“VIVA ARTE VIVA” è il titolo scelto per questa 57° edizione della Biennale veneziana, la più attesa Esposizione d’Arte Contemporanea Internazionale, fruibile al pubblico – tra gli storici Padiglioni ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia – dallo scorso 13 maggio, fino al prossimo 26 novembre. Tante le novità introdotte in conferenza stampa dal Presidente Paolo Baratta per la Mostra, che quest’anno vede la curatela della francese Christine Macel. Orgogliosi, i due comunicano che le Partecipazioni Nazionali sono ben 85 e che dei 120 artisti partecipanti, ben 103 sono presenti per la prima volta. Tante sono le “scoperte”, molte altre le “riscoperte”.

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Sheila Hicks, Scalata al di la dei terreni cromatici- ph Roberta Melasecca

Eh si, perché questa edizione, di fatto, si è caratterizzata per uno svecchiamento generazionale rispetto alle linee guida che hanno contraddistinto le Biennali precedenti, nonostante il comun denominatore che la Biennale deve qualificarsi “come luogo che ha come metodo, e quasi come ragion d’essere, il libero dialogo tra gli artisti e tra questi e il pubblico”. “VIVA ARTE VIVA” dunque, più che un titolo è una sorta di esclamazione, “un’espressione di passione per l’arte e per la figura dell’artista” perché gli artisti sono i veri protagonisti di questa edizione dedicata alla celebrazione dell’esistenza stessa dell’arte. Una Mostra dunque “ispirata all’umanesimo”, dice la Macel, “un umanesimo nel quale l’atto artistico è a un tempo atto di resistenza, di liberazione e di generosità”, una Mostra che pone come premessa una dialettica che attiene alla società contemporanea, e che interroga tanto l’organizzazione della stessa società quanto i suoi valori. Il percorso espositivo si sviluppa intorno a “nove capitoli” o famiglie di artisti, con due primi universi nel Padiglione Centrale e sette altri universi che si snodano dall’Arsenale fino al Giardino delle Vergini. Ogni capitolo – Artisti e Libri; Gioie e Paure; Spazio Comune; Terra; Tradizioni; Sciamani; Dionisiaco; Colori; Tempo e Infinito – costituisce di per sé un Padiglione o un “Trans-padiglione”, in senso transnazionale.

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Michel Blazy – ph Brigida Mascitti

In realtà però, nel percorso di visita all’interno dell’Arsenale, il senso iniziale di confusione è dietro l’angolo! La scelta di fruizione tematica non agevola il visitatore nel riconoscimento del Paese di appartenenza dell’artista, cosicché, se da una parte l’opera viene ammirata, criticata o comunque studiata per quello che in realtà è, dall’altra, parte delle energie vengono spese per contestualizzare il prodotto “Arte” con il contenitore “Paese” di provenienza. La Mostra Internazionale dunque, così varia – per la stessa tipologia di opere che spaziano dai video, alle mega installazioni, alle sculture, con la quasi totale assenza della tele “bidimensionali” – appare dunque caotica e forse un po’ al di sotto delle aspettative. Ciò nonostante alcune opere spiccano tra le tante, se non altro per “tradizione”, “gioco”, “mastodonticità” e “brio”: mi riferisco in particolare ai libri di Maria Lai, quasi dimenticata quando era in vita, mentre l’artista sarda, ligia alle tradizioni ataviche della sua terra, ne ha ricavato un costante racconto di memorie scritte fatte di filo. Ed è proprio il “filo” il medium di riferimento utilizzato da altri tre artisti, che ne sviluppano la forma ed il significato, giungendo ad esiti totalmente inaspettati. C’è Lee Mingwei, artista di Taiwan, che spiritosamente ricava dal filo dei mega gomitoli super colorati e ne ricopre una parete, e c’è chi ne ricava una sorta di abitazione da foresta: il brasiliano Ernesto Neto ci fa sostare a metà percorso ad ammirare e ad entrare fisicamente nella sua gabbia a maglie larghe fatta di materiali sintetici, sfidando le liane della foresta amazzonica.

Accanto a lui la portoghese Eleonor Antunes che utilizza dei fili dorati, facendoli scendere dall’alto come dei filamenti leggeri e sinuosi. Il discorso cambia – certamente in positivo – per le partecipazioni nazionali (Cina e Libano su tutte), e, per questa edizione, una menzione davvero speciale e meritata va proprio al Padiglione nostrano, che, seppur non premiato dalla Giuria, è certamente tra i Padiglioni più apprezzati dalla critica nazionale ed estera. Il mondo magico è il progetto curatoriale di Cecilia Alemani che consta di tre mega opere site specific realizzate da tre artisti molto diversi tra loro per contenuto e forma. Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey, pur svolgendo la loro ricerca nella sfera del magico e dell’immaginazione, giungono nella Mostra a risultati artistici profondamente eterogenei ma armonici.

