Siamo a Chicago, nel 2007, Jhon Maloof, giovane storico, sta raccogliendo materiale per un progetto su fotografie d’epoca quando, ad un’asta locale, si imbatte in un cofanetto con dei negativi. Incuriosito da quel misterioso materiale lo acquista. Passerà un po’ di tempo prima che approfondisca il contenuto della misteriosa scatola, dalla quale uscirà il lavoro fotografico di colei che, a pieno titolo, si è guadagnata un posto tra i più significativi foto-reporter americani della seconda metà del ‘900. Il suo nome è Vivian Maier. Nata a New York nel 1926, dopo poco si trasferisce in Francia, nel piccolo paese di origine della madre. Tornerà nella Grande Mela solo nel 1951 con un accento francese che la caratterizzerà per tutta la vita ed una grande passione: la fotografia.

05_-VIVIAN MAIER, MARCH 1954, NYC, Vivian Maier Maloof Collection -Courtesy Howard Greendberg Gallery New York

 

Di condizioni modeste, farà la tata per molti bambini, ed è anche grazie alle testimonianze delle famiglie per cui ha lavorato, raccolte da Maloof nello splendido documentario da lui curato “Finding Vivian Maier”, uscito nel marzo del 2014, che si è venuto a sapere di più sulla vita e sul carattere di Vivian. Quello che emerge dalle testimonianze è il ritratto di una persona profondamente sola ed inquieta, che temeva il contatto fisico e soprattutto, poco capace di esprimere i propri sentimenti, forse (chissà?) con un’infanzia difficile alle spalle. L’insospettabile personalità di un occhio fotografico capace invece di cogliere così intensamente l’espressione umana, rubata nell’attimo giusto e così nuda davanti all’obiettivo, da stentare a credere che, dietro a quella signora con la Rolleiflex al collo, si celasse tanto disagio.

Osservando le sue fotografie, si ha uno spaccato perfetto della Chicago e della New York di quell’epoca, così vivo di sguardi ed emozioni e di vita quotidiana, colti finemente dalla tata che in punta di piedi immortalava piccoli momenti, istanti e gesti casuali. Attraverso il suo occhio rivelavano la profondità del loro significato emotivo. Ecco che allora l’intreccio delle mani di due amanti colti per strada diventa un momento di profonda intimità, o l’incontro tra un poliziotto ed una vecchietta si tinge di inaspettati toni sentimentali. Più che luoghi e spazi si concentra sulla dimensione umana. I bambini, con cui passava moltissime delle sue ore, appaiono in tanti scatti. La sua macchina fotografica entrava in un profondo rapporto di empatia con quel mondo intorno, con il quale Vivian tanto faticava a rapportarsi. Grazie al grande lavoro di ricerca fatto da Jhon Maloof ed al suo documentario, l’opera di Vivian Maier è stata riconosciuta a livello internazionale e dal 2007 numerose sono state le mostre a lei dedicate, da Londra a Milano. Sappiamo che ha concluso la sua esistenza nel 2009 in condizioni di vita sempre più solitarie e precarie, inconsapevole della fama che l’avrebbe raggiunta pochi anni più tardi.

Irene Pomponi

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