La storia è più o meno questa: l’ex schiavo Amotan, vissuto tra la metà del I secolo d.C. e l’inizio del II, dopo l’affrancazione, riesce ad accumulare infinite ricchezze al punto tale da metter su una sontuosa collezione di cento oggetti. Questi ultimi vengono caricati sulla colossale nave Apistos per essere trasportati nel tempio che il collezionista aveva appositamente fatto edificare per il proprio tesoro, ma, sfortunatamente, l’imbarcazione affonda nell’Oceano Indiano. Il relitto viene riscoperto solo nel 2008 e, finalmente, i tesori di Amotan vengono riportati alla luce ed esposti, solo oggi, nella mostra in questione, alcuni restaurati, altri nello stato originario, altri ancora completamente ricostruiti. Di questo colossale ritrovamento ne danno testimonianza numerosi video e foto disseminati lungo un percorso espositivo di ben 5000 metri quadrati, tra Punta della Dogana e Palazzo Grassi, sedi veneziane della Fondazione Pinault.

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Room 1, view 3_Damien Hirst, (right to left) The Diver with Divers, (Photography Christoph Gerigk), Calendar Stone, The Diver, Photographed by Prudence Cuming Associates

 

Molte sono le opere che raffigurano il leggendario Amotan come The collector with Friend, esposta nella sala 6 di Punta della Dogana, mentre la quasi totalità del tesoro dello schiavo affrancato è un potpourri di antichi busti egizi, divinità romane, greche ed indiane. Per non parlare poi delle teche con un’infinità di monete, vasi, vasetti e armi, appartenenti sempre al folle e instancabile collezionista Amotan. E fin qui, tutto sembra scorrere nella piena normalità di una mostra sul fantastico ritrovamento della collezione leggendaria di un eccentrico collezionista. Ma poi, proseguendo nel percorso e fermandosi un attimo a riflettere, ci si chiede: e Hirst? Che ruolo ha in tutto questo? Che cosa avrebbe a che fare l’artista di Mother and child (Divided) o Pharmacy con un’esposizione di reperti archeologici? E tutto, improvvisamente, viene avvolto da una luce diversa: Hirst diventa l’abile regista/sceneggiatore di un copione verosimile, non “finto”, come tanti si sono affannati a dire.

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Damien Hirst, Hydra and Kali Discovered by Four Divers  Photographed by Christoph Gerigk ©Damien Hirst and Science Ltd.

 

E così, The collector with Friend non è più la raffigurazione di Amotan, ma un Hirst collezionista che, baldanzoso, stringe la mano a Topolino; il busto bronzeo di Nefertiti diventa l’alterego di Kate Moss e Rihanna, di cui, sul busto, sono riprodotti i tatuaggi. Ma quindi la favola su Amotan e il celebre ritrovamento sarebbe tutta una messa in scena? E le tante informazioni storiche presenti in tutte le didascalie sarebbero solo frutto della mente di un originale quanto perverso Hirst? Una risposta ovvia non c’è, così come, di fronte a dipinti e sculture, verità o risposte sicure non ci sono. E’ lo stesso nome della celebre nave affondata a suggerire il leitmotiv di tutta la mostra: Apistos, che, letteralmente, significa “incerto”, “incredibile”, proprio come la storiella che ci propone Hirst non appena si varca la soglia di Punta della Dogana. “Girano molte storie intorno al tesoro dell’Incredibile. C’è chi dice che sia stato io a buttare tutte queste opere in mare vent’anni fa, per ripescarle ora con i coralli cresciuti sopra. C’è anche la possibilità che abbia fatto tutto nel mio studio, coralli compresi, ma c’è anche la storia del relitto affondato e ritrovato, che è la mia versione dei fatti” dice Hirst ad Alessandra Mammì in un’intervista apparsa su “La Repubblica” l’8 Aprile.

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Room 11, (left to right) Damien Hirst, Hydra and Kali (two versions), Hydra and Kali Beneath the Waves (photography Christoph Gerigk). Photographed by Prudence Cuming Associates

 

Se si volesse quindi tentare di trovare una risposta ai tanti dubbi che sopraggiungono durante la mostra, non è attraverso le parole di Hirst che l’avremo. Nella stessa intervista, però, l’artista inglese svela in parte il suo gioco, un gioco che il visitatore non ha potuto non intuire inconsciamente sin dall’inizio del percorso: “ Io detesto i messaggi, quello che mi eccita come artista sono le provocazioni e quello che mi interessa sono i miti, le fedi, le credenze. Tutto ciò che è vago e non perfettamente logico. Ovvero: tutto ciò che non è messaggio”. Treasures from the Wreck of the Unbelievable è una mostra che può tediare e disgustare dopo un paio di sale, ma risulta impossibile smettere di contemplare ed esplorare. Quella di Hirst non è una mostra d’arte, ma una mostra sull’arte e sul bisogno dell’uomo di credere a questo continuo mistero che una verità assoluta mai ci fornirà. Credere alla favola di Amotan e stare al gioco di Hirst è un atto di fede, di fronte al quale ci si può meravigliare e innamorare o annoiare fino allo svenimento. E ancora una volta lo Young British Artist di Bristol è riuscito a spaccare a metà la critica internazionale e a metter su un’operazione colossale, a metà tra l’arredo più kitsch di Las Vegas e la riflessione più sublime sull’essere umano. Ci sarebbe da parlare dell’inutile sfarzo dei materiali utilizzati (lapislazzuli, corallo, oro etc), delle sorti di questi ultimi dopo la chiusura della mostra e delle migliaia di euro che i collezionisti sono già disposti a pagare per i “reperti” di Hirst, ma meglio rimanere sul concettuale e non rovinare la magia.

Martina Fraioli