André Kertész, Distorsioni.

 

E proprio questi risultano essere i soggetti degli scatti surrealisti: le “distorsioni” di A. Kértesz, i nudi allusivi di Man Ray e Brassaï, gli occhi e le mani di M. Tabard e D. Maar, le spaventose solarizzazioni di R. Ubac ed ovviamente le poupées sadomasochiste di H. Bellmer. Anche sulla base di questi esempi, gli studiosi hanno cominciato ad indagare le relazioni esistenti tra pensiero Freudiano ed estetica surrealista, ed in particolar modo la celebre critica statunitense R. Krauss, autrice di numerose pubblicazioni, tra cui è difficile non menzionare la raccolta “Celibi” (2004), edizione italiana di “Bachelors” (1999).

Dolores Pulella

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