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Roberto Cuoghi, Imitazione di Cristo ph Anna Lorusso

Il Padiglione italiano, situato nelle Tese delle Vergini all’Arsenale, propone sostanzialmente un ritorno all’individuo, all’immaginario e al fantastico quali strumenti per abitare il mondo in tutta la sua ricchezza e molteplicità. Del resto, il titolo stesso della mostra è preso a prestito dall’omonimo libro dell’antropologo Ernesto de Martino, uno dei pensatori chiave nello studio della funzione antropologica del magico, da lui indagato per decenni individuando nei suoi rituali i dispositivi attraverso i quali l’individuo tenta di padroneggiare una situazione storica incerta e di riaffermare la propria presenza nel mondo. Magia, mistero e spirito sono dunque le linee guida per le opere dei tre artisti: entrando nella penombra del Padiglione si ha la sensazione che la storia sia sospesa con le opere all’interno del tempo presente. Ciò non è solo il frutto diretto della tematica affrontata, ma è anche consequenziale alla scelta agita dell’allestimento, non rigidamente suddiviso in piccoli stand fieristici come per le edizioni precedenti, ma aperto al visitatore, che è come guidato in un percorso di scoperta – dalla luce al buio -, in un crescendo di attenzione e pathos. Nello specifico, l’opera di Cuoghi è una grande installazione fatta di marchingegni, plastiche e muffe che raffigurano l’immagine del Cristo, quella di Husni-Bey è un video di corpi che si raccontano, mentre l’intervento di Andreotta Calò consiste nella trasformazione dello spazio e della sua architettura per mezzo dell’acqua in un gioco di riflessi che coinvolge i corpi, e di conseguenza le ombre: nell’immaginario del visitatore invece, la visita del Padiglione Italia è un tour in uno spazio fatto di corpi dolenti e scomposti, di domande esistenziali ed inquietanti, di sotto-sopra riflessivi e meditativi dal quale si esce con una percezione del potere dell’arte straniante, e con la sensazione che immaginazione e magia siano in grado si indagare ed interpretare la realtà.La realtà e l’attualità sono inoltre i temi affrontati dal Paese vincitore del Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale di questa 57° Biennale veneziana: la Germania.

Anne Imhof: Faust, 2017; © Anne Imhof, photo: Nadine Fraczkowski

Anne Imhof: Faust, 2017; © Anne Imhof, photo: Nadine Fraczkowski

Il progetto di Anne Imhof, a cura di Suzanne Pfeiffer, scandaglia la precarietà del presente, in cui le generazioni digitali e post-gender si sforzano di sopravvivere alla ricerca di possibili punti di riferimento. Le grate di ferro del Padiglione tedesco ai Giardini, fredde e carcerarie, sono attraversate dai latrati di due dobermann che si aggirano minacciosi ai lati di uno spazio che è al contempo contenitore espositivo e carcere di corpi – non persone – scarni e indefiniti, chiusi in gabbie di cristallo che perturbano con i loro movimenti e suoni i visitatori, trasformandoli in “carcerieri”. Come da tradizione, moltissime le Mostre e gli Eventi Collaterali che animano la Biennale, dislocati qua e là tra i serenissimi Palazzi della Laguna: ancora una volta, il minimo comun denominatore per questi eventi paralleli è il porre l’Artista al centro della Mostra. In questi casi però, a differenza degli artisti proposti dalla Macel, i nomi corrispondono a quelli dello Star System mondiale. Tra tutti si segnalano la vitrea ed animalesca personale di Jan Fabre, Glass and bone sculptures 1977-2017, dislocata nei tre piani dell’Abbazia di San Gregorio e la mite e sussurrata personale di Marzia Migliora, Velme, a Cà Rezzonico. Tra le Fondazioni invece, impossibile non percorrere gli spazi espositivi della Prada, a Cà Corner della Regina, con la straniante The Boat is Leaking. The Captain Lied, e la Fondazione Cini, nell’isola di San Giorgio Maggiore, con la mostra dedicata ad Alighiero Boetti: Minimum/Maximum. Sempre a San Giorgio, nella stessa Basilica, è inoltre possibile visitare la personale su Michelangelo Pistoletto: One and One makes Three. Pinault, infine, punta tutto sul geniale e, a tratti diabolico Damien Hirst, con la sua personale Treasures from the Wreck of the Unbelievable, dislocata, non a caso, in due contesti impareggiabili della Serenissima: Punta della Dogana, ex deposito di mercanzie giunte via mare, e Palazzo Grassi, forse tra i più noti e simbolici palazzi di ricchi mercanti veneziani. Se questa 57° Biennale non passerà alla storia per chiarezza e grandiosità, certamente non si può negare il merito della Macel di aver tentato di svecchiare la tradizionalità e la convenzionalità delle precedenti edizioni, ponendo l’arte e soprattutto l’uomo, l’artista – molto spesso il giovane artista emergente – al centro della vita, e ponendo idealmente le basi per un “Neoumanesimo” artistico. Come diceva Oscar Wilde, “si può esistere senza arte, ma senza di essa non si può vivere”. E allora “VIVA ARTE VIVA”!

Brigida Mascitti